sabato 12 novembre 2016

596 - Have A Cigar e i bruciati

Ci sono canzoni che non sono canzoni.
Sono pezzi di vita, di carne, di sangue, di sperma, di te stesso.
Una di queste canzoni per me è Have A Cigar, l'anomala canzone dei Pink Floyd del loro album Wish You Were Here, uscito nel settembre 1975; era anomala in quanto non era cantata come al solito da un membro del gruppo ma da Roy Harper, però pure la musica era anomala, era quasi un funk rock e a me quasi unico in quel periodo piacevano i suoni funk, in più mi piacevano i Pink Floyd, per cui era per me la canzone perfetta.
Come singolo a 45 giri uscì nel novembre 1975, con sull'altro lato Shine On You Crazy Diamond.
Così nel 1976 era presente in tutti i jukebox italiani, anche nei peggiori bar delle peggiori periferie.
In uno di questi bar meno prestigiosi un giorno capitai io che non ero andato a scuola quel giorno, si diceva bruciato, avevo bruciato, c'era il terzo compito in classe di matematica del secondo quadrimestre e io avevo già due sufficienze risicate, se lo sbagliavo ero fottuto, invece saltandolo l'insegnante avrebbe fatto la media con i due dati sufficienti e mi salvavo.
Mi sentivo una volpe, un dritto, un genio, avevo fottuto quell'insegnante fottutissima e rompicoglioni; felice e trionfante nel bar andai al jukebox, inserii la moneta da 50 lire e selezionai Have A Cigar.
Ascoltai assorto e con il sorriso più beato stampato in faccia la lunga introduzione strumentale, poi iniziò la voce a cantare:
"Come in here, dear boy,..." (Vieni qui, caro ragazzo,...)
"T'pudivi butar su Sciainoniùcresidaimond che sta chi la m'fa cagare!" (Potevi buttar su Shine On You Crazy Diamond che questa mi fa cagare!).
Era uno del gruppo di bruciatori seriali seduti al tavolo accanto al jukebox.
Non lo badai neanche, mi sedetti a un tavolo accanto dove avevano lasciato il giornale e mi misi a leggere.
Quel vociare di sottofondo, le canzoni al jukebox, gli odori del bar,...tutto quanto ricordo perfettamente, ...arrivarono degli amici che conoscevo, ci si mise a parlare e ridere.
Potrei descrivere esattamente come eravamo vestiti e ogni particolare di quei momenti a decenni di distanza, perché era un periodo immerso in un'atmosfera elettrica, anche violenta, ma era vita che bruciava marchiando a fuoco indelebilmente i ricordi.
Si era in un'estasi collettiva e il futuro lo immaginavamo scritto da noi.
Poi alcuni giorni dopo quella di matematica intuì che facessi il furbo e mi fece un'interrogazione difficilissima in cui presi cinque, così mi mise cinque anche a fine anno e fui rimandato in matematica.
Succede anche alle volpi che vada male con l’astuzia.
Quando lessi sulla bacheca nell'atrio della scuola il risultato di fine anno sputai sul vetro, mentre mi allontanavo sentii delle ragazzette a modo che erano appena arrivate e si lamentavano dicendo: "Qualcuno ha sputato sul vetro della bacheca, che schifo!",  "Ci sono dei pazzi!".
Andai a ripetizione da un vecchio ed economico insegnante in pensione mezzo intronato e per risparmiare andavamo in tre insieme a lezione, c'era un caldo tropicale quell'estate, da soffocare in quella casa sita in uno stretto vicolo, vecchia e puzzolente di umidità, dove abitava e dava lezioni.
In più l'insegnante si accendeva sigarette in continuazione, un paio di volte se le accese pure alla rovescia, dando fuoco al filtro e tentando di accendere aspirando dalla parte del tabacco; un'altra volta mentre spiegava giocherellava con l'accendino poi andò per accendersi l'ennesima sigaretta, ma aveva alzato tutto il gas, così si bruciò le sopracciglia diffondendo un odore da pollo bruciacchiato nella camera.
Aveva un grosso gatto bianco e nero che stava sempre sulla finestra, sonnecchiava o guardava il vicolo, raramente si voltava per darci brevi occhiate, con un certo disprezzo, si sarà chiesto che ci facevano il suo padrone rincoglionito e quei tre ragazzini distratti di natura in una stanza piena di fumo, con quel caldo che c'era.
In pratica non si capiva quasi niente in tre insieme a lezione, però alla fine fummo promossi e passammo l'anno.
Quando andavo al bar e mi avanzavano 50 lire mettevo su ancora una volta Have A Cigar e stavo bene, mi pareva comunque di aver vinto, di averla fatta franca, anche perché dicendolo adesso in sincerità: non studiavo mai matematica.  Ma poi soprattutto me ne fregava un cazzo della scuola.
Mi piaceva più l'atmosfera che mi riportava questa canzone, sarcastica con il successo, mi sembrava un inno per tutti i combattenti perdenti, per i bocciati, i brucianti scuole e vite, per i predestinati a essere gli ultimi degli ultimi banchi o degli ultimi sedili delle corriere.
Quelli che non arrivano mai primi perché alla gara neanche partecipano non sono ultimi, loro sono fuori...e ascoltando Have A Cigar assaporano ancora una volta la bellezza di essere anomali.







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