lunedì 28 settembre 2015

487 - SOGNI PERSI

Da bambino sognavo:

di fare il ferroviere che guida un treno rosso,

di fare il battelliere che guida un battello del Mississipi con la ruota dietro,

di fare il pilota di un idrovolante che vola sui fiumi in Amazzonia,

di fare il vigile del fuoco che salva persone e animali dagli incendi,

di fare l'acrobata del circo al trapezio che tutti lo guardano a bocca aperta col fiato sospeso.

Invece sono diventato un disoccupato del cazzo.



venerdì 25 settembre 2015

486 - ATMOSFERE

Ho nostalgia del periodo quando ero ventenne e non solo per i vent'anni,
ma anche
per l'atmosfera elettrica che c'era nell'aria,
per il futuro che ci sembrava d'avere in mano,
per le speranze che ci coloravano le giornate,
per l'ingenuità e lo stupore bambinesco nello scoprire il mondo,
per il tempo che sembrava dilatarsi e diventare eterno con le giornate che si tatuavano dentro di noi,
per il vivere e lo stare insieme essendo parte di un grande noi invece di tanti piccoli egoistici e sparpagliati io.

giovedì 24 settembre 2015

485 - L'INCHIOSTRO DEI TRAMONTI

Sono in una penna a sfera,
vecchia, mordicchiata
spando molto inchiostro
se qualcosa mi pare importante
la riesco faticosamente a scrivere
su pezzi di carta
probabilmente voleranno via dispersi
un giorno
con ciò che pensavo
l'inchiostro finirà
io verrò agitato e sbattacchiato
per vedere se posso scrivere ancora
altrimenti
rimarrò in una penna che non scrive più
gettato nei rifiuti
o
se qualcuno si ricorderà qualche mia parola
sarò nei pensieri
scritti
da una nuova penna a sfera.


domenica 20 settembre 2015

484 - ESSERE COOL

Se morivo a 27 anni intossicato
sarei un ribelle maledetto,
sarei ricordato bene,
sarei cool.

Invece ne ho il doppio e sono ancora qui
sui coglioni della popolazione attiva,
disadattato
vivo da solo,
bevo acqua naturale a temperatura ambiente,
mangio verdure e pasta integrale,
mi faccio un paio di trombate all'anno
o tre quando va bene,
mi addormento sul divano ascoltando la radio
e faccio schifo pure a me stesso.

Sopravvivere non è mai stato cool.



483 - SERATE DIVERTENTI

I tipi trendy preferiscono
passare le serate
ridendo forzatamente
per convincersi di divertirsi
ingurgitando alcolici colorati
fino a star male
passando la nottata
abbracciati
alla tazza del bagno
vomitandoci dentro
anche la loro esistenza.

Il giorno dopo
con l'alito da culo
e con il mal di testa
non si ricorderanno
niente
della serata passata.

Ma continueranno
a ritenerle divertenti
quelle serate
e a preferirle
ad altre
o magari
al leggere un libro.

Hanno il terrore di pensare
perché sanno già
che capendo di più
potrebbero accorgersi
di quanto sono stronzi
persi
e deprimersi,
è istinto di sopravvivenza il loro.

giovedì 17 settembre 2015

482 - MOLTITUDINI

Molti parlano,
nessuno ascolta.

Molti scrivono,
nessuno legge.

Vogliono essere guardati,
senza guardarti.

Vogliono attenzioni.

Vogliono essere amati.

Vogliono te
per sé.

Ma sono solo buchi neri.

martedì 15 settembre 2015

481 - FACCE

Mi piacciono le facce oneste
su cui sbatte la vita
lasciando sfregi come pallottole
con rughe,
cicatrici,
imperfezioni.

Invece le sorridenti facce del benessere,
lucidate e tirate,
di chi l'ha sempre sfangata
con la raccomandazione giusta
mi fan venire voglia.
tanta voglia,
di pisciarci sopra.

480 - VACANZE E GITE (racconto)

Da bambino quelle volte che mi portavano per qualche settimana in vacanza durante tutto il tempo mi annoiavo e non vedevo l'ora di tornare a casa; poi di solito il pomeriggio dell'ultimo giorno mi ambientavo facendo amicizia con gli altri ragazzini e mi divertivo, così mi dispiaceva ritornare.
Ogni volta era così.
Sono sempre andato fuori tempo a cantare, suonare, vivere.
In più fin da piccolo dicevo una sacco di parolacce, ma mio padre non voleva e s'arrabbiava, in genere mi prendeva per un braccio come se mi arrestasse e mi chiudeva a chiave in bagno; una volta mi sono stancato e chiuso in bagno ho cominciato a urlare che non ne posso più, che mi butto dalla finestra, ho aperto la finestra sbattendo e facendo rumore, per poi nascondermi dietro la porta, lui è arrivato, ha aperto la porta e non vedendomi è corso subito alla finestra a guardare giù, io nel frattempo sono uscito e ho chiuso a chiave lui in bagno, scappando via con  la chiave.
Dava dei pugni sulla porta che si sentivano fin fuori casa; aveva un fisico massiccio mio padre, con dei polsi che erano una volta e mezza i miei da adulto, e non sono mingherlino.
Dopo diversi minuti, con la mediazione di mia madre e la promessa che non mi avrebbe picchiato, restituii la chiave e lo liberarono.
Da quella volta non mi rinchiuse più in bagno.
In un'altra occasione dovevamo andare a Roma per una gita aziendale fantozziana in cui i lavoratori potevano portare le famiglie. Dovevamo prendere il treno a Rovigo.
Mio padre aveva che odiava le città, si innervosiva a passarci in macchina, diceva che non sopportava il traffico, però chiamava città anche paesi di 40 mila abitanti come Rovigo o Chioggia.
Entrammo di sera in macchina a Rovigo, lui imprecava nervosissimo perché c'era traffico quella sera, ci disse: "Guardate bene in giro anche voi che con questo caos c'è pericolo."
Io vedendo che c'erano dei cartelli pubblicitari, tra cui uno con un bambino sul vaso da notte, gli dissi: "Ho visto un pericolo: c'è un culo che caga della merda!"
E giù a ridere, io e mio fratello.
Mio padre cominciò a imprecare e a dirmi di non fare lo scemo.
Ma imitando la voce dal megafono dei venditori ambulanti mi  misi a urlare alla gente che passeggiava dalla fessura del finestrino posteriore: "Attenzione gente ai culi sporchi di merda!"
Mio padre s'infuriò, bloccò la macchina, scese e mi tirò giù dicendomi che non mi voleva più. Ripartirono senza di me.
Credevo frenasse e facesse retromarcia, invece sparirono dalla mia vista.
Mi convinsi che non sarebbero più tornati, non sapevo cosa fare, vidi che la gente andava tutta verso una festa, era la Festa dell'Unità, così entrai anch'io.
Pensavo a come fare ora che ero solo, avevo fame e sete ma avevo pochi soldi in tasca, riuscii a comprarmi un panino e un bicchiere d'aranciata; mi sedetti su una sedia a pensare cosa fare ora che ero solo, intanto guardavo quelli che stavano ballando il liscio romagnolo.
Dopo un po' di tempo arrivò mia mamma trafelata, con dei dirigenti della festa e un vigile urbano: "Non ti trovavamo, credevamo ti avessero rapito, abbiamo posteggiato la macchina e siamo tornati a prenderti ma non c'eri più, abbiamo chiesto ai vigili, stavamo per andare dalla polizia a denunciare la tua scomparsa!"
Replicai che erano stati loro che mi avevano abbandonato, mio papà m'aveva aveva buttato giù dalla macchina dicendomi che non mi voleva più, allora si vergognarono in mezzo alla gente e non mi rimproverarono troppo.
Andammo a prendere il treno per Roma.
Salendo tutti spingevano come dementi per accaparrarsi i posti, così noi restammo in piedi senza posto per dormire, ci sedemmo su dei seggiolini nel corridoio.
Arrivò un controllore e vedendoci lì ci fece andare in prima classe, così noi facemmo il viaggio in prima classe comodi, con un bel reparto letto riservato solo per noi, mentre gli altri furbastri se lo fecero in seconda classe, ammassati in sei in ogni reparto letto; il mattino dopo molti dissero che non erano riusciti a dormire.
Arrivati a Roma ci portarono in un prestigioso albergo di lusso col quale avevano fatto una convenzione aziendale, era accanto a Piazza di Spagna, nella strada dietro la scalinata di Trinità dei Monti.
C'era un ambasciatore e gente simile nella hall, ci guardarono in maniera strana quando arrivammo noi famiglie fantozziane.
Al banco della reception c'era un tipo con un'aria sostenuta, moro magro abbronzato, con una giacca rossa.
Notammo che con i pezzi grossi si sperticava in moine e ringraziamenti, accompagnati da piegamenti della testa che per poco non sbatteva la fronte sul banco, mentre a noi poveracci della comitiva ci trattava con un certo cortese distacco, perciò mi fu subito antipatico, inoltre era venuto pochi mesi prima a fare uno spettacolo per le scuole un circo in cui c'era il fachiro che gli assomigliava, dissi a mio fratello: "Guarda quello, assomiglia al fachiro del circo, gli manca solo che si metta una spada in bocca e gli esca la punta dal culo o su per il culo e gli esca la punta dalla bocca".
Ci mettemmo a ridere, ma mio padre a distanza percepì "culo...culo", venne e mi strinse un braccio sussurrandomi ferocemente: "Guarda di comportarti bene e non dire parolacce altrimenti ci buttano fuori!"
Ci diedero delle camere bellissime con letti lussuosi, c'era un impianto di filodiffusione nei comodini, telefono, tanti bottoni per ventilatori, aria condizionata, luci varie...tutta roba che noi bambini non avevamo mai visto,  misero me e mio fratello in una camera e i miei genitori in un'altra.
Andai in bagno e vidi che l'acqua della tazza era alta, non era bassa come da noi a casa, allora mi misi a dire che c'era il cesso intasato, il fachiro si dava un sacco d'importanza ma non teneva neanche in ordine i bagni, presi il telefono premetti il numero della reception e urlai: "Fachiro vieni a sturare il cesso!" Appesi, mi coricai sul letto a ridere, poi pensai che sul cuscino ci aveva dormito tutta la gente, allora presi un fazzoletto da naso grande pulito dalla valigia e lo misi sul cuscino, ne diedi uno a mio fratello più piccolo dicendogli di fare altrettanto e di chiudere la porta a chiave, che non venisse mentre dormivamo quel muso da ladro del fachiro a rubarci la valigia o a protestare perché al telefono lo avevo chiamato fachiro.
Ci addormentammo subito.
Ci svegliammo poco dopo con le grida dei miei genitori e di parecchio personale dell'albergo, erano tutti in camera nostra.
Avevano trovato la camera chiusa da noi dall'interno e dovevamo andare a pranzo, così avevano picchiato sulla porta ma noi addormentati non sentivamo, temevano stessimo male allora avevano dovuto chiamare il personale per aprire la porta, chiusa dal dentro. Andammo a cena.
Quella notte stessa sentii nella strada sottostante una sparatoria, il mattino seguente chiesi e mi dissero che era passata al polizia che inseguiva dei rapinatori, sparandosi.
Quel particolare mi colpì molto, mi sembrò di essere in un film, con inseguimenti e sparatorie, però mi dava una sensazione di pericolo esserci dentro, preferivo la pace della campagna.
Della visita alla città ricordo che era estate e c'era un caldo pazzesco, col sole che riverberava sui marmi e le pietre dei monumenti, pochi alberi e tanto gas di scarico del traffico, non mi piaceva.
L'unica cosa che mi affascinava di Roma erano i freakettoni che vedevo a Piazza di Spagna.


mercoledì 9 settembre 2015

479 - PROPOSTE

Non essere mai come vorrebbero,
non omologarti
col voler farsi accettare
col condividere il sorriso untuoso e complice,
rifiuta sempre lo sguardo connivente.

Allontaniamoci.

Respireremo liberi
aria pura
stando fuori.

sabato 5 settembre 2015

478 - Umani ancorati

Sbilenchi sabati autunnali
con illusioni estive svolazzanti
altrove
da umani ancorati
nei porti delle abitudini.


477 - Gioventù

Vedo pochi giovani e non parlo di età, ma parlo di gioventù mentale, di entusiasmi, di menti aperte.
A volte noto dei settantenni più freschi mentalmente di molti ventenni, persino più in forma fisicamente.
Credo sia il fatto che nascendo col culo nella bambagia non sai sognare, entusiasmarti, lottare per ottenere ciò che desideri; sai solo annoiarti dopo un po' con tutto, oggetti o persone, e fare il broncio per pretendere i soldi dai genitori.
Ovviamente non sono tutti così i giovani, ce ne sono di svegli e molto intelligenti, che mandano pure affanculo le imposizioni e cercano nuovi modi d'essere.
Ma sono una minoranza, tutto ciò che è buono di solito è minoranza, la maggioranza tende ad aggregarsi attorno alla stupidità, al ragionamento di pancia, al quieto vivere, al subire perché ...tanto il mondo va da sempre così...bisogna adattarsi, per sopravvivere...cosa vuoi farci.
L'importante è non seguire la massa ma sé stessi con i propri sogni, senza deprimersi e rassegnarsi mai, sempre col vaffanculo in canna per chi ti ostacola.
Allora l'età influirà poco, vivrai la tua vita pienamente, in ogni istante, con gli attimi che scorrono vividi e i ricordi che si tatuano dentro; persino se fallirai ogni tuo obiettivo avrai almeno vissuto come volevi tu, essendo te stesso, non quel burattino che volevano farti diventare gli altri.


Immagine: Banksy

venerdì 4 settembre 2015

476 - EQUILIBRISMI

Perdo
i passi delle ombre
sull'acqua piovana
tra l'incombenza delle nuvole
e le esistenze che cadono
nelle crepe del tempo
in cui svaniscono le stagioni.

Mentre ci reggiamo
in precari equilibri cosmici
con i disperati alibi
dei coloratissimi ultimi acquisti
e degli organi genitali preferiti
chiamati amori.

Certi rivoltosi
si ribellano
fin dove arriva
il guinzaglio
che temono di perdere.

Invece io
l'equilibrio delle illusioni
lo rifiuto
e rotolo
nella polvere
dell'infinito.















475 - SOLITARIAMENTE

Io sono solo
vivo solo
mangio da solo, cammino da solo
ma per fortuna, quando trovo compagnia
mi sento ancor più solo.




martedì 1 settembre 2015

474 - IL FALCO

C'era il Falco, in quanto predatore di femmine, un imbianchino che si atteggiava a conquistatore, trombatore, affascinante playboy.
Alla sera usciva vestito di marca, poi capitava verso le due di notte da noi ragazzini con qualche anno meno di lui, che sedevamo sulle panchine della piazza, veniva a raccontarci le sue avventure.
Erano sempre ragazze bellissime conosciute casualmente nelle più svariate discoteche, offriva loro da bere e poi proponeva di portarle a casa, affascinate da cotanta eleganza accettavano, poi si fermava lungo la strada...e ci raccontava.
Era magro, bruttino, basssotto, aveva capelli neri e curatissimi con una taglio alla Toto Cutugno, usava dopobarba e profumi che si sentivano a metri di distanza, jeans a sigaretta strettissimi e per sembrare più alto stivaletti anche d'estate, più maglie o camicie alla moda firmate, collane e braccialetti vari d'oro, e aveva un accendino zippo a benzina color oro che scoperchiava mentre parlava, interrompeva il racconto di solito nei punti cruciali più spinti, accendeva la marlboro con aria vissuta, mentre tutti aspettavano il seguito della storia, qualcuno rimaneva persino con la bocca leggermente aperta nell'attesa, lui nel silenzio più totale del pubblico richiudeva con calma lo zippo, dava qualche lunga, interminabile boccata, quella prima di riprendere il discorso ne espelleva bruscamente il fumo per il naso, con aria un po' scocciata, riprendeva la narrazione delle sue vicende erotiche.
La trama era sempre quella, prima pompino, poi in vagina un paio di venute che ci descriveva nei particolari, se la conosceva già in genere ci raccontava che glielo infilava pure dal retro per la terza venuta.
C'era l'orologio del municipio che batteva le ore, se lo interrompeva mentre stava parlando il Falco contava i rintocchi aggiungendo delle ore, se a esempio erano le quattro del mattino, lui contava i rintocchi ad alta voce dicendo  "Uno". "Due". "Tre"."Quattro". Poi emetteva un forte rutto dicendo "Cinque". Poi un altro rutto "Sei". Poi una scorreggia: "Sette". Un'altra: "Otto". Un'altra ancora "Nove".
In genere arrivava un ruttone finale: "E dieci! E vaffanculo quella faccia di merda del sindaco e il suo orologio rompicoglioni!"
Noi ridevamo, era stupefacente soprattutto come avesse sempre pronta dell'aria in eccesso da espellere dagli orifizi; però dopo un po' ci si rompeva le palle ad ascoltare le sue storie sempre simili, si finiva per chiedergli dove aveva comprato la maglietta o i jeans, a volte sbagliava a dire il nome allora si dava uno schiaffo,  diceva: "Questa è CP Company. No!" Dandosi un forte schiaffo su una guancia. "Questa è Gb Pedrini, mi sbaglio sempre."
Una notte facendo la solita scenetta di continuare i rintocchi dell'orologio con rutti e scorregge arrivò al dodici con una scorreggia dal rumore strano, una specie di plof.
"Cazzo, mi sono cagato addosso!"
Ci salutò e si allontanò andando verso casa, camminando con gambe tipo cowboy appena smontato dal cavallo.
Diversi anni dopo incontrai il Falco al bar, in un freddo e nebbioso sabato sera d'inverno.
Appena mi vide mi prese per un braccio, mi allontanò dal bancone e avvicinandosi con la bocca al mio orecchio mi disse a bassa voce: "Vieni con me, ho un appuntamento con due ragazze che ho conosciuto, sono uno schianto, una più bella dell'altra e disponibili, da perderci la testa, ma se vado da solo non combino niente, non sono tipe che fanno cose a tre, ci vuole uno che mi accompagni e si prenda l'altra, l'amica di quella con cui ho più confidenza, la più alta delle due. Vieni tu con me!"
"Se sono belle e disponibili come dici mi va bene, a me piacciono quelle alte e  sono libero da impegni stasera, vengo! Dove dobbiamo andare?"
"In riviera romagnola, dopo Rimini."
"Cazzo dopo Rimini, con quella nebbia che c'è! Spero ne valga la pena."
"Non preoccuparti, andiamo con la mia macchina, guido io che conosco bene la strada, ho la macchina nuova, così ci presentiamo meglio, tu hai quella citroen scassata e ammaccata da tossici, sembriamo evasi da una comunità di recupero se andiamo con la tua. Sono le più belle della discoteca, hanno sempre gli occhi di tutti addosso, dobbiamo presentarci bene ed è un posto di classe, sarebbe meglio che tu andassi a casa a cambiarti."
Avevo un giubbotto in tela verde militare, jeans stracciati e una berretta di lana calcata sugli occhi, istintivamente mi venne da mandarlo affanculo, lui percepì dalla sguardo e mi spiegò che era un posto di classe, buttavano fuori anche lui se si presentava con me messo così, mi disse: "Vestiti col tuo stile, anche eccentrico, ma meglio possibile." Le parole e il tono con cui me lo disse erano rispettose, mi piacquero, poi avevo pure il cervello in tiro per le superfighe che diceva, andai a casa a vestirmi meglio.
Mi misi un paio di calzoni bianchi in velluto e una camicia in panno color marrone con dei disegni tribali africani neri, tirai fuori un paio di vecchi stivaletti a punta col tacco poiché aveva detto sarei andato con quella alta, mi misurai col metro avvolgibile, con quelli ero 186 centimetri, le sarei piaciuto. Mi misi un vecchio impermeabile che avevo comprato sul mercato anni prima, sembravo Adriano Celentano dall'abbigliamento.
Per dare un tocco di classe mi legai al collo una sciarpa di seta color oro con dei disegnini blu, era di mio padre e la usava quando andava in moto, o poi in vespa, al lavoro; le tarme l'avevano bucherellata, ma piegai all'interno la parte bucata, me la legai alta sul collo e mi pettinai i capelli all'indietro, ora sembravo uno spacciatore sudamericano benestante, mi avrebbero fatto entrare.
Doveva passare a prendermi davanti a casa.
Uscii tra la nebbia che stava aumentando, mi venne in mente allora che non sapevo che macchina avesse, mi aveva detto che ha la macchina nuova senza dire che tipo di auto si era preso, non l'avevo vista, ero uscito dal bar ed ero tornato a casa con la mia. Pensai che sicuramente la sua sarà stata un'auto di lusso, visto quello che aveva detto della mia, aveva un amico con la bmw e l'altro con il mercedes, lui dal tipo che era probabilmente si era preso il bmw.
Guardavo le poche macchine che passavano e vidi un bmw nero, feci cenno che si fermasse ma tirò dritto, non era lui.
Arrivò una fiat 127 rosso mattone con un'antenna della radio gigantesca, era sicuramente qualche anziano, guardai verso la macchina successiva, ma si fermò.
Era il Falco.
"Bravo, sei vestito benissimo, dai che andiamo e le sfondiamo in tutti i buchi!"
Salii e partimmo.
Sull'autoradio aveva inserita una cassetta di Claudio Baglioni, c'era una nebbia che si vedeva appena la prima riga spezzettata di mezzeria.
 Per un po' parlai con lui, poi non ce la feci più e scoppiai in bestemmie e imprecazioni.
"Portami indietro se dobbiamo farci delle ore di macchina nella nebbia con questa musica!"
"Cambia, ho delle altre cassette."
Mise una mano dietro il sedile e mi passò un contenitore con delle musicassette, accesi la luce di cortesia, guardai: Antonello Venditti, Pooh, ancora Baglioni, una compilation dell'ultimo San Remo, Alice, Elton John, Dire Straits, Lucio Battisti, un paio di compilation dance.
Misi su i Dire Straits, da viaggio in auto vanno sempre bene.
Fu un viaggio interminabile, la nebbia si alzò un po', ma sbagliammo strada, finimmo in un paesino sconosciuto con case antiche, sembrava di essere tornati indietro nel tempo, dovemmo fare un giro lunghissimo per tornare sulla strada giusta, dopo quasi tre ore di viaggio arrivammo finalmente dove c'era la discoteca.
Era quasi l'una di notte, ma c'erano poche macchine sul piazzale.
Andammo dentro.
Io vestito da narcos e il Falco da tamarro elegante con giubbotto di pelle nero e jeans, stivaletti a punta entrambi, ci si parò di fronte un armadio di buttafuori oltre i due metri che io non gli arrivavo alle spalle; sembrava volesse buttarci fuori, invece gentilissimo ci indicò la biglietteria e il guardaroba, ci spiegò che avevamo una consumazione libera compresa nel biglietto.
Entrammo attraverso una specie di sipario.
Un ambiente triste, deludente, con luci soffuse e musica banale da discoteca.
C'era uno strano miscuglio di fighetti firmati e dall'aria arrogante cocainomane oppure dark pallidi impediti, che sembrava fossero minimo due settimane che non cagavano o avessero mezza Thailandia in vena.
Venivano verso noi due ragazze dark, una bionda bassa e una mora alta, pallide come fossero morte in via di putrefazione, gli chiesi se erano loro.
No.
In effetti aveva detto ragazze eleganti e strafighe, non potevano essere quelle due dark in fin di vita.
Andammo al bar a reggere il bancone e sorseggiare un paio di bourbon con la consumazione.
Passava qualche bella ragazza, era passata l'una e mezza, cominciava ad arrivare più gente, pensavo a loro che erano le più belle, mi aveva detto che avevano un appartamento li vicino, m'immaginavo una notte di sesso con la ragazza alta, eravamo nudi, ci baciavamo ovunque con passione, la mia lingua scorreva sul suo corpo,...
Mentre io avevo il trip erotico lui saluta due piccole culone brutte ed esaltate, neanche lo guardano, vedo che rincorre la più  bassa e la prende per il braccio, lei le dice: "Ma che cazzo vuoi?"
E lui: Ma non ti ricordi di me? Lei neanche lo bada, con fare antipatico dice che in compagnia con degli amici, parlotta con la sua amica, lei sarà 150 centimetri con i tacchi e i denti marci, la sua amica 160 cm con tacchi e viso pieno di brufoli, parlottano e se ne vanno.
Lui ritorna al bancone del bar, ci prediamo un altro giro di bourbon. Poi mi chiede se andiamo al bar davanti al piazzale che tengono aperto tutta la notte, così si prende le sigarette e possiamo bere qualcos'altro spendendo meno,
Usciamo e andiamo nel bar, prendiamo un paio di birre e le sigarette. Poi un altro giro di birre. Al terzo giro gli chiedo se si può andare noi dalle figone, se sa dove hanno l'appartamento possiamo andare a vedere se ci sono.
"Mi hanno detto che non possono venire."
"Ma quando le hai viste?"
"Prima in discoteca."
Io delusissimo:
"Potevi dirmelo, non le ho neanche viste!
Dopo un attimo mi si accese il cervello, feci uno più uno uguale le due mostriciattole stronze.
"Ma stai scherzando???? Erano quelle due antipaticissime cesse in miniatura???"
"Mi parevano meglio l'altra volta."
Mi veniva voglia di rompergli la bottiglia di birra vuota sul cranio, feci fatica a trattenermi.
"Andiamo a casa che è meglio." Dissi.
"Sì, stavolta ci è andata male, ma sarà per la prossima volta."
Si alzò, prese altre quattro birre in bottiglia e pagò per entrambi.
Tornammo a casa mestamente tra la nebbia, fumando sigarette e bevendo birra.
Non ci fu mai la prossima volta.



473 - BUK

Ieri lungo la statale ho visto Charles Bukowski.
Era identico all'originale, stesso fisico, stesso viso, stessi capelli, stessa barba, vestito come lui con una maglietta scura e una paio di calzoni sformati stava andando contromano lungo il bordo della strada statale, sotto il sole di mezzogiorno con la schiena curva, trascinandosi dietro un semivuoto minuscolo zainetto col carrellino, con dentro tutte le sue cose.
Tutto correva veloce in direzione contraria alla sua, tutto lo sfiorava, niente lo toccava, né gli enormi Tir pieni di merci, né le auto, né i camper dei vacanzieri, né qualsiasi cosa.
Immerso in un suo mondo camminava contromano, partito da non si sa dove diretto a non si sa dove, probabilmente non lo sapeva nemmeno lui.
Se fossi andato nella sua direzione forse mi sarei fermato e se fosse salito per attaccare il discorso gli avrei chiesto se legge Bukowski.
Magari mi avrebbe detto che legge Fabio Volo e non sa chi sia Bukowski.