venerdì 10 giugno 2011

40 - LA CARRIERA

Era sola nella grande stanza, le vetrate coprivano le pareti verso l'esterno dell'ufficio con una visione della città di notte, stava lavorando dalla mattina, una piccola pausa per caffè con tramezzino e tre minipause per andare in bagno, doveva concludere il lavoro che le avevano affidato, il più importante da lei mai avuto, un gigantesco investimento pubblicitario e la sua carriera dipendeva da quello, doveva lanciare il prodotto nuovo alternativo che poteva conquistare il mercato per cui studiava la campagna pubblicitaria da mesi.
Sentì bussare alla porta.
Non c'era nessuno negli uffici a quell'ora, solo il portiere ma avrebbe chiamato col citofono se c'era qualcosa, una strana sensazione la bloccava, le impediva di dire una sola parola, le gelava il sangue. Nuovamente bussavano, più forte.
Lei che non aveva mai paura di niente si alzò tremante e non sapeva perché la faceva angosciare quel bussare.
Arrivò alla porta senza dire una parola, nella destra teneva il tagliacarte, con la sinistra aprì di colpo la porta.
Non c'era nessuno, aprì di più la porta, vide nel corridoio che c'era una donna di spalle, con voce malferma le disse - Stava cercando me?
La donna si girò di scatto e le si avvicinò, la luce proveniente dall'ufficio riusciva a illuminarle il volto nel corridoio buio, era una giovane sui vent'anni vestita in maniera strana: jeans e maglietta strappati, un vecchio giubbotto in tela color sacco, piercing uno al naso e due vicini sulle labbra. Aveva occhi che la facevano rabbrividire. Si avvicinava sempre di più, in silenzio, quando fu di fronte le disse con voce arrabbiata
- Ma come ti sei ridotta? Mi fai schifo!
Lei rispose - Ma chi sei? Come ti permetti? Chi ti ha fatto entrare?
Improvvisamente aveva ripreso sicurezza in sé, le cresceva dentro un odio verso l' intrusa, la quale continuava a fissarla con uno sguardo cattivo e le ripeté con tono ancora più aggressivo - Mi fai schifo! Non ci si può ridurre così!
Lei si sentì bloccata da mille pensieri.
Guardando il viso dell'intrusa trovava una somiglianza a come era lei a vent'anni: stesso taglio di capelli, stesso vestire, stessi atteggiamenti...e stesso viso. Stesso viso. Stesso viso che aveva lei alla sua età. Questa cosa la mandò in totale confusione. L'intrusa come se lo avesse compreso le urlò in faccia - Hai capito chi sono?
Lei balbettò - Assomigli a me da giovane
L'intrusa - Sei tu che assomigli a ciò che non voglio diventare da vecchia! Le tue idee, la tua voglia di cambiamento, i tuoi ideali, le tue speranze buttate nel cesso per un lercio lavoro d'incitazione alla prostituzione.
Lei offesa urlò - Ma che cazzo dici incitazione alla prostituzione, il mio è un lavoro creativo e ben pagato!
L'intrusa si mise a ridere - Che stronzata e tu pure ci credi, credi d'essere creativa quando fai la scimmietta ammaestrata, devi obbedire alle leggi di mercato, ai committenti, sei una serva sfruttata sino al midollo, sei una nullità spadroneggiata da chi ti paga!
Lei si sentiva soffocare dalla rabbia, strinse i pugni, si accorse che aveva ancora il tagliacarte in mano.
Un lampo d'odio.
Vide solo una via d'uscita.
Lo piantò dritto nello stomaco all'intrusa.
L'intrusa la guardò con lo sguardo finalmente sereno e le disse - Ero già morta ma adesso sto meglio.
Cadde sul pavimento con un tonfo, lei guardò il tagliacarte insanguinato, doveva lavarlo o gettarlo, o entrambe le cose.
Ridiede uno sguardo all'intrusa ammazzata ma non c' era più niente, solo il pavimento vuoto e sangue. Rinchiuse la porta con la chiave.
Deve essere scappata, pensava, non può essere sparita così, c'era il sangue. Ancora ce n'era sul tagliacarte. Non se l'era immaginato. Era successo realmente.
Voleva correre in bagno a lavarsi la mano insanguinata e pulire il tagliacarte, ma l'intrusa sarebbe tornata, avrebbe dovuto usarlo ancora, sicuramente.
Si sedette alla scrivania, quelle emozioni le avevano creato un dolore fisico e una grande stanchezza.
Pensava alle parole e al volto dell'intrusa, era uguale a lei a vent'anni, stesso viso, stessi discorsi, ma com'era possibile, che storia strana, dentro le cresceva un forte dubbio, forse aveva ragione l'intrusa che era una schiava, aveva creduto di comandare qualcosa, di creare, ma aveva passato la vita inseguendo un'illusione, era solo un'illusione, una vuota illusione era la sua vita.
Cominciava a pentirsi d'aver accoltellato la ragazza, ma poi guardando dove sentiva più dolore si accorse che nello stesso punto dove aveva colpito la ragazza aveva una ferita da cui sgorgava sangue, era piena di sangue sui vestiti e continuava a uscirne e sentiva sempre più forte la fitta di dolore ma non aveva la forza di muoversi.
Rimase lì alla scrivania.
Il giorno dopo la trovarono morta, un suicidio dissero, era una dipendente modello, forse era stato lo stress del lavoro, al funerale c'era anche il direttore generale, le fecero una bella tomba pagata dall'azienda, un gesto di generosità mai visto precedentemente.
Dopo qualche mese c'erano solo dei fiori secchi sulla tomba e nessuno li ha più cambiati.
Poi, in una notte di tempesta qualcuno scorse una figura muoversi nel cimitero, uscì arrampicandosi sul cancello e svanì come portata dal vento dentro la tempesta.
Sembrava una ragazza sui vent'anni con jeans e maglietta strappati, un vecchio giubbotto di tela color sacco e dei piercing al naso e sulle labbra.
Il giorno dopo sulla tomba della dipendente modello trovarono insieme ai fiori secchi una cagata fresca.

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