Se apprezzate e volete offrirmi una birra o una pizza, vi ringrazio immensamente:

mercoledì 29 luglio 2015

464 - SCUOLA E PISTOLA

Quando andavo a scuola avevo passato i 18 anni, mi ero tenuto la barba, avevo due orecchini dorati fatti a forma di stella sull'orecchio sinistro, mi pettinavo i capelli all'indietro, indossavo un vecchio cappotto lungo blu che era di mio padre e con una piccola cartella nera mi recavo a scuola a bordo di una vetusta fiat 500 gialla di 15 anni e con svariati chilometri sul groppone.
Era inverno e ci avevano trasferito in una sede distaccata, notai che quelli delle prime classi vedendomi arrivare in macchina e conciato così quando passavo si intimorivano, mi dicevano buongiorno, evidentemente pensavano fossi un insegnante, dissi loro: "Andate in classe ad aspettare l'arrivo del vostro insegnante, non sostate nei corridoi".
Loro ci andarono, dopo un paio di volte quando mi videro arrivare sapendo che li mandavo dentro andarono già autonomamente tutti in classe, allora mi affacciai sulla porta dell'aula e urlai: "Spalancate le finestre, arieggiate i locali prima di soggiornarvi".
Mi uscì così casualmente la frase, l'avevo letta su un qualche barattolo di spray insetticida.
Loro si lamentarono che c'era freddo ad aprire, dissi di mettersi i giubbotti, aprire dieci minuti e poi chiudere prima che arrivasse l'insegnante, così trovava l'aula con l'aria rinnovata che cominciava a scaldarsi, mi ascoltarono, in pieno inverno col ghiaccio si rimisero i giubbotti e spalancarono le finestre, glielo dissi anche all'altra aula di prima accanto e pure loro fecero come gli altri.
Il giorno successivo li vidi in classe con le finestre chiuse, allora mi affacciai sulla porta a dire di aprire le finestre, mi guardarono risentiti, dicendomi che l'insegnante si era arrabbiato e voleva dare una nota a tutta la classe per aver spalancato le finestre col freddo, e anche nella prima accanto la loro insegnante di italiano aveva dato per punizione un sacco di roba da studiare, perché anche lei si era arrabbiata per il freddo.
Commentai: "Che insegnanti smidollati".
Una mi chiese che materia insegnavo, gli dissi: "Ma ti sembra che io sia un insegnante?"
"Sì, credevo che lei fosse un insegnante".
"Non credere mai perché ti sbaglierai sempre, io apprendo e basta, sono qui per quel motivo e non insegno niente a nessuno".
Mi guardò perplessa.
Era un sabato, al pomeriggio mi ruppi le palle di andare in giro vestito così, mi lasciai i capelli sulle spalle, mi tagliai la barba e mi misi un giaccone scamosciato da navajo con le frange che avevo trovato per poche lire. Ora sembravo un nativo americano.
Passando davanti a un negozio di giocattoli vidi che c'era una svendita totale, c'erano pistole e stelle da ranger, mi comprai una pistola in metallo e anche una stella di latta da ranger; la stella me l'appuntai sul giaccone  e la pistola la misi in una grande tasca interna.
La pistola mi divertiva perché sembrava vera, ma il motivo recondito era di usarla per il pesante calcio in caso di lite, poiché c'era un grassone più grande e grosso di me, mezzo fascista e mezzo idiota, con cui scaturivano spesso scintille perciò volevo essere certo di abbatterlo con ogni mezzo in caso di lite, anche a costo di sfondargli la faccia col calcio della pistola, quindi mi faceva comodo, e in quel periodo la tenni sempre con me, a portata di mano.
Arrivai a scuola il lunedì successivo messo così, quando mi videro passare per il corridoio i ragazzini mi guardarono stupiti, sembravo uscito da un film western, in aggiunta col tocco demenziale dell'essere vestito da indiano con la stella da ranger.
Vidi che alcuni andarono verso la bidella a chiedere lumi sullo strano individuo, notai mentre mi allontanavo che lei spiegava accalorandosi, prevedibilmente visto che le stavo sullo stomaco per vari atti sconsiderati di vandalismo che avevo compiuto in passato.
Il giorno successivo quando passai di lì uno che sembrava il bulletto capobranco galletto del pollaio mi disse : "Non romperci più i coglioni, lo sappiamo che sei il matto che fa la quarta e si veste come se fosse carnevale tutto l'anno".
Mi voltai di scatto, tirai fuori la pistola in un lampo, gliela puntai bruscamente sotto la gola, premendo la canna d'acciaio contro la pelle e dicendo con voce roca:
"Entro la prossima luna io avrò il tuo scalpo".
Ci fu un silenzio generale, credevano fosse vera.
La puntai verso il soffitto, tirai il grilletto, fece click, feci un sorriso.
Scoppiarono tutti a ridere, anche il galletto che disse:
"Ma sei proprio completamente pazzo."
"Si sono un pazzo, ma lo so e lo faccio per divertirmi, invece voi che ve ne siete accorti dopo giorni e credevate fossi un insegnante siete dei ritardati mentali".
Smisero di ridere, tutti.
Rimisi la pistola nella tasca interna del giaccone e andai verso la mia aula, con la consapevolezza che ormai ero come un treno spento quando va avanti per inerzia su un binario morto.
Quelle sarebbero state le ultime settimane di scuola.




venerdì 24 luglio 2015

463 - NOTTATE MISANTROPE

Sono pieno di sonno, vado a letto che c'è ancora luce.
Poi mi sveglierò in piena notte e andrò al bar a bere un caffè, ma il bar sarà già chiuso, però a me fregherà una sega poiché il caffè non mi piace; quindi tornerò a casa e mi farò un tè verde guardando la tv e ridendo con le pubblicità delle telefonate erotiche.
Quando l'effetto comico sarà scemato cercherò un qualche vecchio film o spegnerò e leggerò qualcosa ascoltando rock dalla radio o da qualche disco.
Alle prime luci dell'alba uscirò mentre il cane, il gatto e la tartaruga mi verranno incontro per farmi festa, darò loro da mangiare e annaffierò a lungo le piante attorno a casa.
In quel momento di solito sto bene, con l'aria fresca del mattino e nessuno all'orizzonte.
Poi mi collegherò a internet, e a chi mi chiederà dove sono stato per fare bella figura dirò sono stato a mignotte tutta la notte.
Mentre quando ci vado veramente dico che sono stato a casa, spesso non mi capisco bene nemmeno io, penso sia perché odio essere prevedibile o anche ancora di più odio chi vuole sapere i miei interessi e non si fa un pacchetto di cazzi suoi.

462 - LA TV DEI REGAZZI

Mio nonno raccontava che c'era una volta una vecchia osteria in cui non c'era il bagno, si usciva per fare i bisogni tra l'erba.
In una notte molto piovosa un ubriaco per non uscire dall'osteria e bagnarsi andò a nascondersi nello stanzino dove l'oste teneva il vino e ci cagò.
L'oste se ne accorse quasi subito, allora prese il cappello dalla testa dell'ubriaco, andò a raccogliere la merda con l'interno del cappello, tornò dall'ubriaco, glielo rimise in testa calcandoglielo fin sulla fronte, poi lo spinse sulla porta e prendendolo a calci in culo lo butto fuori, sotto la pioggia scrosciante che faceva colare la merda dal cappello.
Ci raccontava storie così quando eravamo bambini mio nonno; noi bambini seduti sul muretto di recinzione sotto un enorme salice piangente, come ad assistere a uno spettacolo lo ascoltavamo e ridevamo come pazzi, mentre lui in piedi di fronte a noi con l'immancabile sigaretta tra le dita giallastre fumava, raccontava, imprecava, scatarrava, sputava e bestemmiava.
Guardavamo poco la televisione, a quei tempi c'erano solo due canali Rai, perciò era mio nonno che faceva la tv dei ragazzi, era lui la nostra Cristina d'Avena.

461 - Vianello e Tiozza

Avevo trovato morto Vianello, il mio pesce rosso preferito.
La sera avevo guardato ed era bello svelto, alla mattina invece ho trovato un defunto.
Probabilmente la causa è che gli avevo dato del mangime con dei grumi, non è stato mangiato tutto, i grumi sono scesi sul fondo e col caldo hanno fatto un inquinamento superiore alla norma che gli è stato fatale. L'acqua inquinata è nella maggioranza dei casi la causa di morte dei pesci allevati, quando si vede che mangiano poco e stanno sempre in superficie a boccheggiare, o peggio hanno delle chiazze rosso sangue sulla fronte, bisogna immediatamente metterli in acqua pulita, per salvarli; ma con lui mi sono fregato perché è successo durante le notte.
Mi dispiaceva perché mi salutava al mattino agitandosi nella vaschetta che voleva mangiare, se sistemavo la vaschetta si lasciava accarezzare, si accorgeva di me anche se passavo in lontananza.
C'era un altro pesce che era da 5 anni con lui, si chiamava Tiozza, era femmina, sua moglie.
Dopo la morte del marito Vianello stava senza mangiare, ferma in un angolo, appariva triste; invece quando c'era il marito lo seguiva sempre, mangiava, stava bene.
Allora ho pensato che stesse meglio in compagnia e sono andato a comprarne un paio di pesci piccoli. Li ho messi con lei ma non è cambiato il suo atteggiamento, mangiava ancora poco, e a distanza di dieci giorni da Vianello ho trovato morta anche sua moglie Tiozza, deve essere stato il dispiacere.
Io non sopportavo tenere dei pesci rossi, me li hanno regalati e volevo buttarli nel canale, ma mi hanno detto che muoiono subito essendo pesci d'allevamento, allora ho chiesto se qualcuno li voleva, li regalavo, ma nessuno li ha voluti, per cui mi è toccato tenerli.
Qualsiasi animale in cattività mi fa tristezza, pure un pesce.
Vedo tanti animalisti e vegetariani che invece se ne fregano invece dei pesci, magari si mangiano pure l'aragosta che viene bollita viva tra atroci sofferenze.
Andavo a pescare da ragazzino, ma poi già a infilare il verme mi pareva una crudeltà, pensavo che tu sei lì e ti fai tranquillo la tua vita da verme, arriva un gigante, ti prende e ti infila un gancio che trapassa il corpo, poi ti butta in acqua mentre ti agiti dal dolore.
Arriva il pesce che anche lui è lì che si fa i suoi interessi senza infastidire nessuno, ha fame, si mangia il verme che finisce di soffrire ma cominciano i guai per il pesce, si ritrova con la bocca trapassata da un gancio d'acciaio, viene sollevato in un ambiente estraneo e gettato nel contenitore dei pesci pescati ad agonizzare.
Ho smesso di pescare.
Magari a sfondare di pugni e calci uno che mi dà fastidio ci metto un attimo, ad aprirlo con una coltellata se mi minaccia ci metto un centesimo di secondo, ma mi dispiace infilzare un verme. Sapete il perché?
Perché il verme non mi ha rotto il cazzo.
Se uno non mi dà fastidio non gli farei mai del male, anche se è uno scarabeo stercorario, un verme o un religioso, basta solo che non mi diano fastidio.

giovedì 23 luglio 2015

460 - REGOLE

Mediamente
un vecchio è una merda secca
un grassone è un sacco d'immondizia
una ragazza madre è un paio di mutande sporche
un disoccupato è una scatarrata
un profugo clandestino è una scorreggia
per la persona media.

Mentre
tutti quelli dentro le regole di mercato sono
da riverire e rispettare
e ci si deve unire a loro
per creare un'uguaglianza
e chiudere fuori i diversi.

Per quello io odio i gruppi
anche quelli che si pensano alternativi
sono basati sull'omologazione a regole.

Amo solo i cani sciolti
indipendenti, imprevedibili
che quando meno se lo aspetta
azzannano alla gola
la persona media
con le sue merdose regole.


459 - i rifiuti della società

"Una merda di maiale in un secchio vale più di un vecchio".
Lo hanno detto ieri sera al telegiornale principale
durante l'approfondimento sull'economia.
Ma un esperto ci ha spiegato che è una regola che vale
solamente quando il vecchio è povero,
se è ricco diventa interessante e affascinante
ed è giusto così
perché i poveri fanno cagare il prossimo
già da giovani
figuriamoci da vecchi.
Grazie a Dio
e a chi ci frega a nome suo
siamo in una meravigliosa società
che farà
tutti belli, sani, giovani e vincenti
con tanti soldi per pochi
con tante promesse per tutti,
e soprattutto senza alcun dissenso.
L'unico problema sarà lo smaltimento dei rifiuti,
anziani compresi (solo se indigenti).

mercoledì 15 luglio 2015

458 - LE FERIE NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO

Tristi estati filoamericane
di uomini di latta
in fila per partire
verso avventurosi viaggi negli autogrill.

Patetici fermacarte umani
si sentono liberi
si atteggiano a rivoltosi
si devono divertire
obbligatoriamente
durante le brevi vacanze organizzate
ore d'aria
con cibi naturali biologici
avvolti con plastica tossica
con cibi radioattivi corrosivi
confezionati ecologicamente
evidentemente
qualcuno si diverte molto
a prendere per il culo
gli schiavi agonizzanti
mentre applaudono entusiasti
implorando un qualsiasi bis
che consenta di illudersi
ancora un altro po'
di non essere quel che si è.

Le parole pietre tombali
con le constatazioni rassegnate
del tanto funzionano così le cose
sono esilaranti
per chi si gode lo spettacolo
e i profitti
delle vite agonizzanti.

Buone vacanze.

Per fortuna non ci sono mai quando vi divertite.


sabato 27 giugno 2015

457 - CHE FARSENE DEI POETI?

Un poeta nell'era digitale
vale come lo sputo di un ubriaco sul marciapiede.

Ma per lui la poesia è tutto
quello che ha e che può dare
è così
e così rimarrà
anche se la folla sulle poesie ci piscia sopra,
anche se la pubblicità ci cancella tutti,
anche se i morti ormai ci fanno ridere,
anche se la sensibilità serve solo negli slogan
per vendere profilattici.

Un poeta resta poeta
per non essere un altro
qualsiasi qualunque.

giovedì 25 giugno 2015

456 - LOGORAZZISMO

D'estate mi metto quasi sempre le magliette polo, quelle di cotone traforato e col colletto. Si sta più freschi che con le magliette di cotone liscio, mi piace la forma che hanno, come mi stanno e poi mi sono abituato così.
Il problema è quel loghetto del cazzo che ci attaccano, se posso lo tolgo, mi prendo le forbicine da unghie e taglio i fili che tengono attaccato il logo; anche da ragazzino facevo così, ricordo una volta che mi avevano regalato una Lacoste col suo coccodrillo e l'ho tolto.
Quella che me l'aveva regalata mi disse: "Ma non ti metti mai la maglietta che ti ho regalato e assomiglia a quella lì."
"Ma è questa qui! Ho solo tolto il coccodrillo perché mi stava sul cazzo."
Tilt mentale, occhi sbalorditi: "Ma come? Perché ti stava sul cazzo il coccodrillo? Ma se gli altri se la prendono apposta per averlo? Proprio non ti capisco, sei strano."
E io: "Anch'io trovo strani e non capisco gli imbecilli che se non girano col marchio in vista stanno male."
Ora ricamano i loghi che se li togli fai il buco nella polo, non si riesce quasi mai a toglierlo, devi girare col tuo marchietto. Ma girando ti accorgi che diventano simboli di appartenenza, servono per catalogarti, per creare caste umane.
Se hai un coccodrillo Lacoste sei visto bene dall'élite di sinistra, va bene per figli di buona famiglia, insegnanti, politici, giornalisti.
Se hai un alloro Fred Perry allora vai bene per l'élite rockettara, che si crede trasgressiva ed ama particolarmente il rock inglese, la birra, e il bancomat.
Se hai il giocatore di polo Ralph Lauren sei ok per sembrare un benestante, un po' filoamericano e anche a destra ti apprezzano.
E così via per i vari marchi che costano molto più della media, perché con i soldi per comprartene una di queste succitate te ne compri due o tre buone, di una marca sportiva meno prestigiosa; o anche 6 o 7 se come me vai a rovistare nel cesto delle offerte nei supermarket e durante le svendite.
Ne ho una col giocatore di polo originale Lauren che era vecchia e non andava più bene a un mio parente più grosso di me, voleva gettarla negli stracci, mi ha chiesto se la voglio, me la sono fatta dare e mi va perfetta, sembra fatta su misura, è di un colore giallino e non si nota che è scolorita.
A volte la metto e mi accorgo che se vado in un ufficio o in banca mi guardano con più benevolenza e stima di quando vado con una che ho preso dai cinesi senza marchio; anche loro impiegati hanno quasi sempre un marchio prestigioso in evidenza sulla camicia, sul maglioncino e sulla polo, pensano di essere più prestigiosi così, invece a me sembrano più stronzi di quel che sono.
In certi ambienti sono proprio maniaci, guardano subito il marchio per classificarti col loro logorazzismo.
Un periodo andavo spesso per lavoro in un ufficio che sotto aveva un negozio di abbigliamento di marche di lusso, aveva i prezzi più alti di ogni altro negozio d''abbigliamento che ci fosse, una camicia costava minimo sui 200 euro, un paio di calzoni idem, le polo erano a 150 euro o più, avevano marchi che manco li conoscevo, Kenzo ricordo, ed era uno di quelli che costavano meno. Pure nell'ufficio di sopra in cui andavo erano maniaci del vestire firmato, tutti marchiati Dolce e Gabbana, Armani, o andavano al negozio di abbigliamento lussuoso sotto a prendersi da vestire.
In quel periodo mi ero preso tre polo per 5 euro cadauna al mercato, erano fatte bene ma avevano scritto una stronzata come marchio, orso profeta c'era scritto, quando andai indossando una di quelle polo in quell'ufficio a portare le carte di lavoro mi guardarono come se mi avessero cagato sul petto, di solito ne sono felice di dare fastidio alla gente ma quella volta provai un senso di imbarazzo, perché piaceva poco pure a me circolare con quella scritta sulla polo.
Qualche giorno dopo vidi mia mamma che stava cucendo dei cerchietti concentrici di colori diversi in cotone grosso per farsi delle presine, sembravano dei piccoli bersagli, mi venne l'idea, le chiesi se mi attaccava un cerchietto sul marchio delle polo che avevo preso, così me li mise a coprire il logo di tutte e tre le polo, che non si vedeva più quella scritta idiota.
Quando tornai in quell'ufficio di fanatici modaioli vidi che guardavano fissandolo il cerchietto variopinto, arrovellandosi il cervello non capendo di che marca fosse la polo, poi quando sono uscito passando davanti al negozio di abbigliamento sottostante c'era il proprietario dentro la vetrina che stava sistemando i nuovi arrivi, mi fermai a guardare per curiosità quello che stava mettendo in vetrina, lui vedendomi si mise a fissarmi con volto perplesso il marchio della polo, non capendo di che marca fosse, "Un nuovo logo che non conosco!" avrà pensato.
Mentre mi allontanavo lo vedevo ancora con il viso a punto di domanda.



455 - LA STORIA DI PENTOLONE

Pentolone, un tipo grande e obeso, col viso sempre rosso e un piumino blu scolorito nonché sformato che toglieva solo in piena estate, rideva e cantava sempre, sembrava fosse ubriaco invece era così di natura.
Lo chiamavano Pentolone perché mangiava in fretta, si riempiva e svuotava velocemente come una pentola, aspirava in un attimo il cibo e girava voce che poi defecava quello che aveva mangiato quasi come era, che si vedeva ancora la forma.
Raccontavano che una volta, anni 80, era andato con amici in una elegante discoteca della zona frequentata da fighetti, mentre era lì gli venne da defecare ma in bagno si accorse che le toilette erano occupate, c'erano solo gli orinatoi a muro liberi, gli scappava, così si tirò giù i calzoni e defecò in un orinatoio, si pulì con le salviette di carta e se ne uscì, subito dopo entrò un tipo curato e vestito di nero dark new wave, pallido, magro, col ciuffo, si avvicinò all'orinatoio senza farci caso, quando all'improvviso vide la massa di spaghetti e merda cagati dentro l'orinatoio indietreggiò inorridito...e svenne, cadendo di schiena sul pavimento del cesso, dovettero venire i buttafuori e portarlo fuori a riprendersi dallo shock.
Ivan, un criminale della malavita locale sempre vestito elegante e di marca. cocainomane, fanatico di palestra e cattivo come una merda, sapendo che Pentolone viveva con gli anziani genitori che avevano da parte un certo gruzzoletto, dopo una vita di lavoro, riuscì a convincerlo a fare una società con lui, così con la società a Pentolone intestava le cambiali e Ivan si intestava gli assegni, Pentolone doveva scaricare i camion e l'altro stava in ufficio a fare un cazzo o trombarsi qualche malcapitata segretaria.
Ogni tanto Pentolone si lamentava per questo, allora Ivan gli dava una ripassata di botte, aiutandosi anche con una spranga di ferro, a volte lo fece finire in ospedale, una volta pisciava sangue dai calci che si era preso nella schiena.
Diceva al pronto soccorso che era caduto dal camion o che si era fatto male lavorando, altrimenti ne prendeva ancora di più o finiva seppellito.
Poi la società cominciò ad andare male, Ivan si tolse imboscandosi i soldi e lasciò fallire Pentolone; come liquidazione per le sue lamentele gli diede una scarica di botte megagalattica, lo ritrovarono alla sera incapace di muoversi e col viso fracassato i suoi anziani genitori, che vennero a cercarlo preoccupati perché non era tornato a cena. Non volle denunciarlo per paura che finisse peggio.
Pentolone fallì con la società.
Ivan a forza di farsi cominciò a delirare, vedeva poliziotti dappertutto, aveva paranoie che lo volessero uccidere, lo ricoverarono, finì in una comunità mezzo rincoglionito.
Pentolone finì in miseria, viveva mantenuto dalla pensione dei genitori, ma incontrò una biondina timida e a lei Pentolone piaceva, diceva che non le importava se fosse brutto, ma lo apprezzava perché era buono e simpatico, si fidanzarono, lei era piena di soldi e lui trovò lavoro nella ditta di suo suocero, fecero famiglia, ebbero dei figli.
Ora Pentolone sta bene, e dicono che mangia più lentamente, così non defeca più le sue orripilanti merde scioccanti.




martedì 16 giugno 2015

454 - GENERAZIONE WEB

Moriremo di miseria e fame,
ci ritroveranno dopo mesi o anni
con un sorriso ebete stampato in faccia
mentre stavamo cercando
post divertenti in facebook
necessari per dimenticarci
la povertà e le rate da pagare
dello smartphone e del computer
necessari per collegarci
al web,
che commosso dalla notizia
ci commemorerà
con quaranta mi piace
una ventina di RIP
e ci scorderà
dopo una decina di minuti.



martedì 9 giugno 2015

453 - SOTTO LE PIETRE

Da bambino mi affascinava spostare le grosse pietre dal terreno.
Sotto c'era un imprevedibile mondo nascosto.
Vermi e insetti vari con gallerie scavate,
ragnatele,
bozzoli,
formicai,
grandi bruchi bianchi
e altre strane creature.
Io li osservavo lungamente, fino al punto che mi sembrava di entrarci e far parte di quell'universo.
Poi rimettevo la pietra dov'era.
Andavo via contento, convinto di aver vissuto qualcosa che nessun altro aveva mai visto.
Ma qualcosa mi era rimasta dentro.
Me ne accorsi quando tutti dicevano o facevano e io avevo l'istinto di dire o fare l'opposto.
Mi resi conto che ero attratto dal diverso dalla norma, dall'inusuale, da ciò che non è banale.
Sotto le pietre avevo scoperto me stesso.
Adesso ancora
quando trovo qualche persona che mi interessa
cerco di sollevare la pietra che lo nasconde
per capire
il suo vero intimo essere.




sabato 23 maggio 2015

452 - MITI

Quando ero ragazzino uno che voleva sembrare ricco e affermato si comprava un accendino placcato oro e un pacchetto di John Player Special; erano sigarette che costavano più delle altre, in un pacchetto grande nero lucido, con le iniziali color oro che risaltavano, per cui uno se lo metteva sul tavolino del bar e gli appoggiava sopra l'accendino d'oro finto ecco che l'insieme brillava illuminato dal sole, irradiando un senso di ricchezza spropositato.
Quelli che passavano davanti al proprietario in posa e orgoglioso lo guardavano con ammirazione o gli dicevano frasi scherzose tipo:
"Dove hai trovato i soldi?"
"Sei andato a rubare?"
"Cosa te ne fai dei soldi se non capisci un cazzo?"
"Pensi d'essere bello ma fai veramente vomitare."
"Guarda quanti soldi hanno al giorno d'oggi le teste di cazzo!"
Lui si pavoneggiava, era al centro dell'attenzione.
Poi se finalmente passava davanti al bar qualche ragazza vedendo il tipo spaparanzato con le sigarette in esposizione sul tavolino istintivamente lo guardava, e se ne andava, vedendo un esaltato simile.
Ma bastava quello sguardo per accendere i commenti dei nullafacenti da bar:
"Hai visto che le donne lo guardano?!"
"Le donne guardano quelli che sembra abbiano i soldi, anche se è un muso da merda morto di fame come lui."
"Avrà astinenza di cazzo per guardare un tipo così."
"Domani mi compro anch'io le John Player Special!"
Erano le sigarette del ricco sfondato.
Poco tempo fa in una tabaccheria le ho notate, le fanno ancora, però non sono come me le ricordavo, non trasmettono più quel senso di lusso sfrenato, il pacchetto non è più come prima, ma soprattutto la cosa che mi ha maggiormente deluso è che costano come le altre sigarette.
Un altro mito se ne è andato.



domenica 17 maggio 2015

451 - MISERIE

Troppa miseria
spazzata via, nascosta
sotto il tappetto bello.

Chiusi in macchinoni lucidi
con tante rate da pagare e poca benzina
troppe barbe e troppi capelli stirati
con pensieri vuoti se son vuoti i bancomat.

Cosa serve per salvarsi
da sé stessi?

Non ho risposte
e non voglio niente
e non possiedo alcunché
perciò la mia anima gemella
è morta
prima di esistere o resistere.

Io vado
vago, vado, vago.




giovedì 7 maggio 2015

450 - CHI SONO

Sono il poeta a cui non piacciono le cosiddette poesie
Sono il lettore a cui non piacciono mai i libri che legge
Sono l'opinionista a cui stanno sul cazzo le opinioni
Sono un: Non sono.

E se vedi per un attimo quella nebbiolina sull'asfalto
d'estate lungo la statale
quell'attimo ero io...


giovedì 30 aprile 2015

449 - IL CAPPOTTO PSICHEDELICO

Ricordo nell'inverno 1976/1977, avevo 14 anni e un lungo cappotto che sembrava la coperta del cavallo, era sia a quadri che spinato, marrone terra di Siena e grigio la parte spinata, con enormi quadri accennati rossi e gialli, come non bastasse aveva ogni tanto degli strani crini biancastri che spuntavano tra i quadri, deve essere stato sotto effetto di un'overdose di Lsd quello che l'ha disegnato; l'aveva preso in svendita mio padre perché costava poco, inoltre mi aveva passato una sua berretta di panno marrone da anziano pensionato che gli era stretta.
Mi vergognavo un po' a salire in corriera per andare alle superiori conciato così, ma l'alternativa era mettermi un giubbotto primaverile in jeans leggero con cui tremavo dal freddo, per cui mi me lo facevo piacere quel look.
Già dalla fermata dell'autobus mi guardavano sia le ragazze che i ragazzi come se fossi una gigantesca merda di cane, nessuno mi rivolgeva la parola, quei pochi che conoscevo fingevano di non vedermi o mi salutavano sbrigativamente con un visibile imbarazzo.
Loro erano tutti vestiti con un loden, ragazze e ragazzi, era o verde o grigio o blu, e tutti avevano un paio di jeans Fiorucci con una moneta cucita su una tasca. Su circa 40 persone ce n'erano solo tre oltre a me che non erano vestite così, e quelli avevano un eskimo e dei calzoni qualsiasi come me, erano i comunisti ed erano gli unici che ogni tanto mi rivolgevano la parola.
Vicino a me non si sedeva mai nessuno, allora mi mettevo accanto al finestrino mezzo appannato e per mezz'ora fantasticavo di correre con una moto scrambler per gli infiniti campi di terra desertici che vedevo, in sottofondo andavano a ripetizione le canzoni di Lucio Battisti di cui l'autista aveva tutti i nastri in stereo 8.
Al ritorno stesso copione, tutti i giorni tranne la domenica, un'ora in totale al giorno di scorrazzamento in moto per campagne desertiche con una ragazza immaginaria avvinghiata a me sulla moto immaginaria e con la musica di Lucio Battisti come colonna sonora.
Ogni tanto cambiavo moto, la ragazza invece era quasi sempre identica alla bionda Stevie Nicks dei Fleetwood Mack, con la stessa identica voce mi diceva ogni volta "Fammi guidare un po' a me", ci scambiavamo posto in moto senza fermarci e da dietro cominciavo a baciarla, palparla e spogliarla finendo per far sesso nudi mentre correvamo in moto per gli infiniti campi, lei guidava e io la prendevo da dietro.
Smontavo dalla corriera col pacco in tiro e felice tra decine di facce tristi e scure, col mio fantasmagorico cappotto che mi piaceva ogni giorno di più.
Un giorno una ragazza più vecchia di me che era all'ultimo anno mi chiese: "Ma tu come fai a essere sempre così tranquillo e beato, fregandotene di tutto?"
Non potevo raccontarle delle corse in moto e di Stevie Nicks, con Battisti che ci cantava le canzoni.
Allora per non fare brutte figure le dissi: "Perché mi drogo!"

Stevie Nicks

lunedì 27 aprile 2015

448 - SUICIDI

Negli anni 70 c'era un ragazzo in paese a cui era venuta una malattia per cui perdeva ciuffi di capelli, era rimasto quasi in pelata con ciuffi qua e là, allora al bar dicevano che sembrava gli avessero sparato una fucilata in testa e hanno iniziato a chiamarlo Fucilata, quando lo vedevano gli facevano battute e lo pigliavano continuamente per il culo.
Lui già depresso dal fatto di essere in pelata in un periodo in cui erano di moda i capelli lunghi  ha cominciato a stare sempre in casa, dopo un po' di tempo si è impiccato alla maniglia di una finestra di casa, ci vuole una gran determinazione disperata per impiccarsi dove tocchi con i piedi
Sono passati decenni e ancora adesso in paese se qualcuno ha dei problemi e lo vedono giù di morale gli dicono "Impiccati come Fucilata!", ridendo e pigliandolo per il culo tuttora, dopo anni e anni, per sempre.
I suicidi spesso sono divertenti  proprio per quelli che ne sono stati una causa.
Inoltre tanti si ammazzano per delle stronzate che a loro sembrano in quel momento insormontabili, ma non lo sono. Per esempio una volta ho visto uno che raccontava aveva tentato di ammazzarsi perché aveva una brutta pelle del viso, rovinata dall'acne.
Quel ragazzo detto Fucilata se fosse vissuto oggi che la pelata è di moda non si sarebbe ammazzato, magari se si faceva della palestra e dei tatuaggi  lo avrebbero pure ammirato e rispettato, poiché aderiva a un modello imposto dai media e accettato dalla massa.
Un giorno ho visto casualmente un tipo su facebook scrivere che aveva deciso di suicidarsi e chiedeva gli consigliassero un metodo veloce per farlo, era un tipo magro sui diciott'anni, vestito di nero con un aspetto tra l'emo e l'emorroide, tutti cercavano di farlo desistere, mentre a me pareva il solito imbecille che cercava di attirare attenzioni e pietismi. Notando che era bruttarello e con un naso enorme modello roncola pensai fosse quello il motivo, così scrissi un commento: "Ti consiglio di ammazzarti mettendo la testa nella tazza del cesso e tirando l'acqua, con quella enorme roncola che hai al posto del naso aspiri tutta l'acqua immediatamente e muori all'istante".
Mi pareva perfetto come commento, ironizzando sui suoi difetti gli avrebbe fatto passare ogni idea di suicidio, in quanto se era una posa gli avrebbe fatto capire che era ridicolo, mentre se era un'intenzione seria ridicolizzando il suicidio avrei smontato la stupida mitizzazione che si fanno dell'evento gli aspiranti suicidi.
Stavo per premere il tasto di invio, ma mi ricordai di Fucilata, magari avrei ottenuto l'effetto contrario, ironizzando troppo lo avrei fatto ammazzare veramente e forse poi mi sarebbe dispiaciuto, ci sarei rimasto male.
Vidi proprio in quel momento che una ragazza sua amica aveva scritto stava andando a casa sua per farlo desistere, allora cancellai il commento.
Ho rivisto il tipo sempre casualmente su facebook dopo alcuni anni, ostentava una certa ricchezza, si era fatto crescere la barba e aveva messo una foto in cui si pavoneggiava della sua auto nuova con i cerchioni in lega.
Probabilmente sarebbe stato meglio lo avessi spedito quel commento, magari in circolazione c'era uno stronzo in meno.



giovedì 23 aprile 2015

447 - CURIOSITA'

C'è qualcosa che mi fa tenere duro e andare avanti, forse è solo la curiosità di vedere la prossima puntata.

sabato 11 aprile 2015

446 - IL BOSS

Ho un gatto che appare di notte e sparisce di giorno, nessuno sa di chi sia e da dove venga.
Alla sera viene in garage a mangiare quello che do al mio gatto e al mio cane, appena vado per vedere non c'è più.
Ho provato quando sento il rumore che sta mangiando ad andare piano, senza che mi senta, apro la porta di scatto ma non c'è e anche il mangiare è sparito
Mentre i miei animali lo lasciano fare, forse è più forte e li intimorisce, è il boss del quartiere, un capo branco, il leader della  gang; infatti mi piscia spesso in garage per segnare il suo territorio.
Sono riuscito a vederlo solo due volte di sfuggita, è tigrato grigio sopra e la parte superiore del muso ed è bianco nella parte inferiore, sul petto e le zampe.
Ho provato a mettere il mangiare fuori dal garage ma sparisce ancor prima, ho provato a metterlo in un altro posto ma sparisce ugualmente, ho provato a tenere chiuso nell'ora solita che mangia tutto mettendo il mangiare più tardi, ma lui stava in agguato e se lo è mangiato.
Allora ho provato a chiudere la porta del garage quando i miei animali non mangiano subito, li ho messi fuori e ho chiuso il garage.
Verso le 5 del mattino ho sentito rovesciare un secchio e muovere in garage.
Cazzo, i ladri.
Ho preso una spranga di ferro e una pila, ho aperto la porta di scatto pronto a difendermi, ma non c'era nessuno, c'era tutto rovesciato e il croccantini del gatto erano stati mangiati.
Il boss dei gatti si era nascosto in casa quando ho chiuso, si è mangiato tutto e gli era venuto poi da cagare per cui cercava di farla in un secchio.
Era sotto la macchina, potevo sgridarlo o picchiarlo, ma ho aperto la porta del garage, che vada.
E' furbo, svelto, intelligente; è meritatamente un vero leader e il vero leader merita rispetto.



giovedì 9 aprile 2015

445 - CANI DA DIFESA

Spudorate dittature
democraticamente elette
da oppressi anestetizzati
e addomesticati
come migliori cani da difesa
dei propri persecutori.

immagine creata da andreasfinottis