martedì 30 dicembre 2014

408 - ESSERE NELLE FOTO

Il futuro è sparito,
il passato è perso
e il presente è
in foto sparpagliate,
in occhi dietro monitor e e finestre,
in facce in posa davanti agli specchi,
fotografandosi
per essere avere,
sorridendo a tutti ma a nessuno,
cercandosi una faccia massmediabile
per personificarsi in un'offerta
imperdibile.

Nel frattempo, per la strada,
ogni cane randagio caga molto
sul marciapiede
e la sua merda aspetterà
ogni tuo futuro
passo falso.








407 - IL CANE VECCHIO

Ho il cane vecchio con la cataratta a entrambi gli occhi, pure io ho un inizio di cataratta, e vaghiamo così tra campi e spiagge, lui quasi cieco e io che faccio da cane guida a lui, lo tiro da una parte o dall'altra per fargli evitare gli ostacoli. Se lo lascio libero finisce nelle buche, si pianta i rami addosso, sbatte contro ogni ostacolo.
Un giorno sono andato a pisciare in spiaggia dietro a un cespuglio e tornando non trovo più il cane, lo cerco andando verso una direzione, poi verso l'altra; niente non c'è. Dopo oltre mezz'ora mi avvio per tornare a casa senza cane, ma vedo da lontano un gigante dell'est, tipo un wurstel di circa 2 metri ben oltre il quintale, pieno di grasso e con gli occhiali cammina accompagnandosi con 2 bastoni ed è seguito a distanza da un cane bianco, vado nella sua direzione e vedo che è il mio cane. L'insaccato mi guarda male, io lo guardo male, perché vedendo che il cane lo segue impaurito mi immagino che lo abbia minacciato o menato con uno dei suoi bastoni del cazzo poiché si avvicinava credendo fossi io; chiamo il cane e gli metto il guinzaglio.
Il wurstel gigante si allontana silenzioso, la voglia di prendere un ramo depositato sulla spiaggia e spaccargli la faccia la reprimo a fatica.
Ho ritrovato il mio cane vecchio e semicieco, tutto va bene.

venerdì 26 dicembre 2014

406 - VAGARE

Guardo i volti passanti
offerti sofferti
tra ciottoli antichi
sotto i piedi
tra alberi tollerati
sopra la testa
il sole sbatte sulle facce
e ci attraversa
mentre io attraverso persone,
entro ed esco da un bar
lasciando due tracce di saliva
e un sorriso di circostanza
tra i seni della barista
che mi sfuggono
cercando di fermare il tempo
compro un quotidiano
e due monete di resto
mi faranno compagnia,
mentre siedo sulla panchina
mi chiedo se esisto
leggo il giornale
lasciandolo con le mani
guardandolo sparpagliarsi
nel vento nel viale
tra ciottoli e alberi.

Mi alzo e ritorno
vagante
tra le parole disperse
e i volti offerti
calpesto i discorsi già scritti,
poi prendo le monete in tasca
me le getto alle spalle,
tentando di perdere le zavorre,
tentando di arrampicarmi sugli alberi,
penso:
ho visto troppo
per essere felice,
ho vissuto troppo poco
per poter morire
in ogni momento passato.

Intanto tra le gambe
rimembro la perfezione
dei seni della barista,
e sto meglio.








405 - LE PREVEDIBILI AVVENTURE DELL'UOMO-SANDWICH

Nelle strade vagano
troppi sandwich pubblicitari
generati dagli spot,
che pagano
per poter esibire i marchi.

Chiedo loro in che via si svolge
la cagata del giorno
- Segui il flusso - mi dicono.

Ringrazio e vado
in direzione contraria,
mi volto,
guardo la folla di spalle
chiedendomi come e perché
scoprendo che non esiste un senso
per ogni idiozia
per ogni morto dentro
per ogni pensiero perso
per tutti i minuti sprecati
tentando di vivere
il nulla indotto.

Mi giro verso la mia direzione
e noto,
finalmente,
qualcosa di meraviglioso
che non c'era mai stato
anche se c'era da sempre.




sabato 20 dicembre 2014

404 - VINCENTI

I vincenti
hanno
come premio un sacco di pelle,
pieno di ossa e carne
che per comodità chiameremo corpo,
viene loro concesso di usarlo
per poche ore la settimana,
chiamate ore di svago,
tutto il resto del tempo
il loro corpo è riservato
in esclusiva alla società
che ha permesso loro di essere
vincenti.
E chi protesta diventerà un perdente.

Woman in the Sun - Edward Hopper

403 - DISIMPARATE

Non comprate libri,
non leggete giornali,
non informatevi,
non imparate niente di nuovo,
così il benessere vi pervaderà,
sarete contenti
se vedrete la foto di un gattino carino su Facebook,
riderete a crepapelle
con i programmi televisivi più stupidi,
e felici ed entusiasti
se vi permetteranno una volta alla settimana
di avere degli spiccioli per comprarvi una pizza da asporto
ringrazierete i vostri carnefici.
Fate così,
restate sempre
buoni e zitti
senza protestare né pensare.
Vivrete bene,
da poveri stronzi ma bene.



giovedì 18 dicembre 2014

402 - in ogni oggi

Bombardamenti devastanti
percepiti mediaticamente
silenziosi e sexy
mentre le pietre certezze
si frantumano
tra le mani
rimane
solo il vuoto esistenziale
e così attraverso
la nostra bufera
di tempi vuotamente gioiosi
cercando almeno un motivo
per questa obbligatoria
nevrastenica generica allegria
insensata
che ci fa sempre avanzare
indifferenti
oltre ogni baratro
pensando solamente al nuovo
entusiasmante, sorpendente, appagante
mesto nuovo acquisto
da gettare quasi subito
tra i rifiuti
col nostro tempo
perso.


401 - l'amo

Amo l'amore
anche fosse solo amore per un amo
o in generale,
ma soprattutto
amo te qui con me,
amo tenerti tra le braccia
penetrarci parlarci
riderci raccontarci
significarci
viverci.
Però poi non sopporto
le parole inutili
esibizioni
in poesie sull'amore
ripetutamente insignificanti,
compresa l'ennesima:
questa.


martedì 16 dicembre 2014

400 - ADORO

Adoro l'ignoranza
quando
non è sovrascritta da mezzi di comunicazione
l'ignoranza pura
semplice
elimina la civiltà
senza i suoi marchi di appartenenza
c'è l'estasi dagli occhi
guardando un mondo
sempre nuovo
in assenza di filtri mentali
puramente, liberamente:
adoro l'essere bestiali.



sabato 13 dicembre 2014

399 - il negozio di mio nonno

Mio nonno aveva un negozio in cui non andava quasi nessuno, attendeva di avere gli anni per maturare la pensione perciò teneva aperto anche con un cliente alla settimana, quando andava bene.
Con un desolato neon che illuminava nel negozio semivuoto delle ciabatte fuori moda da decenni, dei vestiti da mondina anni 50 e dei cappelli con cui non vedevi girare più nessuno da anni, e se te ne provavi qualcuno per ridere a volte ci trovavi dentro un topo morto, probabilmente dal freddo e dalla fame; infatti d'inverno non accendeva neanche il riscaldamento e si metteva una busta di nylon in testa per stare caldo, faceva un freddo tremendo in quel negozio, c'erano 2 o 3 gradi in genere.
Aveva però una dieta antigelo, che seguiva anche d'estate; beveva un bicchierino di liquore all'uovo al mattino per colazione con qualche biscotto, poi a mezza mattina beveva un cognac perché diceva fa bene al cuore, poi a pranzo vino rosso in abbondanza con alla fine un caffè corretto con grappa e poi un amaro per digerire meglio, al pomeriggio una o due birre in lattina che dissetano, a cena ancora vino, poi andava all'osteria a bere il resto.
In negozio giocava continuamente alle parole crociate per ingannare il tempo, ma le faceva a modo suo.
C'era la definizione: Capoluogo della regione Lombardia.
Lui scrisse: Lupppo.
E io chiesi: - Ma perché hai scritto Lupppo con 3 p?
Lui: - Perché con una p non ci sta.
- Ma andava scritto Milano, non vedi che ci sta giusto.
Lui: - Avevo voglia di scrivere Lupo lì.
Oppure un'altra volta c'era la definizione: E' stata amante di Ulisse.
e lui scrisse Sarag.
Gli chiesi che significava Sarag.
Mi disse: - Saragat.
Io: - Ma era il Presidente della Repubblica, invece era Circe che è stata l'amante di Ulisse, guarda che ci sta, ci entra giusto il suo nome.
Lui: - Ma lo sarà stato anche Saragat e ci sta il nome, basta non scrivere le ultime lettere.
Io -Che poi adesso c'è Leone che è Presidente, e ci stava nelle caselle.
Lui: - Vero. Leone ci sta.
Corresse scrivendo Leone.
Era un naif-dadaista.


domenica 7 dicembre 2014

398 - TRASFORMAZIONI

Ero vivace,
sempre attivo e combattivo
vestivo  eccentrico
avevo idee fuori dagli schemi
ero  fuori da ogni catalogo
e spaventavo
dei ragazzini scappavano vicino alle loro mamme
dei reazionari hanno tentato di ammazzarmi
delle forze dell'ordine mi pedinavano e denunciavano,
ma gli amici mi stimavano.

Però nel passare degli anni
andando controcorrente
mi sono ritrovato solo
qualcosa si è spento
lentamente
mi sono chiuso
depresso
dentro di me
e col tempo ho assunto altre sembianze,
quelle di un timido impiegato parastatale,
di quelli sepolti in qualche ufficio inutile,
che trascorrono giorni, mesi, anni tutti uguali,
nascosti alla vita
fregandosene della vita
fregati dalla vita
attendendo di predare una pensione
tra infiniti caffè alla macchinetta,
infinite chiacchiere sul calcio
e infinite seghe sui siti porno
durante l'orario di lavoro.

Il problema più grave
è che nemmeno lavoro
e niente pensione,
sembro uno di loro senza esserlo,
un cesso completo sarei
se non che per fortuna
scrivo
qualcosa andando a capo spesso,
lo spaccio per poesia sul web
e mi considero un artista.

Il suicidio aspetta
o c'è già stato
o più probabilmente non si esiste
mai abbastanza.



sabato 6 dicembre 2014

397 - poesie per tutti

La poesia è infiniti generi e sfumature, come le musica, la pittura, e ogni forma d'arte; ognuno se ha una sua poesia la deve esprimere, poi qualcuno, fosse anche solo lui stesso, può trovarci qualcosa dentro che gli dà più di altre famose, celebrate e ben scritte; ed è anche per questo che trovo assurdi i concorsi di poesia con vincitori e vinti, non è una corsa a chi arriva prima, ma sono parole che entrano nella mente e con cui puoi essere in sintonia o meno, sono gusti soggettivi, perciò non saranno mai oggettivi.

giovedì 4 dicembre 2014

396 - Il commerciante di stoffe (racconto breve)

C'era in paese un commerciante di stoffe, alto, longilineo, aveva i capelli brizzolati pettinati all'indietro con la brillantina e il baffo brizzolato, sempre vestito elegante, con completi grigi a quadri in tessuto Principe di Galles, camicia di solito bianca e con la cravatta a disegnini sul giallo o sul rosso, d'inverno aveva vestiti simili ma in stoffa più pesante e tra la camicia e la giacca spuntava un maglione con collo a V abbinato al colore della cravatta, se era gialla il maglione era giallo, se era rossa era rosso.
Il suo era un ampio negozio, con le pareti interamente occupate da alte scaffalature in legno rossiccio che sembrava il legno di un veliero, erano scaffalature piene di variopinte stoffe, il bancone in legno identico alle scaffalature era di fronte all'entrata davanti alla zona dove c'era una serie infinita di cassettini in legno, col pomello color ottone e con attaccata ad ognuno una piccola etichetta in cartoncino con delle lettere e dei numeri incomprensibili, che solo lui capiva.
Delle volte passavo per prendere qualcosa per mia nonna o mia mamma, magari 4 bottoni uguali a quello che mi davano da mostrare, o del filo che avevano finito di una certa tonalità, di cui avevo un pezzetto.
Lui inforcava gli occhiali per vedere da vicino, prendeva con fare sapiente il pezzetto di filo, lo osservava con cura, come un chirurgo analizza la parte dove deve operare, poi si voltava e apriva un cassettino a colpo sicuro, tirava fuori le spagnolette dello stesso colore e tonalità, e tra quelle tonalità che a me sembravano tutte uguali lui ne sceglieva una che lui sapeva che era solo lei quella giusta, ecco che ti porgeva una spagnoletta di filo identico, non cambiava di una minima sfumatura, potevi farlo analizzare anche dalla Nasa ed era un filo identico a quello che avevi fatto vedere, solo quello era veramente il tuo colore e solo lui sapeva tirarlo fuori dall'interno di quella specie di negozio-veliero, quei magici cassettini in legno rossiccio sembrava contenessero tutti i colori dell'universo, e lui era l'esperto capitano che navigava tra i colori di ogni arcobaleno possibile in tutte le galassie per porgerti qualsiasi colore desideravi.
Il denaro non lo toccava, non lo riguardava, si doveva andare alla fine del bancone in cui c'era uno stretto e alto registratore di cassa in metallo nero, dietro c'era nascosta una donna piccola e magra, sempre silenziosa che neanche ti accorgevi ci fosse, era sua moglie, lui le diceva "Batti 200" e lei batteva sulla tastiera del registratore di cassa, dei numeri bianchi in cima al registratore indicavano 200, "200 lire" diceva lei, le davi la moneta da 200 e lei diceva "Grazie e arrivederci" porgendoti uno scontrino con su scritto "200 lire. Grazie e arrivederci", non l'ho mai sentita dire altre parole che non fossero quelle poi ripetute sullo scontrino, sembrava sotto effetto di stupefacenti con lo sguardo dilatato nell'ammirare quel suo marito che pareva la sola ragione di vita che aveva, si annullava nell'ammirazione del marito, penso che il registratore di cassa fosse una scusa non essendo ancora obbligatorio non ce l'aveva quasi nessuno, serviva solo per la contabilità interna, ma essendo solo loro due, non essendo un negozio con decine di commessi, pareva solo una scusa per stare vicina al marito anche durante il giorno, potendo così guardarlo continuamente, ammirata e ammutolita.
Nel mentre uscivi lui ti salutava con un "Arrivederci" accompagnato da un discreto sorriso e da un piccolo svelto gesto della mano, che sfiorava la fronte e si dirigeva verso la tua direzione, come a simulare che si toglieva un cappello che non aveva in tuo onore mentre uscivi dal negozio.
Anche quando entravo, nonostante fossi un ragazzino spesso spettinato, vestito male e di frequente ero accompagnato da un paio di amici teppisti che già fumavano, rubavano motorini e giravano col coltello in tasca, lui ugualmente quando entravamo ci salutava con un cordiale "Buongiorno, in che modo posso soddisfarvi?" Finché percepì di risposta un sussurrato troppo forte "Puoi ciucciarci il cazzo" da un mio amico, così gli fece modificare la frase di saluto limitandola a un secco "Buongiorno", e spariva anche la cordialità quando ci vedeva.
Pochi anni dopo suo figlio si mise a spendere per fare la bella vita, macchine sempre nuove, giocava d'azzardo, sniffava e faceva debiti in giro, lui iniziò a pagare i debiti che faceva il figlio, nel frattempo la gente aveva iniziato ad andare meno dai sarti e si compravano vestiti già confezionati, gli affari calavano, finché non fallì, e il figlio visto che i soldi erano finiti se ne andò all'estero.
La moglie ammiratrice si ammalò e lui per guadagnare qualcosa si mise a vendere i bottoni e il filo da cucire davanti all'ingresso della palazzina dove abitava, con un tavolino minuscolo da picnic, sembrava da lontano un bambino che si era messo a vendere i giornalini di fumetti, ma avvicinandoti notavi che era un bambino ultrasessantenne col vestito e la cravatta, con sul tavolino qualche bottone, delle multicolori spagnolette di filo e alcune scatoline d'aghi; d'inverno col freddo si metteva dentro nell'androne interno, sotto le scale, per cui se andavi a trovare qualcuno nella palazzina quando iniziavi a far le scale per salire sentivi: "Mi scusi, mi scusi". Guardavi da dove proveniva la voce e vedevi la sua testa ormai canuta sporsi da sotto le scale, tra i manubri e le selle delle biciclette degli inquilini, "Buongiorno, mi scusi se la disturbo, se ha bisogno di materiale per cucire ho dei prezzi vantaggiosi"
Rispondevo: "No, grazie, non mi serve", qualche volta scendendo dicevo che mi sono ricordato che mi serve una spagnoletta di filo bianco o blu e la portavo a casa a mia mamma, anche se ne aveva già, era tanto per lasciargli qualcosa.
Dopo un po' morì la moglie, cominciò a farsi vedere vestito male con una faccia depressa, sembrava un senzatetto della stazione, era lei l'artefice della sua eleganza e quella che gli dava l'energia per combattere anche nei momenti più difficili.
Alcuni mesi dopo notai che quando scendevi dalle scale non si ricordava più di averti già visto, ripeteva da capo quanto ti aveva detto prima; da lì a poco non lo vidi più, mi dissero che gli avevano diagnosticato la demenza senile e lo avevano portato nell'ospizio dei poveri, quello dove l'odore di piscio si sente già dalla strada.
Ora al posto del suo negozio c'è una gelateria con gli interni blu e dei banali disegni di personaggi dei cartoon sui muri, per rallegrare i bambini teledipendenti; prevalgono i prodotti industriali preconfezionati e pervade il desiderio di essere uguali agli altri, anche quando ci si veste; perciò credo che fosse più importante di quel che si crede quel qualcosa che abbiamo perso, tra i sottoscala e gli ospizi dimenticati, mentre ogni veliero dell'immaginazione è svanito per sempre, immerso tra gli infiniti colori possibili nell'universo.



giovedì 27 novembre 2014

395 - cercandosi

Ti cercavo.

Nel blu,
tra i bordi delle nuvole.

Nell'infrangersi della pioggia,
tra i vetri rotti delle case abbandonate.

Nelle stanze dimenticate,
tra i corpi nudi senza nessuno.

Nelle foglie staccate dal vento,
tra i passi verso l'ignoto.

Negli sguardi nel vuoto,
tra le persone assenti nelle strade.

Negli ultimi perché,
tra i pensieri calpestati dagli avvenimenti.

Ho cercato un noi
tra soli io
svolazzanti nel tempo
perduto.



sabato 22 novembre 2014

394 - punti fermi sul nulla

Se danzi per gli specchi
le tue risate
saranno schianti nel vuoto.

Se segui le scie delle marmitte
potrai ritrovare il tuo vero volto
nel cassonetto della raccolta indifferenziata.

Se vuoi certezze
scrivi i tuoi dati su un cartellino
appendilo al petto e controllalo
ogni volta che ti cercherai.

venerdì 21 novembre 2014

393 - AUTORITA'

L'autorità è un simpatico orsetto
e cura i bambini buoni,
mentre quelli cattivi
saranno trucidati senza pietà
negli angoli oscuri
delle telecamere di sorveglianza.
Dentro le irradiazioni dei monitor
carne umana si autocontrolla
eliminando chi non è uguale e in regola
con i regolamenti comportamentali.
Va sbeffeggiata ed eliminata
qualsiasi forma di differenza
per avere i buoni punto
e ottenere i premi promessi
dal catalogo illustrato.

mercoledì 19 novembre 2014

392 - L'ascia o raddoppia (racconto d'amore)

Dormiva.
Avevano appena litigato, le aveva detto che domani mattina se ne sarebbe andato via per sempre e adesso dormiva beato; mentre lei aveva le budella che si contorcevano dal dispiacere, le mancava l'aria, le girava la testa, le pareva di svenire...e lui se la dormiva.
Si allontanò da quella visione che la faceva stare ancora più male, scese in garage
Si sentiva sola come mai in vita sua, si rendeva conto che era solo un oggetto di carne da usare e gettare, nessuno le aveva mai dato del vero amore, le rapivano il cuore per quell'attimo che consentiva loro di usarla sessualmente e poi fuggivano, e il cuore glielo buttavano dal finestrino dell'auto in fuga, che cadesse, si frantumasse, si essiccasse al sole tra i tormenti della sua anima.
Pesando ciò rivolse lo sguardo verso la lampadina che non era il sole, ma come un sole illuminava impietosa la fine delle sue illusioni.
Di lei non gliene importava più niente, era stata una figa da usare per aggiungerla alla raccolta, e ora era diventata solamente un numero in più sulla lista delle donne trombate con cui pavoneggiarsi al bar, durante l'aperitivo con gli amici.
Facendo questi ragionamenti la colse un nervoso indicibile, cominciò a sbattere la testa contro il muro, il dolore le fece aumentare la rabbia, vide nell'angolo del garage il ceppo con l'ascia che aveva usato il coglione per tagliare la legna, l'aveva lasciata lì senza rimetterla al suo posto, abbandonava tutto, pensava solo a se stesso, non si curava di niente e nessuno.
Ormai i nervi erano un fascio unico d'odio verso di lui, prese l'ascia.
Cominciò una danza folle, girando su se stessa brandendo con entrambe le mani il manico dell'ascia la sbatteva ovunque, poi la puntava come un'alabarda e si immaginava di infilzarlo, colpendo forte il muro.
All'improvviso si fermò, salì le scale di corsa, andò in camera da letto, si fermò davanti al letto alzando l'ascia con entrambe le mani sopra la sua testa e stette a guardarlo mentre lui ancora dormiva nudo, girato con la schiena verso di lei.
Una botta improvvisa alla testa la fece accasciare, intanto il pavimento emetteva un fragore metallico.
Sentì le sue urla:
- Vecchia gallina idiota, volevi farmi del male con quell'ascia! Ben ti sta che si sia staccata dal manico e ti abbia rotto quella testa da troia.
Balzò giù dal letto e le diede un calcio nel culo che la fece finire sotto il letto, con la testa e ora pure il culo doloranti; poi la tirò per i piedi, estraendola da sotto il letto, la sollevò di peso e la gettò dentro la stanzina del ripostiglio, chiudendo la porta a chiave.
Lei si chinò in quello stanzino chiuso e appoggiò la bocca alla serratura, urlando:
- Tirami fuori di qui, non ti avrei mai fatto del male, volevo solo farti paura perché non voglio perderti.
Dopo una breve pausa lei urlò con tutta la forza che aveva: - TI AMOOOOOOOO!
Lui con voce calma le rispose: - Sai cosa penso del tuo amore? Avvicinati con l'orecchio alla serratura che te lo sussurro.
Si avvicinò subito, con l'orecchio aderente al buco della serratura dello sgabuzzino, in fremente attesa.
Sentì che si appoggiava alla porta, spinse ancor di più l'orecchio incollandolo contro la serratura.
- PRRRRRRRROOOOOOTTTTT!
Il frastuono di uno scorreggione le rimbombò nella cavità auricolare.
- Brutto ciccione bifolco, sei uno stupido cesso insensibile.
- Tu vecchia puttana sei insensibile, e pure completamente scema. Io posso anche dimagrire se voglio, tu invece vecchia e scema ci rimani. Inoltre sei pure incapace di succhiare i cazzi, fai cagare. Invece di rifarti il viso e le tette impara a fare i bocchini che è meglio. E poi il culo no, l'ingoio no, ma vedi di andartene affanculo tu e la tua slabbrata patacca pelata!
- Tu grassone col quel cazzetto da dieci centimetri che funziona una volta sì e una no credi d'essere tanto meglio? Ma vedi di andartene affanculo tu che questa è casa mia!
Sentì silenzio, poi la chiave girò e si aprì la porta.
Lui davanti alla porta con i boxer e i suoi vestiti sotto braccio disse: - E' finita, me ne vado per sempre.
Lei si gettò in ginocchio, ai suoi piedi, piangendo e singhiozzando riusci a dire:
- Io ti amo ancora Paul, non voglio restare sola.
- Guardiamo in faccia alla realtà Nancy, c'è troppa differenza tra noi, io ho 28 anni tu 61 e c'è poca intesa sessuale.
- Ma io sono disposta a fare tutto quello che vuoi, non abbandonarmi.
- Comincia a essere più sincera invece che sei falsa in tutto, ti fai le operazioni per falsificare l'età, ti fai chiamare Nancy invece di Annunziata falsificando il nome, fingi di essere ricca girando col macchinone invece sei piena di debiti, dici di essere disinibita invece non vuoi mai che te lo infili nel sedere che a me piacerebbe tanto.
- Farò tutto quello che vuoi, dai!
Paul prese in braccio Nancy e la depositò dolcemente sul letto sfatto, si distese di fianco a lei, la baciò delicatamente sulle labbra.
- Non sono così male allora, guarda che mi hanno detto un paio di volte che assomiglio un po' a Patty Pravo e un'altra volta che ho una certa somiglianza con Donatella Versace.
- Ma sì che sei bella, devi solo succhiare con più passione il cazzo e ingoiare.
Senza rispondere lei gli abbassò i boxer, si chinò e prese in bocca il corto e moscio cazzo, iniziò a stimolarlo come meglio poteva, sentì che le cresceva in bocca, continuò con foga finché finalmente le venne in bocca, soffocò subito l'istinto di mandarlo giù e ingoiò tutto quello schifo come fosse un'amara medicina, necessaria per star meglio.
Paul la guardò con amore, le bacio la fronte e le sussurrò: - Così si fa, amore mio.
Nancy fu pervasa da un senso di soddisfazione, gli aveva dimostrato tutto il suo amore, quanto ci teneva a lui, e sentiva che lui lo aveva capito
Gli sussurrò in un orecchio:
- Tesoro fammi anche il resto, fammi tutto ciò che vuoi, sono tutta tua
Lui con occhi felici le ribaciò la fronte e si alzò:
- Vado a prendere il burro in frigo, bisogna prima lubrificarlo bene come insegnava Ultimo tango a Parigi.
- Ma non c'è burro in frigo, non lo prendo più perché ho il colesterolo alto.
- Allora prenderò l'olio nella credenza.
Andò in cucina, lei sentì a lungo che rovistava, finalmente tornò con la bottiglia d'olio e un imbuto.
- Scusami amore se ti ho fatto aspettare ma non trovavo la bottiglia.
- Eppure mi pare di averla messa nel solito posto, ma che devi fare con l'imbuto?
- Sì, ma me lo ero scordato dove la metti, sono troppo preso dall'eccitazione e dall'amore per te, l'imbuto serve per oliare bene anche l'interno.
Paul si chinò, le allargò le chiappe e ci versò in mezzo un po' d'olio sfregandolo attorno all'ano, poi cominciò a penetrare nell'ano con le dita, lo allargò e lei sentì che ci infilava l'imbuto.
La mise col culo più in alto e spinse il petto più verso il letto, nel culo così alzato ci infilò più profondamente l'uscita dell'imbuto, poi cominciò a versarci dentro l'olio.
Tolse l'imbuto e le disse:
- Acqua e olio sono a posto signora.
E si mise a ridere rumorosamente, anche lei a testa in giù e culo in alto sorrise, un po' sforzata, non gradiva molto quando lui faceva le sue battute, quasi sempre volgari e sempre nei momenti più romantici.
Fu un'inculata che durò a lungo.
Appena lui venne e si staccò lei fu colta da una improvvisa necessità di correre a evacuare.
Mentre era chiusa in bagno lui dalla porta le chiese se le fosse piaciuto.
- Certo amore.
Anche se non era vero e le bruciava tremendamente il buco del culo.
- Allora ti preparo un altro gioco erotico, vedrai che ti piacerà, esco a prendere il materiale necessario.
- Un altro gioco? Mi vuoi far impazzire di piacere. Attendo con ansia, mi sto eccitando al solo pensiero.
- Torno subito, aspettami.
- Certo Paul, amore mio
Pensava più preoccupata che invogliata a che gioco potesse essere.
Uscì da  bagno e si mise sul divano ad aspettarlo.
Non lo rivide più tornare.
Si accorse più tardi che le aveva preso la macchina e gli 800 euro per le bollette che teneva nel cassetto della cucina.
Telefonò alla polizia, spiegò del tipo che le aveva preso la macchina e i soldi, le chiesero se sapeva come si chiamava.
- Era di origini francesi, mi aveva detto che si chiamava Paul, Paul Verlaine.
- Ma era uno scrittore.
- Mi aveva detto che studiava ancora letteratura all'università, non so se era anche scrittore.
- Il nome signora, è quello di uno scrittore che è morto da molti anni.
- Veramente? Io non seguo molto la letteratura, mi piace di più guardare la televisione e i balli latino americani.
- Signora, scusi se le parlo francamente, ma credo proprio che glielo abbia messo in culo.
-  Devo farle i miei complimenti, lei è un grande investigatore, ma come fa a saperlo già?



sabato 8 novembre 2014

391 - BULLISMI

Alle superiori c'era un tipo grosso e antipatico, ma lui si considerava simpatico.
Si vestiva alla moda cercando di far risaltare la sua presunta simpatia, aveva spesso una felpa bianca con disegnato Topolino vestito di rosso e sotto si metteva una camicia rossa, così il colletto della camicia sotto la felpa faceva pendant col disegno.
Derideva continuamente quelli più piccoli e mingherlini, soprattutto per come erano vestiti, se erano dei poveracci che non avevano soldi per prendersi vestiti più alla moda, ed era sempre attaccato al culo degli insegnanti, dava loro ragione mentre parlavano, ripeteva i loro stessi discorsi, li aiutava a portare i libri o la borsa, rideva alle loro battute del cazzo.
Un vero leccasfinteri doc, era Giuseppe  Bonfazzi ma si faceva chiamare Bonfy, per avere un nome simpatico come lui.
Un giorno aveva nevicato e quando uscimmo da scuola la neve si stava disfacendo, perciò il terreno era un miscuglio di fango e neve, Bonfy aveva una berretta bianca enorme come in una pubblicità del periodo e un giaccone bianco.
Arrivarono da dietro dei tipacci dal coltello facile, che avevano tagliato le gomme delle auto ad alcuni insegnanti poiché stavano loro antipatici e ce l'avevano con i fighetti; un fighetto molto arrogante dai capelli lunghi che era l'idolo delle ragazzine sempre vestito con jeans bianchi aderenti e camicette disegnate viola o altri colori particolari un giorno che lo hanno incontrato sul treno lo hanno bloccato, gli hanno tirato giù sia i pantaloni che le mutande e  gli hanno tagliuzzato le chiappe con una lametta da barba,  così tornò a casa col culo sanguinante e i calzoni bianchi a chiazze rosse.
Bonfy appena li vide cominciò a fare il ruffiano per fraternizzare con loro: "Hey ragazzi, avete visto che giacca a vento ridicola che ha lui", indicando proprio me, che avevo una giacca a vento da pochi soldi blu elettrico con delle strisce rosse sulle maniche:
"Ma guardati tu, idiota" risposi io.
Prima che mi rispondesse arrivò a Bonfy da uno dei tipacci, mio amico, uno schiaffone sulla berretta che gliela gettò in una pozzangherona enorme, si chinò per raccoglierla ma un altro tipaccio diede un calcio favoloso alla berretta gettandola in alto con un volo incantevole che finì sul ramo basso di un enorme salice piangente costeggiante la strada, pieno di neve in disfacimento.
Bonfy si fermò ma non ci arrivava alla berretta per riprendersela, allora per arrivarci tirò con forza verso di sé il ramo, facendo così crollare un'enorme valanga di tutta la neve in disfacimento attaccata ai rami dell'albero. Lo bagnò completamente, fradicio, tra le risate generali.
Si mise la sua berretta in testa, da bianca aveva assunto un colore marron, sembrava ci si fossero puliti il culo, quindi tutto bagnato si avviò ad aspettare la corriera, cercando di fare l'indifferente.
Dal giorno dopo sparì, non si vide per diversi giorni, dissero che a stare alla fermata della corriera bagnato gli era venuta la febbre.
L'anno seguente al primo giorno di scuola io ero stravolto da alcolismo e pasticche, arrivai e c'era il rituale discorso agli studenti della preside, con tutti sul piazzale ad ascoltare.
Davanti a me trovai proprio l'odioso Bonfy di spalle, con una maglia sgolata che lasciava scoperta la sua grossa nuca, era la fine del mondo, non riuscivo a resistere, cercai di farlo, ma la tentazione era troppo forte, mi attraeva troppo, pensando a tutte le battute e i soprusi suoi mi partì incontrollata con tutta la forza possibile la mano, a una velocità supersonica, causò un'esplosione sulla sua nuca.
Uno schiaffone fragoroso, lasciò un'impronta rossa della mano, come una marchiatura a fuoco.
Si voltarono tutti, persino la preside interruppe un attimo il discorso, poi riprese.
Bonfy con la faccia stordita si voltò e mi guardò male, gli chiesi: - Come stai testa di cazzo?
Avevo le braccia e le gambe pronte per una sua reazione, ritornò a guardare in avanti senza dire niente. Finito il discorso andammo nelle aule che ci avevano assegnato e i tipacci erano proprio nell'aula accanto alla nostra, vedendo Bonfy gli dissero felici: - Ci divertiamo quest'anno!
Lui con una faccia da funerale e la nuca rossa se ne stette zitto.
Il giorno dopo fece domanda e si trasferì nella sezione staccata.
Nessuno lo rimpianse.



venerdì 31 ottobre 2014

390 - autodemolizioni

Siamo al tramonto di questa storia,
siamo lamiere di desiderio
un'auto americana bordeaux metallizzato
immersa nei raggi del sole che muore
con lontane sognate palme nere controluce
e con ogni altro orizzonte
offuscato dalle nebbie dei gas di scarico.
Legati alle lamiere.
Incollati all'asfalto.
Schiacciati dai nostri sogni
più stupidi e tranquillizzanti.
Siamo l'aperitivo chimicamente colorato
in attesa del funerale.


martedì 28 ottobre 2014

389 - ammirato

Non esiste niente di tutto ciò
che credi
o che dici di volere,
neppure tu esisti
quando
lucidi la tua macchina nuova
fai la dieta, ti abbronzi
imiti i nuovi idoli
non esisti manco per il cazzo,
fidati di quanto ti dico,
se fai tutto per essere ammirato
dai poveri stronzi
diventi un sottostronzo,
un subumano,
quindi
una persona perfettamente normale
tra la peggior immondizia inutile
di questo fantastico mondo.


domenica 26 ottobre 2014

388 - FORME DI SOPRAVVIVENZA

Sopravvivo bene
solo
in quella zona cangiante
bagnasciuga
tra la sabbia della realtà
e le acque dei sogni
è
tra la veglia e il sonno
quando
quello che immagini
ti illudi di trattenerlo,
cerchi di afferrarne
almeno un lembo
che svanisce
lasciandoti
stordito, disperato, svegliato
ma con tra le dita
i profumi dei ricordi
immaginati.


.


387 - UN PUPÙTTATÀNIERE

Sono un popo' babàlbubùzizìente
le ragazze non amano farsi vedere con me
non vogliono essere al mio fianco,
mi guardano imbarazzate e schifate
al bar
quando ordino dudùe cacàffefè.

Allora non mi restano che le puttane.

Basta che io la paghi e mi sorride
e quando mi dice sensualmente
"Farò tutto quello che vuoi"
le chiedo di venire con me
e al mio fianco
guardarmi con simpatia e ammirazione
al bar
mentre ordino dudùe cacàffefè.




lunedì 20 ottobre 2014

386 - a volte

A volte vago
in luoghi abbandonati
tra le nebbie
raccogliendo
variopinti pezzi di vetro
apparentemente insensati
frammenti trasparenti
di momenti vissuti
per ricostruirmi, ritrovandomi
un Arlecchino di vetri
fragile e instabile
ma io.



domenica 19 ottobre 2014

385 - aggrapparsi ai fili

Volete difendere il padrone che vi sfrutta
e poi dire che bisogna sparare agli extracomunitari?
Volete sposarvi in chiesa
e poi farvi sodomizzare dai trans brasiliani?
Volete una nazione indipendente
e poi tenervi le atomiche americane dietro casa?
Volete sentirvi alternativi
e poi farlo tramite costosi prodotti venduti come tali?
Volete liberarvi dalla vostra schiavitù
e poi illudervi nell'ora d'aria con alcol, droghe e musica idiota?
Fate pure,
vi crederete veramente liberi,
essendo liberamente vacui e innocui.
A me avete rotto il cazzo da tempo,
vi evito per quello.
Quando vedo le strade piene
mi compro una rivista d'enigmistica
mi stendo sul divano con lo stereo acceso
e mi astraggo da tutto
quello che gli altri ritengono importante.
Ogni tanto noto
sguardi diversi
persone fuori dalle convenzioni
rare menti libere
e questo mi dà un filo
a cui aggrapparmi
andando verso un futuro.

immagine creata da andreasfinottis








sabato 18 ottobre 2014

384 - UTILITÀ

I credenti credono,
i deficienti deficitano,
i cretini cretineggiano,
gli illusi si illudono,
i lavoratori lavorano,
gli studenti studiano
e le massaie fanno la spesa,
faranno sempre la spesa le massaie,
sono state create appositamente
per guardare la televisione
e poi andare a comprare i prodotti pubblicizzati in tv.

Invece i disoccupati non fanno un cazzo
e fanno comunque schifo al cazzo a chiunque,
se vengono presi dalla tristezza si impiccano,
ma a nessuno gliene fregherà niente,
"Un peso della società in meno"
penseranno tutti dietro i discorsi di circostanza
del giorno successivo al'impiccagione;
il disoccupato verrà sepolto in un angolo,
quello incustodito
dove pisciano e cagano i cani randagi
quando si rifugiano nel cimitero.

Se non sei utile a qualcosa e a qualcuno
sarai la merda di cane sulla strada asfaltata
ma ricorda sempre che è una visione loro
non tua
perciò il segreto per un felice insuccesso
è fregarsene degli altri
e seguire chi si è.

Magari un giorno incontrerai uno sguardo randagio
e saremo in due
a camminare fuori dalle strade asfaltate.



venerdì 10 ottobre 2014

383 - domatori d'alberi

Uno splendido albero gigantesco
crescendo ha rotto il cerchio di cemento
che delimitava la sua zona
con le radici ha spostato la superficie del marciapiede.

Un anziano di quelli che guardano sempre in giro
per spiare la vita e i cazzi degli altri
è inciampato cadendo
spaccandosi la faccia e fratturandosi un polso.

La settimana dopo avevano tagliato a pezzi l'albero
al suo posto ora c'è un alberello
grande come un uomo qualunque
resterà domestico nel piccolo spazio concesso
e potranno passeggiare tranquilli
vecchi rimbambiti e bambini futuri criminali
senza pericoli, senza alberi
nel loro illusorio mondo liscio e sterilizzato
tra il migliore gas delle marmitte catalitiche.




martedì 7 ottobre 2014

lunedì 6 ottobre 2014

381 - ottobre

Autunno
foglie e facce che si staccano
volano nel vento
e si depositano sul marciapiede.
Io le calpesto
insieme ai miei pensieri
ogni passo mi ricorda
una fine e un inizio,
un ieri e un domani,
ma un oggi non lo trovo.
Sono perso
e mi ritrovo solo
in ricordi
o in speranze,
con la sensazione
che ci stiano fregando
la vita.


380 - frasi

Lei, aprendo il cioccolatino:
- Senti che bella questa frase di Confucio: Le stelle sono buchi nel cielo da cui filtra la luce dell'infinito.
Lui - Saranno buchi del culo ahahahah, e poi a me il kung fu fa cagare, è meglio il pugilato.


domenica 5 ottobre 2014

379 - La firma

- Avrai soldi, avrai sesso, avrai successo, avrai ciò che vuoi; devi solo firmare qui e fare come c'è scritto.
Lui firmò.
Divenne famoso e ricco, sodomizzava molte top model e viaggiava in posti esotici.
Un giorno però si accorse che lo avevano fregato
Guardandosi allo specchio vedeva un assegno a vuoto, e tutti incominciarono a evitarlo.

venerdì 3 ottobre 2014

378 - IL MORTO CHE CAMMINA

A quei bivi che capitano nella vita
sono sempre andato fuori strada
e ho perso tutto.

Non ho vissuto
non ho un passato,
né un presente, né un futuro.

Sono morto
a 16 anni.

Sono morto
a 26 anni.

Sono morto
a 38 anni.

Sono solo un morto che scrive
confusi ricordi
imbevuti d'alcol e psicofarmaci.

Di nascosto spio
la mia faccia al mattino
e scappo via
mentre il mio corpo vaga
senza testa
assente e cadavere
tra gente che non c'è.

Non parlarmi.

Non toccarmi.

Non esisto.


sabato 20 settembre 2014

377 - ciliegi in fiore

- Ti ricordi quando i ciliegi in primavera erano in fiore e noi bambini ci immergevamo nei loro colori e nei loro profumi, camminando lungo il sentiero che porta sulla collina?
- Ma se abitavamo accanto alla discarica dei rifiuti che aveva fatto terra bruciata ed eravamo in pianura, la prima collina era a quasi cento chilometri di distanza!
- In quel periodo era sempre primavera, c'erano le colline con i ciliegi sempre in fiore, e c'erano tutte le cose più belle che mi vengono in mente.
L'angolo in cui mi rifugio sarà sempre come piace a me.



giovedì 18 settembre 2014

376 - sensibilità

La sensibilità crea un'insofferenza per la realtà e la fa osservare da angolature diverse, inusuali.

375 - solo un altro relitto

Sono il rettile di questa umanità
striscio nei vicoli dimenticati,
piscio nei luoghi affollati
passo inosservato
fra le crepe del muro di questa civiltà
Ho preso a calci nei coglioni il maschio alfa
non ho orgogli, gelosie, invidie.
Sono io
quel derelitto
stonato e sbadato
che ha ammazzato ogni istinto
e tarla le basi
di ogni glorificato stereotipo.
Sono il non esistente
che ha cancellato
ogni stupida forma
d'esistenza.
Rimango
nel mozzicone di sigaretta
annegato nella pozzanghera
con un'altra notte
volata via
e i migliori momenti
in sparse briciole sul marciapiede
mangiate dai piccioni scagazzanti
o schiacciate dalle scarpe d'ordinanza
di gente veloce.







mercoledì 17 settembre 2014

374 - il fiume della vita

Siamo relitti
che galleggiano nel fiume della vita,
ci avviciniamo
condividiamo un pezzo di tempo con qualcuno
poi prendiamo direzioni diverse
magari è stato bello quel pezzo di tempo
ma non può più tornare.
L'importante è continuare a scorrere.

foto di andreasfinottis

martedì 16 settembre 2014

373 - L'arredo del prete (racconto)

Lavoravo in una ditta, mi avevano chiesto di andare da un prete che gestiva un ospizio perché aveva detto che gli serviva del materiale d'arredamento, ma forse aveva cambiato idea, dovevo solo sentire cosa aveva deciso, però ogni volta che andavo veniva fuori qualcuno a dirmi che non c'era, poi magari mentre salivo in macchina lo vedevo in lontananza passare, faceva lo stronzo per scaricarmi quel prete di merda, invece di dire semplicemente che aveva cambiato idea e non interessava più, faceva in modo vigliaccamente di stancarmi così che non andassi più, era una comportamento che capitava con certi stupidi che facevano perdere un sacco di tempo con queste loro stronzate; come non bastasse quando tornavo in ditta mi rimproveravano perché non ero ancora riuscito a parlarci col prete del cazzo.
Un giorno sono ripassato per l'ennesima volta per sentire e ancora mi fa dire che non c'è, mi sono girati i coglioni, sono andato via in macchina, ma tre case dopo l'ospizio l'ho posteggiata nascosta in un vicolo, mi sono messo una giacca che avevo su in macchina, ho preso un giornale e a piedi sono entrato dal retro nel parco dell'ospizio, mi sono messo sulle panchine del parco interno alla casa di riposo insieme ai vecchi, a leggere il giornale.
Col giornale sul viso e la giacca sembravo uno dei vecchi, ho fatto anche un piccolo strappo in mezzo alle due metà del giornale per vedere meglio la canonica dove abitava il pretaccio, così lo tenevo d'occhio.
Però intanto i vecchi hanno cominciato a farmi domande su chi ero, ho detto che stavo aspettando mia mamma che era andata a far visita a un mio parente bloccato a letto, i vecchi insistevano a chiedermi come si chiamava il parente, dissi Mario.
- Ma Mario è morto tre settimane fa. - Mi dice uno.
Gli dico - Mario è come lo chiamiamo noi in famiglia, il suo nome come lo chiamano gli altri è Antonio detto Toni, Tonino o anche Nino.- Sparando a caso nomi e sperando di beccarne almeno uno.
Mi fa: - Non c'è nessuno con quel nome che sappia, forse quei due nuovi che hanno portato ieri.
Io - Sì l'hanno portato proprio ieri.
- Ah ho capito. - Dice il vecchio rimettendosi tranquillo, ma salta su un'altro:
- Ma quelli nuovi uno si chiama Giuseppe e l'altra è una donna, Maria.
Rompicoglioni fottuto penso e dico: -Bravo, esatto, Giuseppe è il suo primo nome, nei documenti primo nome è Giuseppe, Giuseppe Antonio Mario, ha tre nomi, come tutti una volta avevano più nomi, anche voi penso che abbiate più di un nome.
Allora si entusiasmano a dirmi come si chiamano e i nomi che hanno, chi tre chi quattro, il vecchio rompicoglioni fottuto risponde schifato: - Io ne ho solo uno, Aldo, non servono a niente tanti nomi, sono contento di averne solo uno.
Lo guardo malamente come per dirgli quanto sei testa di minchia, evidentemente percepiscono  tutti di avermi rotto i coglioni e cala il silenzio, tornano alla loro solita occupazione che è stare col capo chinato a guardare il ghiaino del parco fino all'ora di cena, i più vivaci lo spostano col bastone così cambia aspetto. Mi ricordo che avevo letto un articolo sulle scimmie in gabbia allo zoo, e si sono accorti che mettendo del ghiaino multicolore si stressavano meno guardandolo e giocandoci; questi vecchi qua in pratica sono come vecchi scimpanzé in gabbia; mi intristisco a pensare come si finisce.
Ma il prete merdoso mi fa passare subito la tristezza, lo vedo tra il giornale che sta venendo dalla canonica verso l'ospizio, sto fermo immobile come un ghepardo in attesa della preda, quando è a una decina di metri, di scatto piego il giornale e mi alzo, andando verso di lui.
Si blocca un attimo stupefatto, poi continua a camminare cercando di fare l'indifferente, io gli vado incontro.
- Buongiorno, ero passato più volte per sentire dell'arredamento, se ha deciso di prenderlo.
 Mi risponde: - Sia lodato Gesù Cristo. Ho fretta devo andare a Messa.
- Mi basta solo che mi dica se sì o no.
- Ripassi domani pomeriggio in canonica che le do la risposta. - Mi dice, fuggendo lesto.
Merda d'un prete, ancora a rimandare, tanto so benissimo che non prende niente, sono tutte scuse perché ha trovato qualcun altro e allora invece di dirlo usa quella tattica democristiana del cazzo; me ne torno pensando ciò.
Il giorno dopo passo in canonica e ovviamente non c'è, mi dicono di passare il giorno dopo, il giorno dopo stesso discorso con la variante di passare verso sera.
Passo verso sera, c'è la canonica aperta e mi siedo in una saletta d'aspetto ma dopo più di un ora non si vede, mi viene da pisciare e non c'è un cesso, sul piazzale davanti non si può poiché ci sono delle donne che stanno parlando sulla panchina, dietro la porta d'ingresso c'è un portaombrelli, accosto la porta un po' e nascosto dietro piscio nel portaombrelli, mentre piscio noto un cartello con scritto per contattarlo per cerimonie col telefono, il maledetto pretaccio insulso ce l'ha il telefono quando è ora di pigliare i soldi.
Me lo scrivo su un pezzo di carta e me ne vado.
Il giorno dopo verso l'ora di pranzo gli telefono, mi risponde la perpetua, io facendo una una voce strana con la bocca a culo di gallina, gli dico tutto mellifluo - Sia lodato Gesù Cristo signora, desidererei conferire col reverendo padre per una comunicazione urgentissima.-
Lei sentendo una voce e un parlare simile credeva forse un altro prete o il vescovo, sento che corre subito a chiamarlo dicendo che è urgentissimo, arriva lui trafelato.
Al suo Pronto rispondo con voce tonante:
- Sono un delegato della ditta Arredi e uffici, il nostro incaricato doveva passare ieri per l'ordinazione di arredamento ma a causa di un'indisposizione non è potuto passare, il materiale glielo spediamo per domani.
Lui: -No, non ho ordinato, non mi serve niente,  è meglio che non tenga arredi belli perché mi danneggiano tutto, anche stamattina ho trovato che ieri qualche zingaro di passaggio ha fatto dei bisogni nel portaombrelli del salottino.
- Allora non dobbiamo più dire all'incaricato che passi.
- No, no chiamerò io se avrò necessità.
Eureka, mi ero liberato del prete, riferisco ai titolari che ha il telefono e chiama lui se ci ripensa, che per il momento non ordina niente.
Penso a quanto testa di cazzo sia , quanto tempo mi ha fatto perdere e la lotta per fargli dire una semplice risposta sincera; che schifo di personaggio e che soddisfazione non doverci più passare.




lunedì 15 settembre 2014

372 - Voglio solo un altro passo

Voglio essere un salto
nell'abisso
un'isola
della leggenda
un passo
senza perché.

Voglio essere tutto me stesso
una dio delle ferite
un padrone delle contraddizioni
per sopravvivere
alle soffocanti bandiere
delle speranze.


371 - fiori strani

Avanzavo
sottosopra
oltre le rette vie
verso le tue colline
mentre strani fiori
spuntavano nelle tue braccia
i ricordi bruciavano brevemente
come le nostre infinite sigarette
lasciavano l'amaro in bocca
dietro di te
avevo visto un altro me
che guardava altrove
quando si voltò
aveva perso gli occhi
al loro posto degli specchi
mi fecero vedere
come morivano i nostri sogni
te lo urlai
ma non c'eri più
era rimasto solo il tuo corpo
sospeso
tra quello che eravamo
e quello che non siamo
mai diventati.

immagine di http://cristinarizziguelfi.wix.com/cerebrum-dyslexic3


mercoledì 10 settembre 2014

370 - insulse destinazioni

Una bottiglia di birra cola nelle ultime gocce sul marciapiede
prime foglie secche d'autunno cadono sotto i piedi
c'è un verde chiosco di un'edicola
sui giornali ha messo dei pezzi di nylon con sopra delle pietre
il vento spazza la strada e mi mescola dentro
mille frammenti si spostano
tornano e girano
di mente in mente
passa una con i capelli rossi lunghi scomposti dal vento
guardandola negli occhi verdi per un attimo la vedo dentro
proseguiamo opposti verso insulse destinazioni
e lei diventa un nuovo frammento
tra i Tex da 300 lire dalle copertine scolorite
la Fiat 132 beige di mio padre
i ghiaccioli all'anice del bar che non c'è più.
Mi affretto faticosamente controvento
ad accendermi una sigaretta
aspiro bisognoso il fumo
come un ago nella vena per cancellarsi
una scopata con un nessuno per dimenticarsi
un'ultima bottiglia scolata per perdersi
dentro sé.













martedì 9 settembre 2014

369 - il sindaco (racconto)

Avevano trovato streptococchi fecali nell'acqua del lago.
La notizia riportata dai giornali era lì, sotto gli occhi del sindaco Aldo Paiasso, mentre tutti coloro che lo avevano fatto salire alla poltrona si alternavano al telefono o presentandosi di persona per spingerlo a dimostrare che non era vero.
Lui continuava a rifiutarsi ma sapeva benissimo che avrebbe dovuto farlo, altrimenti sarebbe crollato il turismo e avrebbe avuto la carriera rovinata, per continuare la sua brillante carriera doveva bere un bicchiere d'acqua (e merda).
Alla fine si decise, la sua segretaria comunicò ai giornalisti che alle 18 al molo del traghetto sarebbe stato allestito un palco, su cui il sindaco per dimostrare che era solo un complotto e l'acqua era pulitissima avrebbe bevuto un bicchiere d'acqua del lago.
Alle 18 il palco era pronto e i giornalisti erano già tutti lì, con le telecamere delle televisioni locali puntate verso il palco.
Alle 18.03 arrivò il sindaco Paiasso, salì sul palco con un bicchiere di vetro trasparente vuoto in mano, lo diede a un assistente che scese dal palco, andò sul bordo del molo, scese gli scalini, si chinò e riempì il bicchiere d'acqua del lago, tornò correndo con le chiappe strette verso il palco e da sotto porse il bicchiere al sindaco, questi lo prese, lo alzò verso il cielo per far vedere la purezza dell'acqua del lago, poi lo riabbassò appoggiandolo un attimo dove aveva i fogli del discorso da fare e nascosto dal bordo del leggio prese e sollevò l'altro bicchiere identico pieno d'acqua minerale, che aveva fatto posizionare lì mentre montavano il palco.
Disse: "È solo un complotto delle altre località turistiche ora la bevo, guardate, è pulitissima".
Bevve l'acqua ma i giornalisti televisivi dissero che non si era visto sempre il bicchiere inquadrato, poteva destare sospetti, anche gli altri cominciarono a lamentarsi, allora il sindaco infuriato per il trucco non riuscito scese in fretta dal palco e col bicchiere vuoto in mano andò lui stesso al lago seguito dai giornalisti e dalle telecamere, scese, si chinò e riempì il bicchiere, salì e sul molo davanti a tutti portò il bicchiere alla bocca e bevve un piccolo sorso.
"Ecco, avete visto bene ora che l'ho bevuta."
I giornalisti iniziarono a dire che era solo un sorso, doveva bere tutto il bicchiere.
"Non ho sete, ho già bevuto l'altro bicchiere d'acqua".Si giustificò il sindaco, ma i giornalisti dicevano che così non andava bene, doveva berla tutta, anche la gente che era venuta a vedere cominciò a lamentarsi e a dirlo ad alta voce, il sindaco prese il bicchiere e lo scolò, tenendo l'acqua in bocca fece un ampio gesto per far vedere che il bicchiere era vuoto, però un giornalista cominciò a dire che ce l'aveva ancora in bocca, costretto dagli eventi deglutì, aprendo la bocca disse:
"Ecco dimostrato che non è vero che l'avevo trattenuta in bocca l'acqua, avete visto tutti che l'ho bevuta."
Applausi e congratulazioni dei suoi cittadini lo sommersero. Sarebbe sicuramente stato rieletto.
Salì sul palco e fece il suo breve ma deciso discorso contro tutti quelli che volevano sabotare il turismo, perché invidiosi della bellezza della località che si onorava di rappresentare.
Tornò a casa e per prima cosa si fece un risciacquo col collutorio, poi si fece preparare dalla moglie Annalisa Mentecattelli del latte tiepido da bere, perché il latte disintossica aveva sentito dire.
Ma il latte col gusto del collutorio faceva schifo e cominciò a sentire uno strano movimento intestinale.
Si mise a letto con la brocca piena di latte sul comodino, ne bevve due bicchieri e si addormentò.
Sentì degli scossoni e delle urla, aprì assonnato gli occhi guardando la sveglia luminescente, erano le 3.25 e sua moglie urlava disperata, dal naso percepiva una gran puzza, si ridestò completamente e sentì chiaramente che si era cagato addosso di brutto mentre dormiva, un lago di merda liquida fuoriuscita persino nel letto e dei dolori di pancia tremendi lo riportarono alla realtà, sentiva anche freddo, probabilmente era febbre.
Andò in bagno traballante chiedendo alla moglie di chiamare il medico, ma di fare in modo non lo sapesse nessuno che stava male.
La moglie andò a svegliare la domestica, che andasse subito ad aiutare il signor sindaco a ricomporsi e vestirsi bene, doveva sembrare il più elegante possibile.
La domestica dell'est, Tatiana Sveltrovika, bestemmiando nella sua lingua, con i postumi della serata in birreria con le amiche andò assonnata nella camera del sindaco, lo trovò nel bagno attiguo con la porta aperta, stava lavandosi con il getto della doccia, ma c'era una puzza da merda tremenda, le veniva da vomitare, prese una boccetta di profumo che c'era sul comò, ne buttò in abbondanza su un fazzoletto e se lo legò attorno al viso, come un cowboy,  che le riparasse il naso da quella puzza nauseante. Prese un asciugamano grande e lo diede al sindaco che si asciugasse, nel mentre prese i vestiti più eleganti che trovò e lo aiutò a rivestirsi.
Arrivò di corsa Roberto Caldelli, dottore amico di famiglia, trovò il sindaco Paiasso coricato sul letto in frac, camicia bianca con papillon e scarpe di vernice, mentre nell'aria si sentiva la fragranza di un costoso profumo francese con una forte componente di merda calda.
Non c'era tempo da perdere, dovevano portare il sindaco a curare nella clinica privata del professor Corozza loro conoscente, un ambiente protetto lontano da occhi indiscreti.
Lo portarono giù e il dottore se lo fece mettere nel baule della sua Mercedes, così non lo vedeva nessuno, avrebbero fatto presto ad arrivare alla clinica; partì sgommando sul ghiaino della villa.
*****
Uscì in strada e si immise sulla provinciale in direzione della clinica, il dottore alla guida da solo non destava sospetti, ogni tanto parlava a voce alta al sindaco nel baule, per tranquillizzarlo.
All'improvviso tre pedoni ubriachi attraversarono la provinciale, il dottore premette con forza sul pedale dei freni, la sua macchina nuova si fermò in breve spazio, il sindaco iniziò a lamentarsi dalla botta che si era preso con la frenata mentre alterato dallo spavento il dottore cominciò a inveire contro gli ubriachi: "Brutti imbecilli, ubriaconi senza cervello, volete farvi investire? Vi sembra la maniera di attraversare la strada? Maledetti idioti!"
Un calcio alla portiera dell'auto fu la risposta.
Il dottore cercò di chiudere la sicura della porta, ma non fece in tempo, lo tirarono fuori di peso e cominciarono a colpirlo di schiaffi. Il dottore si ricordò che da adolescente era stato cintura gialla di karate, cercò di reagire, facendo qualche mossa che si ricordava: tirò un calcio ad altezza del volto di quello più robusto provocandosi uno strappo al cavallo dei pantaloni, il pedone robusto gli prese il piede alzandolo ancora di più e facendo cadere rovinosamente sull'asfalto il dottore, dove lo riempì, insieme agli altri, di calci.
Il dottore rimase steso, tramortito.
Lo sollevarono e lo misero giù dal ciglio della strada, lo spogliarono di ogni oggetto interessante, vestiti compresi, restò in boxer e canottiera tra l'erba, mentre dolorante riapriva gli occhi, vide i tre energumeni che si allontanavano con la sua macchina nuova e con il sindaco nel baule.
I tre si accesero lo stereo e ridevano contenti, avevano fatto il colpo che li sistemava per un po', uno di loro sul sedile posteriore dopo aver guardato commosso il Rolex subacqueo in acciaio e oro sfilato al dottore si mise a pregare per ringraziare il suo dio di quel dono inaspettato; un altro sul sedile davanti finiva di scolare la bottiglia di vodka, interrompendo spesso i sorsi per ridere tutta la sua felicità. Quello alla guida, il più massiccio e arcigno, stava serio concentrando nella guida il suo cervello a bagnomaria nell'alcol. La musica era piacevole, ma c'erano delle grida stridule nelle canzoni che stonavano, quello sul sedile anteriore gettò dal finestrino la bottiglia di vodka vuota e cambiò stazione, niente, ancora quelle grida stridule fuori tempo, si girò e sentì chiaramente che provenivano dal baule, abbassò la musica, sentirono distintamente delle strane parole urlate che loro stranieri capivano poco:
"Fermati subito che mi sono cagato ancora addosso."
Scesero dall'auto in moto e aprirono il baule, una folata di merda li spinse ad arretrare, un uomo brizzolato di mezza età vestito come in un film di Fred Astaire si mise ad urlare ancor di più.
Chiusero il baule e iniziarono a discutere cosa fare.
Dopo un'animata discussione condita da  spintoni risalirono in macchina e ripartirono velocemente.
Un paio di chilometri più avanti la macchina girò bruscamente imboccando una polverosa strada sterrata per fermarsi dietro a un cimitero, scese il robusto guidatore, aprì il baule, prese per il colletto della giacca quel nauseante e puzzolente Fred Astaire merdoso e lo gettò di peso in un fosso pieno di immondizie che fungeva da discarica abusiva,.
Senza dire una parola chiuse il baule, risalì in macchina e velocemente sparirono.
Il sindaco si lamentò forte ma capì che dietro al cimitero non poteva sentirlo nessuno, provò ad alzarsi barcollando, gli girava la testa, gli sembrava di svenire, cadde a carponi, riuscì faticosamente a raggiungere un varco nel muro che circondava il cimitero, era chiuso da una rete plasticata con un cartello di lavori in corso, riuscì a allargare la fessura nel bordo che aveva visto ed entrò nel cimitero in cerca di un rubinetto per bere un po' d'acqua,. Cadendo e rialzandosi riuscì a trovarne finalmente uno e bevve ampie sorsate di acqua fresca che lo fecero sentire un po' meglio, si tolse le scarpe, i pantaloni e le mutande e cominciò a lavarsi via la merda, strofinandosi tipo spugna il culo nudo con dei fiori appassiti che aveva trovato nel cestino dei rifiuti, dopo un po' si sedette stravolto, le forze stavano lasciandolo. Si alzò cercando con gli occhi tra le luci dei lumini un posto in cui distendersi e si avvio scordandosi lì scarpe, calzoni e mutande.
Stanchissimo camminò lungo il sentiero per raggiungere un posto comodo per dormire, ma all'improvviso precipitò dentro una fossa in fase di scavo.
Sulla terra fresca di scavo si addormentò subito.
Al mattino un'anziana obesa, Immacolata Espositi vedova Bonomello, stava mettendo dei fiori sulla tomba di suo marito, Aristide geometra Bonomello.
Il sindaco si svegliò dentro la fossa, alzò la testa e vide la donna, urlò con tutte le sue forze : "AIUTOOOO!"
La vedova Bonomello fece un salto all'indietro spaventata a morte, afferrò la croce di ferro battuto che sovrastava la tomba del marito e tenendola sollevata con entrambe le mani si avvicinò impaurita alla fossa, dal bordo vide quell'uomo vestito in frac che tentava di alzarsi dalla fossa, sembrava uscito da un altro tempo, un morto che usciva dalla tomba, la vedova di sentì male, lasciò cadere a terra la croce e svenne, cadendo anche lei nella fossa, addosso al sindaco, in senso opposto.
Il sindaco semistordito dal peso della vedova Bonomello, cercò di togliersi quel peso enorme, tentando di divincolarsi scompostamente abbassò completamente la sottana della vedova e notò con orrore che non portava le mutande.
Per accoppiarsi più velocemente nei sui incontri clandestini col becchino la vedova si preparava con cura, se l'era anche appena rasata dandoci del dopobarba per l'uomo che non deve chiedere mai avanzato al suo defunto marito, le piaceva col suo effetto irritante che le trasmetteva un'ulteriore carica erotica, così facendo l'amore col becchino e percependo quell'odore le sembrava di farlo un po' anche col marito.
La vedova riaprì gli occhi e si trovò davanti al naso il cazzo del sindaco in impennata che si era eccitato davanti a quella anziana topa rasata e col dopobarba, non si perse l'occasione e cominciò a succhiarlo, dando con le caviglie dei forti colpi alla testa del sindaco per invitarlo a ricambiare, leccandogliela.
Il sindaco sentendosi eccitato dalla situazione iniziò anche lui a stimolare la vedova di lingua, ma notò presto che più la vedova Bonomello si eccitava e più rilasciava gli sfinteri, emettendo rumorosamente pestilenziale gas intestinale che gli finiva in piena faccia, ma con suo stesso stupore lo eccitava ulteriormente questo scorreggiamento.
Passò il becchino che cercava la vedova per il loro incontro mattutino e sentì degli strani rumori che non gli erano nuovi, si avvicinò insospettito alla buca e vide che la vedova scorreggiona era all'opera in un 69 con un uomo in frac senza pantaloni,.
Infuriato il becchino prese il badile che c'era vicino alla buca e cominciò a colpire con furiose badilate la vasta schiena della vedova.
La vedova infuriata si voltò di scatto, con la forza che le aveva fatto essere in gioventù campionessa provinciale di lancio del peso fermò con entrambe le mani il badile e usandolo come una stecca da biliardo riuscì con l'estremità del manico ad assestare un colpo micidiale alla mascella del becchino, che stramazzò al suolo.
Il sindaco Paiasso passata l'eccitazione si stava alzando e stava inveendo contro di lei: "Togliti dalle palle grassona scorreggiona che ho da fare."
La vedova aveva preso il badile in mano dalla parte del manico, sentendo le parole del sindaco si infuriò ulteriormente, fece una giravolta con badilata incorporata e colpì a tutta forza con badile di piatto il setto nasale del sindaco fratturandolo.
Il sindaco svenne dal dolore.
La vedova Bonomello si sistemò i vestiti e si diede un'assestata ai capelli, guardandosi nello specchietto che teneva nella borsetta.
Uscì dalla fossa lasciando lì i due uomini svenuti, si avviò con fare indifferente all'uscita, salì sulla sua vecchia Panda 4x4 verde scuro.
Tornò a casa, arrivata si fece subito una doccia,.
Mentre si vestiva per andare alla riunione mattutina del gruppo parrocchiale, vedendo gli oggetti appartenuti al marito in fila sul comò, le venne un momento di tristezza, pensando alla pochezza degli uomini che c'erano in circolazione mentre l'unico vero uomo, il più affascinante che sia mai esistito, il più maschio che abbia mai conosciuto, non c'era più; "Di geometra Bonomello ce ne è stato uno, tutti gli altri sono dei nessuno" esclamò ad alta voce, se lo ripeteva spesso, a volte lo usava come un mantra per aiutarsi a superare la disperazione per la mancanza dell'amato marito, il suo ricordo cancellava il dolore per l'assenza.
Pensò a lui, le mancava tutto di lui, lo avrebbe voluto vedere ancora, anche solo un'ultima volta prima dell'addio, per poterlo abbracciare con uno sguardo che lo accompagnasse per sempre, facendogli sentire eternamente il suo amore anche in quell'ultimo viaggio.
Visualizzò nella mente com'era bello Aristide Bonomello, ordinato e impeccabile, con i suoi vestiti completi color sacco, camicia blu con l'ultimo bottone sbottonato, pochette blu che spuntava dal taschino della giacca, scarpe e cintura di color nero, Marlboro con pacchetto morbido nella tasca interna della giacca insieme all'accendino Cartier placcato oro, la scatolina in metallo delle mentine insieme al pettine nella sua custodia nell'altra tasca interna. Sempre abbronzato poiché gli piaceva andare a pescare; odorante di virile dopobarba acquistato a buon prezzo dal tabaccaio di fiducia; molto muscoloso in quanto faceva ginnastica in mutande ogni mattina appena alzato sul cavallo con maniglie che teneva in camera da letto e appena finiva la ginnastica andava di corsa con le chiappe strette a defecare, regolare come il cronografo svizzero subacqueo in oro 18k che portava al polso sinistro; 163 centimetri con le scarpe in altezza, una dentatura perfetta, gli occhiali dalle lenti spesse attraverso le quali i suoi magnetici e affascinanti occhi marroni sembrava di vederli attraverso il fondo di una bottiglia gli donavano ulteriore carisma con un alone di mistero evanescente, la montatura nera faceva pendant con i suoi stupendi capelli, lisci e neri come la notte più profonda, sempre pettinati con la riga a destra, fissati con la brillantina profumata alla lavanda, quella riga dritta che lasciava scoperto il cuoio capelluto, sempre perfetta come quelle che tracciava sui suoi progetti, una riga di pelle beige che tagliava dritta il nero, una riga che nemmeno lei poteva toccargli, l'unica volta che dopo aver fatto l'amore per scherzo l'aveva toccata spettinandolo le arrivò una gomitata sul plesso solare che dovette ricorrere alle cure ospedaliere dicendo che era caduta dalle scale, era una riga intangibile, indistruttibile. Anche nell'ultima immagine che aveva di lui, dopo che era caduto dal tetto di un palazzo di tre piani, dando di testa al marciapiede si spaccò il cranio e morì sul colpo, ma la sua riga non si scompose, era perfetta anche in quell'occasione, come sempre.
"Che uomo!" esclamò ad alta voce.

(continua)

lunedì 8 settembre 2014

368 - Così sia

Fogli e foglie
con parole e sogni infranti
ingialliscono dimenticati
nei meandri delle stagioni,
mentre la pioggia gocciola
agitando le pozzanghere della pazzia
di meteore umane
con l'immensità del cielo stellato
troppo distante per essere notata
dai marciapiedi
su cui vaganti dementi camminiamo
tristemente rinchiusi in noi
tra migliaia di sguardi
a caccia
di sesso, soldi e droghe
per sopravvivere
senza sensi
alla carota e al bastone
di un padrone nostro dio
necessario
per non essere mai terrorizzati
dall'esser nati liberi
ma tranquillizzati dalla programmazione
di questa schiavitù
CONVENIENTE, SORPRENDENTE,  MAGNIFICA
con figa o cazzo a vostra scelta in omaggio
a chi precipita al telefono
nel vuoto.





sabato 6 settembre 2014

367 - Petting

Conoscevo una ragazza da quando eravamo alle scuole, lei era carina ma molto religiosa mentre io non lo ero, per cui non c'era sintonia, in più aveva già un fidanzato, poi andò ad abitare lontano con lui e siamo rimasti amici, ci sentivamo al telefono ogni tanto.
Dopo anni venne lasciata dal suo fidanzato, cercava un altro e cominciò a telefonarmi quasi tutti i giorni per chiedermi consigli su questo o quello, frequentava una chat a cui io non accedevo essendo senza computer, mi spiegava i tipi che aveva conosciuto chiedendomi dei pareri su con chi sarebbe stato meglio uscire; io mi ero autoescluso, oltre che per la mentalità diversa e la distanza, anche perché mi aveva mandato delle foto sul cellulare e non mi attirava, era peggiorata molto fisicamente.
Ogni volta le dicevo più o meno le stesse cose, di provare a conoscerli bene prima, di cercare di vedere come sono.
Allora li incontrava su mio consiglio al sicuro in un bar, poi ogni volta mi diceva che era andata in macchina col tipo a fare un giro, aveva fatto solo un po' di petting e stabilito che non le piaceva molto.
A me lasciava perplesso il fatto che da uno sconosciuto si facesse baciare, se tra l'altro non le piaceva, ma non le dicevo niente sapendo che stava passando un brutto periodo ed era molto suscettibile sull'argomento per il retaggio religioso che aveva, non volevo farla sentire in colpa e deprimerla.
Continuò così a lungo, ne incontrò decine, sempre petting e non le piacevano.
Un giorno infine le chiesi : - Ma se non ti piacciono perché ci fai sto petting? Che poi petting è un termine che non usa più nessuno, ma mi pareva comprendesse baci con lingua e palpeggiamento.
Lei: - Per conoscerli meglio vado in macchina, poi parlando finisce che ci baciamo e tocchiamo un  poco, e mi accorgo che non mi piacciono. Capiscono che sono una seria, non gliela do subito.
- Fai bene a fare così, a non avere rapporti completi e vedere se ci tengono a te, per avere una storia duratura.
- Sì, mi comporto seriamente, ci baciamo con la lingua, ci tocchiamo poi io lo bacio un po' più giù.
- Più giù?
- Si, ci abbassiamo i pantaloni, mi tocca e io lo bacio.
- Lui ti sditalina e tu lo baci ancora in bocca dici?
- No sul coso suo.
- Gli baci il cazzo?
- Lo bacio solo, non lo metto in bocca, lo lecco un po' sulla punta.
- Cazzo! Gli lecchi la cappella, che petting del cazzo è? Mai sentito che nel petting si lecca il cappellotto! E che è? E' come fosse un cono gelato della minchia, assaggi il gusto e non ti piace?
Lei imbarazzata: - Secondo te ho fatto male?
- Ma no, hai fatto bene, almeno non vanno a casa depressi ma avranno un buon ricordo.
- Secondo te ho fatto la figura di quella poco seria?
- Ma lascia perdere, che al giorno d'oggi le ragazze lo succhiano e si fanno infilare in ogni pertugio dagli sconosciuti, sei fin troppo seria.
Rincuorata nel tono della voce: - Sì, io mica gliel'ho data, sono andati via quando capivano che non volevo avere rapporti completi e non si sono più fatti sentire.
- Quindi non sono spariti perché non vi piacevate ma perché non gliela mollavi, in pratica erano venuti solo per trombare, volevano usarti per quello.
- Sì, quando hanno capito che sono una ragazza seria se ne sono andati e non li ho più sentiti.
Pensai: Sono andati via però con la cappella lucidata a nuovo, potevi asciugargliela con la pelle di daino già che c'eri.
Ma per non mortificarla le dissi: - Prova a selezionarli meglio prima e non dare appuntamento a tutti quelli che te lo chiedono, cerca di dirglielo prima che non sei una che la dà subito, che cerchi una storia seria.
Cominciò ad avere meno appuntamenti e dopo circa un mese mi disse che aveva trovato uno con cui continuava a vedersi, che la capiva e sapeva aspettare prima di avere un rapporto sessuale completo.
Dissi: - Posso darti un consiglio: succhiaglielo e menaglielo finché viene, non mandarlo a casa con le palle piene e la cappella lustrata a nuovo, che non si rompa i coglioni prima del tempo.
- Hai ragione, domani lo vedo e lo succhio invece di fare solo con la lingua.
- Brava, ora poi che hai capito che lui ti piace e anche il gusto ti aggrada.
Ci siamo messi a ridere.
Loro sono andati a vivere insieme.
Mentre io più passano gli anni e più mi rendo conto che non c'è niente da capire.


venerdì 5 settembre 2014

366 - Dio sarebbe ateo

Giuseppe era un ragazzo bello, buono e bravo.
Sembrava uscito dal libretto di catechismo e si sentiva tanto in colpa quando si tirava le seghe, quando gliele tiravano gli altri meno, diventavano loro i peccatori e lui la parte lesa.
Se conosceva una ragazza si metteva in ginocchio davanti alla sua vagina per chiedere perdono a Dio di quel che stava facendo, poi con le mani gliela allargava e con la lingua cercava di pregare meglio.
Quando da lei usciva del liquido che gli sapeva di gioia divina, si alzava con le mani e il membro al cielo ed entrava in lei, diventando un corpo solo e un universo insieme.
Stordito alla fine la abbracciava e la baciava a lungo, ovunque.
Così Dio era svanito, così ogni religione spariva.
Vedeva la luce solo unendosi con la vita.
Nel sesso trovava la gioia e la vita, nelle chiese la tristezza e la morte.
Poi i condizionamenti tornavano, ma sempre meno forti.
Accadde un giorno che guardandosi attorno sentì la vita e la natura che scorrevano, il sesso che gli si gonfiava era in armonia con tutto questo, lui stesso era parte integrante di ciò, mentre non lo erano le imposizioni umane, le sentiva come gabbie contro questa armonia, si sedette sul marciapiede e finalmente pensò:
Se esistesse un Dio non avrebbe dubbi su da che parte stare.






365 - Re dei marciapiedi

Ti comporti male
sei un fannullone
alcolizzato e drogato
tuo padre ti minaccia
tua mamma non dorme e piange
i parenti non ti salutano
gli amici fingono di non conoscerti
le ragazze profumate ti girano al largo
quelle sudate ti scopano se non hanno di meglio
e tutti guardano
come se tu fossi una merda
da evitare, da non pestare.
Ti senti stanco
triste e solo
di notte ti fermi per strada
crolli
ti corichi sul marciapiede
guardi in cielo
e senti tuo l'universo.
In quel momento sei il re
stelle, lampioni, palazzi, merde di cane
è tutto tuo.
Mentre gli altri chiusi
dietro imposte serrate, dentro vite imposte
non avranno mai un attimo così
e si riequilibra tutto
o quasi.



giovedì 28 agosto 2014

364 - nel vuoto dietro lo specchio

Non sappiamo più
dov'è finita la pioggia
che bagnava le nostre parole
cadute dagli ultimi sguardi
quando abbiamo raccolto i nostri difetti
delusi dai nostri veri volti
ci siamo lasciati
e persi
ci siamo innamorati
di una nuova, sconosciuta, maschera
rimettendoci la nostra.

foto di andreasfinottis

giovedì 21 agosto 2014

363 - trasportati

Abbandonando i sogni
al mattino si chiudono le porte della percezione
e si aprono quelle dell'autobus
mi inserisco nella collezione di facce da culi tristi
dondolanti teste di pendolari
col gas di scarico che ci corrode le narici
guardo dal finestrino il ghiaino candido
nei giardinetti di pochi metri quadrati
noto che creano minivicoli tra pochi sparuti alberi.
Questa civiltà è una palese presa per il culo.


lunedì 18 agosto 2014

362- il lavoro è sacro

Spingere il corpo inoltre
gli orizzonti dagli autobus di linea
sanno di gabbia allo zoo
lavorosoldi
fa soffocare lavorare
ma devi farlo o muori
e muori comunque
dovunque
un po' alla volta
aggrappato alla cartolina
col paesaggio tropicale attaccato al muro
con la mente appesa lì
si sorride falsamente
ai clienti
in un estraneo corpo di burattino
si sopravvive
solo nella propria fantasia.
Finite le ore in cui ci si affitta
si cerca di essere trasgressivi
almeno nell'ora di libertà
gentilmente concessa dalla direzione del carcere.
Detto questo, a me fa cagare il tutto.




sabato 9 agosto 2014

361 - Come creare una startup

"Nonno aiutami tu, voglio un giocattolo nuovo" disse il bambino povero piangendo, prese la manona di suo nonno sdraiato sul divano sotto il condizionatore al massimo, ma staccandosi la manona gli restò nelle sue manine.
Essendo suo nonno morto da diversi mesi lo tenevano nascosto in casa, perché non avevano i soldi per il funerale, e così potevano anche continuare a ritirare la sua pensione con una falsa delega.
Il bambino smise di piangere e sorrise divertito ritrovandosi in mano questo nuovo giocattolo, corse subito a cercare una scatola nella discarica di rifiuti per fare come nella famiglia Addams, che avevano una mano dentro una scatola.
Tornò a casa la mamma del bambino e vide che mancava la mano del vecchio, prese il cellulare e chiamò subito il marito: "Ciaknorris ha staccato un altro pezzo di mio padre, non ne posso più, l'altro ieri ha staccato gli occhi per farsi le biglie, ieri con la dentiera si è fatto le nacchere, oggi ha staccato la mano. Dobbiamo liberaci del cadavere, sta marcendo ormai, rischiamo di prendere delle malattie, e tu invece di aiutarmi stai tutto il giorno a giocare i pochi soldi che abbiamo alle macchinette, sei un imbecille incapace"
Dal telefono una voce rabbiosa tuonò: "Sentimi bene troia sfondata dal cervello di gallina: non azzardarti più a rompermi il cazzo mentre sono concentrato a calcolare i sistemi vincenti, pensa a buttare via meno soldi tu che devi andare col gippone pure al bar a cento metri da casa, tutte le settimane vestiti nuovi, e da parrucchiera ed estetista, che sono tutti soldi buttati, resti sempre una cessa con una faccia da merda, vaffanculo. Quando vengo a casa ci penso io a sistemare quella merda di vecchio putrefatto." E riattaccò di colpo.
Lei si mise a piangere, quando le parlava in quel modo si sentiva morire dentro, in fondo che c'era di male se voleva fare un po' di vita bella, come gli altri, anche se risparmiava su tutto per farlo, saltavano di mangiare spesso, ma era più importante di tutto non farsi vedere poveri.
Si asciugò le lacrime e si mise a cucinare la verdura che aveva trovato nel cassonetto dietro al supermercato, accese la tv per distrarsi da quella malinconia.
Vide dal monitor da 60 pollici al plasma un servizio del tg su chi faceva collezione di animali imbalsamati.
Quando tornò il marito a casa bestemmiando incazzato, perché come al solito con i suoi metodi vincenti aveva perso tutti i soldi, cercò di calmarlo spiegandogli la brillante idea che le era venuta.
"Max, possiamo imbalsamare mio padre dandogli l'aspetto di un animale strano e venderlo a qualche collezionista, così continuiamo a tirare la pensione, ci liberiamo del cadavere putrefatto e ci guadagniamo pure dei soldi"
Max disse:  "Sei una genia Katiuscia!"
Si mise a piangere e si inginocchiò ai suoi piedi, grande e grosso come un orso grigio, iniziò a baciarli chiedendole scusa per averle urlato quelle offese al telefono.
A Katiuscia piacevano quei momenti, quando lo aveva ai suoi piedi, disposto a tutto per lei, si sedette su una sedia della cucina, sfilò i piedi sudati dai sandali e glieli fece leccare a lungo, e mentre lui leccava lei con una mano si masturbava.
Suonò il campanello.
Si ricomposero frettolosamente, Max andò ad aprire la porta.
Era il solito postino con le solite ingiunzioni di pagamento che rompevano i coglioni quasi ogni giorno.
Firmò, e mentre stava per chiudere la porta vide che stava tornando a casa suo figlio Ciaknorris con una scatola, tenne aperta la porta, " Cosa hai combinato oggi birbante?"
"Mi sono fatto un nuovo gioco con un pezzo di nonno, papà!" Ed entusiasta mostrò al padre la scatola come la famiglia Addams che aveva fatto.
Il padre si complimentò ma gli disse che dovevano aggiustare il nonno, di tirare fuori tutti i pezzi che aveva tolto.
Dopo mangiato Max e suo figlio Ciaknorris andarono in soffitta in cerca di vecchi colletti in pelo dei giubbotti, presero tutti quelli che trovarono e con la colla gli attaccarono al nonno, per farlo sembrare un orso o qualcosa del genere.
Gli rimisero anche occhi, dentiera e mano che aveva preso il figlio, sugli occhi aveva scritto col pennarello i nomi di due ciclisti famosi poiché aveva giocato a biglie di ciclisti con un suo amico, non si poteva togliere la scritta.
Riuscirono a conciare il cadavere come una specie di animale, sembrava uno yeti con scritto sugli occhi Quintana e Nibali.
"Lo yeti ha gli occhi scuri, diamogli il nero fino a coprire le scritte." disse Katiuscia.
Colorarono gli occhi di nero, così sembrava uno yeti con le pupille dilatate che prendevano tutto l'occhio, una specie di yeti cocainomane morto.
L'aspetto ora andava bene, bisognava imbalsamarlo.
Max trovò alla sala slot uno che conosceva, un macellaio appassionato di caccia e del gioco, pieno di debiti, che arrotondava facendo qualsiasi cosa, anche illecita; chiese a lui spiegando la situazione e accettò immediatamente. Andarono a casa, caricarono il vecchio yetizzato sul furgone della macelleria e se lo portò via.
Dopo alcuni giorni telefonò il macellaio che aveva finito, e riportò il cadavere imbalsamato a casa di Max, era venuto benissimo, sembrava proprio uno yeti cocainomane, misero l'annuncio su internet e già il giorno dopo avevano un'offerta da un giapponese, offriva una bella cifra, 20 mila euro, accettarono subito.
Quando Max ebbe i soldi diede la sua parte a macellaio e il resto lo investì nei suoi metodi di gioco vincenti.
Restò senza soldi dopo poche settimane, allora insieme al macellaio ebbe l'idea di mettersi d'accordo col becchino che aveva anche lui debiti e il vizio del gioco, misero su un'attività nel retro della macelleria che si rivelò proficua: trasformavano i morti in yeti imbalsamati e li vendevano sul web.
Ma Katiuscia quando venne a saperlo andò nella loro sede e minacciò di scatenare il finimondo essendo stata sua l'idea, li ricattò con la minaccia di denunciarli, quando si misero ad implorarla si fece leccare i piedi lungamente da tutti e tre quei pirla viziosi masochisti, da allora prese lei il comando dell'attività.
Così dopo alcuni anni nacque la Yeti Imbalsamati Spa, una delle società che tutti i guru della finanza consigliano come investimento, e alla guida ora c'è un giovane manager legato ai vecchi azionisti: Ciaknorris Brambilla.