martedì 15 settembre 2015

480 - VACANZE E GITE (racconto)

Da bambino quelle volte che mi portavano per qualche settimana in vacanza durante tutto il tempo mi annoiavo e non vedevo l'ora di tornare a casa; poi di solito il pomeriggio dell'ultimo giorno mi ambientavo facendo amicizia con gli altri ragazzini e mi divertivo, così mi dispiaceva ritornare.
Ogni volta era così.
Sono sempre andato fuori tempo a cantare, suonare, vivere.
In più fin da piccolo dicevo una sacco di parolacce, ma mio padre non voleva e s'arrabbiava, in genere mi prendeva per un braccio come se mi arrestasse e mi chiudeva a chiave in bagno; una volta mi sono stancato e chiuso in bagno ho cominciato a urlare che non ne posso più, che mi butto dalla finestra, ho aperto la finestra sbattendo e facendo rumore, per poi nascondermi dietro la porta, lui è arrivato, ha aperto la porta e non vedendomi è corso subito alla finestra a guardare giù, io nel frattempo sono uscito e ho chiuso a chiave lui in bagno, scappando via con  la chiave.
Dava dei pugni sulla porta che si sentivano fin fuori casa; aveva un fisico massiccio mio padre, con dei polsi che erano una volta e mezza i miei da adulto, e non sono mingherlino.
Dopo diversi minuti, con la mediazione di mia madre e la promessa che non mi avrebbe picchiato, restituii la chiave e lo liberarono.
Da quella volta non mi rinchiuse più in bagno.
In un'altra occasione dovevamo andare a Roma per una gita aziendale fantozziana in cui i lavoratori potevano portare le famiglie. Dovevamo prendere il treno a Rovigo.
Mio padre aveva che odiava le città, si innervosiva a passarci in macchina, diceva che non sopportava il traffico, però chiamava città anche paesi di 40 mila abitanti come Rovigo o Chioggia.
Entrammo di sera in macchina a Rovigo, lui imprecava nervosissimo perché c'era traffico quella sera, ci disse: "Guardate bene in giro anche voi che con questo caos c'è pericolo."
Io vedendo che c'erano dei cartelli pubblicitari, tra cui uno con un bambino sul vaso da notte, gli dissi: "Ho visto un pericolo: c'è un culo che caga della merda!"
E giù a ridere, io e mio fratello.
Mio padre cominciò a imprecare e a dirmi di non fare lo scemo.
Ma imitando la voce dal megafono dei venditori ambulanti mi  misi a urlare alla gente che passeggiava dalla fessura del finestrino posteriore: "Attenzione gente ai culi sporchi di merda!"
Mio padre s'infuriò, bloccò la macchina, scese e mi tirò giù dicendomi che non mi voleva più. Ripartirono senza di me.
Credevo frenasse e facesse retromarcia, invece sparirono dalla mia vista.
Mi convinsi che non sarebbero più tornati, non sapevo cosa fare, vidi che la gente andava tutta verso una festa, era la Festa dell'Unità, così entrai anch'io.
Pensavo a come fare ora che ero solo, avevo fame e sete ma avevo pochi soldi in tasca, riuscii a comprarmi un panino e un bicchiere d'aranciata; mi sedetti su una sedia a pensare cosa fare ora che ero solo, intanto guardavo quelli che stavano ballando il liscio romagnolo.
Dopo un po' di tempo arrivò mia mamma trafelata, con dei dirigenti della festa e un vigile urbano: "Non ti trovavamo, credevamo ti avessero rapito, abbiamo posteggiato la macchina e siamo tornati a prenderti ma non c'eri più, abbiamo chiesto ai vigili, stavamo per andare dalla polizia a denunciare la tua scomparsa!"
Replicai che erano stati loro che mi avevano abbandonato, mio papà m'aveva aveva buttato giù dalla macchina dicendomi che non mi voleva più, allora si vergognarono in mezzo alla gente e non mi rimproverarono troppo.
Andammo a prendere il treno per Roma.
Salendo tutti spingevano come dementi per accaparrarsi i posti, così noi restammo in piedi senza posto per dormire, ci sedemmo su dei seggiolini nel corridoio.
Arrivò un controllore e vedendoci lì ci fece andare in prima classe, così noi facemmo il viaggio in prima classe comodi, con un bel reparto letto riservato solo per noi, mentre gli altri furbastri se lo fecero in seconda classe, ammassati in sei in ogni reparto letto; il mattino dopo molti dissero che non erano riusciti a dormire.
Arrivati a Roma ci portarono in un prestigioso albergo di lusso col quale avevano fatto una convenzione aziendale, era accanto a Piazza di Spagna, nella strada dietro la scalinata di Trinità dei Monti.
C'era un ambasciatore e gente simile nella hall, ci guardarono in maniera strana quando arrivammo noi famiglie fantozziane.
Al banco della reception c'era un tipo con un'aria sostenuta, moro magro abbronzato, con una giacca rossa.
Notammo che con i pezzi grossi si sperticava in moine e ringraziamenti, accompagnati da piegamenti della testa che per poco non sbatteva la fronte sul banco, mentre a noi poveracci della comitiva ci trattava con un certo cortese distacco, perciò mi fu subito antipatico, inoltre era venuto pochi mesi prima a fare uno spettacolo per le scuole un circo in cui c'era il fachiro che gli assomigliava, dissi a mio fratello: "Guarda quello, assomiglia al fachiro del circo, gli manca solo che si metta una spada in bocca e gli esca la punta dal culo o su per il culo e gli esca la punta dalla bocca".
Ci mettemmo a ridere, ma mio padre a distanza percepì "culo...culo", venne e mi strinse un braccio sussurrandomi ferocemente: "Guarda di comportarti bene e non dire parolacce altrimenti ci buttano fuori!"
Ci diedero delle camere bellissime con letti lussuosi, c'era un impianto di filodiffusione nei comodini, telefono, tanti bottoni per ventilatori, aria condizionata, luci varie...tutta roba che noi bambini non avevamo mai visto,  misero me e mio fratello in una camera e i miei genitori in un'altra.
Andai in bagno e vidi che l'acqua della tazza era alta, non era bassa come da noi a casa, allora mi misi a dire che c'era il cesso intasato, il fachiro si dava un sacco d'importanza ma non teneva neanche in ordine i bagni, presi il telefono premetti il numero della reception e urlai: "Fachiro vieni a sturare il cesso!" Appesi, mi coricai sul letto a ridere, poi pensai che sul cuscino ci aveva dormito tutta la gente, allora presi un fazzoletto da naso grande pulito dalla valigia e lo misi sul cuscino, ne diedi uno a mio fratello più piccolo dicendogli di fare altrettanto e di chiudere la porta a chiave, che non venisse mentre dormivamo quel muso da ladro del fachiro a rubarci la valigia o a protestare perché al telefono lo avevo chiamato fachiro.
Ci addormentammo subito.
Ci svegliammo poco dopo con le grida dei miei genitori e di parecchio personale dell'albergo, erano tutti in camera nostra.
Avevano trovato la camera chiusa da noi dall'interno e dovevamo andare a pranzo, così avevano picchiato sulla porta ma noi addormentati non sentivamo, temevano stessimo male allora avevano dovuto chiamare il personale per aprire la porta, chiusa dal dentro. Andammo a cena.
Quella notte stessa sentii nella strada sottostante una sparatoria, il mattino seguente chiesi e mi dissero che era passata al polizia che inseguiva dei rapinatori, sparandosi.
Quel particolare mi colpì molto, mi sembrò di essere in un film, con inseguimenti e sparatorie, però mi dava una sensazione di pericolo esserci dentro, preferivo la pace della campagna.
Della visita alla città ricordo che era estate e c'era un caldo pazzesco, col sole che riverberava sui marmi e le pietre dei monumenti, pochi alberi e tanto gas di scarico del traffico, non mi piaceva.
L'unica cosa che mi affascinava di Roma erano i freakettoni che vedevo a Piazza di Spagna.


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