Pensieri, versi, racconti, sms espressi in libertà. Achtung/Attenzione: può contenere un linguaggio esplicito, non adatto ai minori non accompagnati e ai perbenisti anche se accompagnati.
- Dopo gli anni di piombo, i 70, c'è stato un periodo bellissimo negli anni 80, finalmente ci si poteva divertire, la gente aveva voglia di leggerezza!
Gli rispondo:
- A parte che è una cagata sesquipedale catalogare a decenni il passato, è di una superficialità assurda, mi stai ripetendo un racconto imposto alla collettività per cancellare quanto di buono e bello c'era nel periodo in cui la gente cercava d'essere meno sciocca e di lottare per i propri diritti. Le indubbie esagerazioni erano palesemente alimentate, da chi voleva che le contestazioni e le lotte fossero invise alla popolazione. Lo dichiarò lo stesso Cossiga, che infiltrava le manifestazioni per alzare il livello di scontro e giustificare le repressioni poliziesche. Poi bombe e stragi, con le indagini inquinate da membri della P2. E poi, grazie alla televisione commerciale del piduista di Arcore, hanno inculcato un modello statunitense di consumatore beota, per il quale i prodotti diventano status symbol, da sfoggiare per figurare più benestanti di ciò che si è. Pertanto per molti diventa una vergogna sembrare poveri e non si lotta per i propri diritti. La politica diventa propaganda e promesse non mantenute, per una maggioranza di votanti dalla memoria cortissima. Inoltre sai una cosa importante? Ci si annoia, erano molto più vivi e divertenti gli anni falsamente raccontati grigi e noiosi. Per coloro che erano noiosi succedeva perché non erano se stessi, seguivano la tendenza del periodo, quindi per esempio ascoltavano cantautori impegnati di cui non capivano una sega, invece di dare sfogo alla propria cretineria con canzoni sceme, negli anni 80 e successivi potevano farlo più liberamente, perciò sembrano loro più divertenti.
- Vabbè, tu la pensi così.
- E tu cosà, tutte le opinioni hanno pari valore, trallallero trallallà. Che è, il festival del qualunquismo?
- Ognuno ha il diritto di esprimere le proprie idee.
- Una idea che è uno slogan imposto, che mi ripeti, non è un'idea tua, sei un altoparlante che trasmette messaggi di altri.
- Vabbè Andreas, sei sempre uguale, sei rimasto indietro di 40 anni. Identico ad allora. Prendi un caffè?
- Invece sono avanti, fin troppo avanti, come cantava Er Piotta, comunque la coerenza per me resta un pregio ed è un'imbecillità la frase fatta che solo gli imbecilli non cambiano mai idea, per giustificare i propri voltafaccia di comodo e il tradire la parola data. In più nemmeno sono uguale ad allora, infatti allora prendevo un caffè corretto abbondantemente, mentre ora prendo un decaffeinato. Vorrei vivere più a lungo possibile, per rompere i coglioni eternamente.
Stamattina mi sono alzato presto, così sono uscito, ho preso la bici e sono andato a fare un giro.
Alle 7 prima di partire avevo sentito che suonavano le campane della chiesa, dopo poco arrivo in piazza e le suonano ancora, guardo l'ora, le 7.30, una suonata ogni mezz'ora, una bella rottura di palle per chi abita accanto al campanile.
Passo davanti ai bar della piazza e c'è già qualche persona seduta ai tavoli esterni dei locali, uno legge il giornale, uno beve il caffè, una mangia la brioche, chiacchierano tra loro...mi arrivano gli odori a tal punto che mi sembra di sentire persino l'odore dell'inchiostro fresco del giornale. Ma penso a quanto siano sapori e sensazioni che si stanno perdendo, c'è sempre meno gente che alla mattina presto va al bar a prendere il caffè e a leggere il giornale, sta scomparendo quel mondo lento che assaporava la vita godendosela con tranquillità, approfondendo conoscenze e notizie.
Proseguendo vedo come molte case anni 60 o 70 con solo il piano terra e il pezzetto di terreno circostante siano in vendita, le nuove coppie vanno ad abitare nelle villette a schiera o negli appartamenti di nuova fabbricazione, ma i loro figli in che modo vivranno? Senza un giardino in cui giocare con delle piante sulle quali arrampicarsi, senza la possibilità di tenere un cane o un gatto liberi.
Non vogliono stare bene, preferiscono adeguarsi alle tendenze del momento senza pensare cosa sarebbe meglio per loro, così si ha una massa di gente che non vive la vita con i suoi ritmi ma si adegua a tutto ciò che viene imposto, per inseguire il traguardo consumistico del momento.
C'è stato un periodo dove si stava bene con poco, poi come un tossico perso abbiamo aumentato sempre di più la dose di prodotti che dobbiamo comprare, per calmare la dipendenza dall'acquisto compulsivo.
Magari un giorno rimpiangeremo pure questo periodo e i centri commerciali, perché verranno i droni a portarci a casa subito tutto quello che vogliamo.
C'era un bar che non era un bar.
Era un tabaccaio che teneva aperto la sera e faceva da bar, ma dentro si trovava un ristrettissimo ambiente, era in pratica una piccola camera.
Si entrava da una ripida scalinata, davanti all'ingresso il vecchio bancone, sulla sinistra cinque sedie appoggiate al muro con un tavolo davanti, sul muro opposto un termosifone con a lato la sesta sedia, su cui avevano piazzato una piccola televisione 14 pollici portatile, che prendeva i canali con l'antenna estraibile, così si vedeva malissimo e in aggiunta ognuno che entrava ci passava davanti, facendo perdere il già scadente segnale.
Aveva dei clienti fissi, tre anziani fissati perennemente su tre di quelle sedie e sembrava sempre che avessero appena finito di litigare, con una faccia arrabbiatissima stavano per ore senza mai parlarsi, guardando come se guardassero nel vuoto verso la minuscola televisione sulla parete opposta che trasmetteva suoni confusi e righe tipiche delle frequenze disturbate, non si capiva neanche che programma fosse, arrivavano solo spezzoni di discorsi a caso e pochi secondi di immagini che svanivano subito tra i disturbi.
Anche il barista/tabaccaio aveva una faccia arrabbiata e stanca, pure lui non parlava mai, solo lo stretto necessario.
Una nebbiosa sera di novembre andai a prendermi le sigarette.
Entrai e il barista stava allontanandosi dal bancone con un vassoio, sul vassoio c'erano un pacchetto di cracker e un bicchiere d'acqua, il bicchiere lo appoggiò bruscamente sul tavolo e il pacchetto di cracker lo diede in mano al più grosso degli anziani. Mi misi a osservare quell’anziano, sembrava un malinconico vecchio gorilla in gabbia allo zoo, con lo sguardo basso apriva il pacchetto di cracker, aveva un giubbotto di pelle nera e un maglione a collo alto rosso scuro, rigonfio sulla pancia come se fosse all'ottavo mese di gravidanza, credo non riuscisse a chiudere la zip del giubbotto con quella pancia prominente, infatti lo avevo sempre visto aperto e pensai che probabilmente era per quello che aveva la nausea e aveva chiesto acqua e cracker, avendo preso un colpo di freddo allo stomaco. Ruminando i cracker guardava tristemente in basso, verso la pancia e il pavimento, mentre gli altri due anziani a lato guardavano la tv, voltai lo sguardo anch'io verso la tv e non si vedeva niente quella sera, righe continue, in mezzo qualche immagine incomprensibile e qualche parola insensata.
Presi le sigarette e prima di uscire mi fermai un attimo, avevo voglia di dire a quello dei cracker: "Mi dispiace che questa sera non puoi divertirti come i tuoi amici."
Mi faceva ridere la battuta, ma ci pensai meglio e cambiai idea, mi trattenni. Immaginai che disperazione di vita dovevano avere a casa per uscire a andare a sedersi lì in silenzio a guardare nel vuoto e rabbrividii, non c’era niente da ridere.
Uscii nella nebbia, mi accesi una ms.
Non si vedeva niente oltre pochi metri e ci si sentiva soli su un pianeta ostile.
Guardai verso la vetrata del bar, si intravedevano tra la nebbia e i vetri appannati le sagome degli anziani silenti, fermi, immutabili, sospesi nel tempo e nello spazio sul vuoto di una vita non voluta, sbagliata, da dimenticare in disperato silenzio guardando un muro e delle righe che scorrono su un minuscolo schermo.
Io non ero messo meglio, con la mia stupida sigaretta in bocca e l'illusione di una vita migliore della loro, immerso fino al midollo nella nebbia e nel freddo di un paesino disperso nel culo dell'esistenza umana. Salii in auto e mi allontanai dal loro vecchio niente verso il mio nuovo niente.
In fin dei conti siamo dispersi nella vita.
Naufragando al bar
in un caffè
aggrappandosi disperatamente
al cucchiaino
che gira e gira
e nel vortice del caffè
per un attimo
sembra di rivedere chi eri
prima di nasconderti con gli altri
a quello che saresti stato.
- Buongiorno ragioniere, posso offrirle un caffè!
- Buongiorno geometra carissimo, grazie, un caffè macchiato per me.
- Tutto bene? Anche la famiglia?
- Certo, stiamo tutti bene e lei, tutto bene?
- Sì, grazie, tutto bene, mi lamento solo del lavoro che scarseggia in questi tempi.
- A proposito, volevo costruirmi una casa sul terreno che ho ereditato da mia zia, sono stanco di stare in appartamento, così avrei un giardino per fare giocare i miei figli e potrei prendermi un cane, mi piacerebbe avere un cane, anche i miei figli sono entusiasti dell'idea. Pensavo a lei come progettista.
- Sono lieto, la ringrazio della fiducia.
- Se mi fa un preventivo, con i costi, perché sa come vanno le cose, con questa crisi devo fare un po' di conti.
- In effetti, questa crisi ci sta rovinando.
- Sì, è un periodo di penuria.
- Caro lei, quando c'era lui si stava meglio!
- Lei e lui chi?
- Lei lei, perché le do del lei, mentre dicendo lui mi riferisco a Ben...
- Benny Hill! Sono d'accordo, quello era un vero comico, piaceva molto anche a me, aveva ripreso le vecchie comiche mute, con lo stesso forsennato ritmo, aggiungendoci del sesso e della malizia, mi ricordo quella scenetta in cui aveva una macchina fotografica col cavalletto e il panno sotto il quale mettere la testa, è arrivato uno scozzese che si è messo a guardare l'inquadratura, così lui è andato per fare la fotografia infilando la testa sotto la gonna dello scozzese, con la faccia attaccata al culo e ai genitali, non si mettono le mutande sotto la gonna gli scozzesi, ahahahah. Quello sì che era un grande comico.
- Ma no, non Benny Hill, mi ha interrotto, stavo per dire Benito...
- Grandissimo, mi scusi se la interrompo nuovamente, ma mi entusiasma sapere che abbiamo gli stessi gusti, Benito Jacovitti piaceva tanto anche a me, che disegnatore divertente, c'erano nelle vignette pezzi di salame ovunque, tazze, un caos. Le risate che mi facevo quando vedevo una sua vignetta, immenso, da quando lui non c'è più non trovo un altro disegnatore così divertente.
- No! Non Benito Jacovitti! Dico lui per dire il Du...
- Il Durán, Roberto Durán detto "Mani di Pietra", sono d'accordissimo, che pugile! Uno dei migliori pugili di tutti i tempi, per me.
- Maledizione, non un pugile, voglio dire Mussolini quando dico lui.
- Ma allora lei si riferiva a lui?
- Certo, lei sarà d'accordo che quando c'era lui si stava meglio.
- Ma quando mai? Ma se lei non era neppure nato, ma che ne sa? Si butti nel cesso fascista di merda, testa di cazzo, imbecille, idiota, senti con che cretino demente ho preso il caffè, mi viene da vomitarglielo in faccia, hanno ammazzato mio nonno i fascisti di merda come lei, vada via prima che le sfondi a pugni quella faccia da scemo. Col cazzo che mi faccio progettare la casa da un geometra fascista, non mi rivolga più la parola!
Conoscevo un poliziotto, perché andava insieme alla sorella di una con cui trombavo, quando mi vedeva mi pagava sempre da bere, gentilissimo.
Una sera si fermarono, lui e la sorella, con l'auto accanto alla mia mentre eravamo io e lei seduti sullo stesso sedile, faccia a faccia, in un parcheggio isolato vicino alla spiaggia. Ci si mise a parlare dai finestrini, poi all'improvviso loro scesero e salirono su in macchina mia nei sedili dietro, per parlare meglio, ma noi dalla cintola in giù si era nudi, poiché glielo stavo infilando con lei seduta sopra quando si sono fermati. Lei fece in tempo a tirarsi giù la gonna e a passare sul sedile a lato, ma io non feci in tempo a trovare i calzoni e le mutande, erano finiti sotto i sedili.
Così cercai di fare l'indifferente, chiacchierando amabilmente, con tutti gli altri vestiti a bordo dell'auto e io al posto di guida senza mutande nonché calzoni, col cazzo ormai ammosciato e sballonzolante che faceva capolino da sotto la camicia, cominciavo a sentire anche un certo freschetto ai genitali.
Poi, dopo una mezz'ora, proposero di andare in un bar a bere qualcosa, dissero di salire sulla loro auto, ma io insistetti per andare con la mia dato che eravamo già seduti, anche perché non mi andava di scendere e salire da loro con culo e genitali nudi.
Avevo i sandali vicini ai piedi e riuscii a infilarmeli in fretta, diedi una pulita al parabrezza appannato con la pezza gialla per pulire i vetri che mi aveva dato in omaggio il benzinaio, così me la appoggiai sul pube infreddolito, partii.
Mentre guidavo temevo di trovare i vigili, o qualcosa del genere, che mi fermassero con l'auto per un controllo e notassero che ero smutandato, con la pezza gialla dell'Agip sul cazzo.
Fermai l'auto davanti al bar, scesero tutti, mi attardai a scendere, quando furono entrati in bar mi misi a cercare i calzoni e le mutande, erano finiti sotto l'altro sedile, non riuscendo a prenderli mi posizionai in ginocchio sul mio sedile con la testa in giù, sotto l'altro, per riuscire ad afferrarli.
Tornò indietro lui per vedere perché non scendevo dall'auto e trovò il mio culo con il retro dello scroto appoggiati al finestrino, mentre tentavo di prendere i calzoni e le mutande, fece il giro dall'altro lato, ero riuscito a prenderli, con mutande e pantaloni in mano alzai la testa e lo vidi che mi guardava esterrefatto dal finestrino lato passeggero, gli dissi: "Mi sto cambiando, arrivo subito!".
Lui mi fece un cenno di assenso e un sorriso complice, tornò in bar.
Magari, influenzato dal fatto che prima in auto ascoltavo i Roxy Music in sottofondo, avrà pensato di trovarsi di fronte a una specie di Bryan Ferry, un tipo talmente elegante e raffinato che si cambiava di slip e calzoni prima di entrare in un bar, mettendone di più adatti per l'occasione.
In fondo era una brava persona, raccontava che non c'era lavoro dalle sue parti, si trovava lavoro solo con raccomandazioni di personaggi che gli faceva schifo andare a chiedere loro dei favori o nella criminalità, mentre lui voleva un lavoro onesto, allora aveva scelto di fare il gendarme; non era un montato, era tranquillo, democratico, non era uno sbirro fascistoide demente ed esaltato.
Anche quella volta pagò da bere e non mi attaccò nessuna multa ai genitali o al culo che avevo esposti, senza alcuna autorizzazione comunale per l'esposizione di parti intime in luogo pubblico.
C'era un belga, lo chamavamo Jimmy The Night, figlio di immigrati era venuto via dal Belgio perché diceva non gli piaceva come posto, pioveva sempre e la gente era triste, così era capitato tra la provincia di Rovigo e quella di Ferrara, tra la nebbia e l'umidità.
Ma a lui sembrava di stare ai Caraibi, girava in camicia hawaiana e occhiali fumé anche col freddo, aveva una grossa berlina gialla, sembrava sempre fuori di testa, un tipo da Paura e delirio a Las Vegas. Voleva fare successo in radio, ma metteva musica che non apprezzava nessuno, diceva che quando era in Belgio piaceva; parlava anche male in italiano, più che uno speaker radiofonico sembrava un venditore di tappetti da spiaggia quando presentava i dischi, perciò non ebbe nessun successo.
Provò in discoteca ma pure lì metteva quella musica che non piaceva a nessuno, lo cacciavano via ovunque e prendevano altri disc jockey che mettevano musica più apprezzata dal pubblico.
Poi si sposò con una bassa e robusta, sparì.
Dopo molto tempo un giorno caldo d'estate passai in auto per una frazione immersa nelle campagne, una chiesa/un bar/un negozio di generi alimentari, immersi nel nulla, a chilometri dal primo vero centro abitato.
Avevo sete, mi fermai davanti al bar per bere qualcosa, c'erano degli anziani seduti all'ombra del pergolato, entrai.
Il barista mi salutò: "Quanto tempo che non ci vediamo, hai fatto bene a venire a trovarmi!"
Dalla voce lo riconobbi, era Jimmy The Night, invecchiato, ingrassato, vestito come un anziano.
Credeva fossi andato apposta a trovarlo, mi offri da bere, presi un'aranciata.
Andai per berla ma il bicchiere sapeva da schifo, da grasso rancido.
Mi disse che sua moglie aveva trovato quel bar d'occasione e si era trasferito lì, mentre si allontanò un attimo vuotai il bicchiere al di là del bancone, nel lavello.
Quando tornò vedendo che avevo finito mi disse: "Avevi un bella sete, te ne verso ancora!"
"No, grazie, sono a posto, devo anche andar via, mi ha fatto piacere vederti, la prossima volta vengo con più tempo e mi fermo di più."
"La prossima volta ti faccio assaggiare i miei tramezzini, li faccio con la mia salsa speciale." Mi indicò nella vetrinetta del bancone un recipiente in cui sembrava ci avessero vomitato dentro, neanche coperto.
Qualche mosca gironzolava allegra sul bancone
Sorrisi a lui e alle mosche, lo ringraziai e salutai.
Avevo una sete tremenda, mi fermai al generi alimentari cinque case dopo il bar a prendermi una lattina d'aranciata.
Passò qualche anno e un giorno ripassai per quella frazione, ma vidi che il bar era stato chiuso e abbandonato.
Pure il generi alimentari aveva chiuso.
Le case attorno molte erano state abbandonate, e avevano variopinti cartelli Vendesi appesi alle recinzioni.
Solo la chiesa era ancora aperta, con i pali di ferro che reggevano le campane nel campanile visibilmente arrugginiti e un'aria trascurata.
Qualche centianaio di metri più avanti vidi il grande magazzino di stoccaggio dei prodotti agricoli in cui lavoravano molti del luogo, era chiuso e abbandonato, con un enorme cartello Vendesi/Affiittasi davanti al cancello.
Quelle località abbandonate come un'onda del mare che trasporta i relitti fanno sovvenire i più lontani ricordi, persone e attimi persi nei meandri della memoria, svaniti tra le pagine svolazzanti dei calendari.
Per attenuare la malinconia accesi l'autoradio, la sintonizzai su una stazione giovanile di musica da discoteca, la lasciai sintonizzata li.
Allcuni giorni dopo mentre in auto stavo ascoltando quella stazione presentarono della nuova musica da discoteca, la techno.
Ascoltandola mi dissi: "Cazzo, ma questa è la musica che metteva anni fa proprio Jimmy The Night!".
Quando ero ragazzino uno che voleva sembrare ricco e affermato si comprava un accendino placcato oro e un pacchetto di John Player Special; erano sigarette che costavano più delle altre, in un pacchetto grande nero lucido, con le iniziali color oro che risaltavano, per cui uno se lo metteva sul tavolino del bar e gli appoggiava sopra l'accendino d'oro finto ecco che l'insieme brillava illuminato dal sole, irradiando un senso di ricchezza spropositato.
Quelli che passavano davanti al proprietario in posa e orgoglioso lo guardavano con ammirazione o gli dicevano frasi scherzose tipo:
"Dove hai trovato i soldi?"
"Sei andato a rubare?"
"Cosa te ne fai dei soldi se non capisci un cazzo?"
"Pensi d'essere bello ma fai veramente vomitare."
"Guarda quanti soldi hanno al giorno d'oggi le teste di cazzo!"
Lui si pavoneggiava, era al centro dell'attenzione.
Poi se finalmente passava davanti al bar qualche ragazza vedendo il tipo spaparanzato con le sigarette in esposizione sul tavolino istintivamente lo guardava, e se ne andava, vedendo un esaltato simile.
Ma bastava quello sguardo per accendere i commenti dei nullafacenti da bar:
"Hai visto che le donne lo guardano?!"
"Le donne guardano quelli che sembra abbiano i soldi, anche se è un muso da merda morto di fame come lui."
"Avrà astinenza di cazzo per guardare un tipo così."
"Domani mi compro anch'io le John Player Special!"
Erano le sigarette del ricco sfondato.
Poco tempo fa in una tabaccheria le ho notate, le fanno ancora, però non sono come me le ricordavo, non trasmettono più quel senso di lusso sfrenato, il pacchetto non è più come prima, ma soprattutto la cosa che mi ha maggiormente deluso è che costano come le altre sigarette.
Un altro mito se ne è andato.
Piazza di paese,
circondata da bar,
pacche sulle spalle, strette di mano,
caffè, cornetti, tramezzini, aperitivi, pasticcini, gelati,
piccoli potenti e i loro lacchè,
signore che seguono diete e mode sedute sulla loro morte,
uomini sempre uguali a ieri e a domani
discutono di sport tra la tv e la Gazzetta,
altri di politica ripetendo le loro convinzioni,
ragazzi parlano di macchine e moto,
ragazze di fidanzati e trucchi.
Poi passo io,
mi cerco in tasca
ma come al solito me lo sono scordato
il sacchetto delle noccioline,
da tirare alle scimmie ammaestrate,
mi sarebbero state amiche
non mi guarderebbero sempre male
stocazzo.
C'era un bar-pizzeria di rockettari in una frazione di un paese, era un bel locale, con una vasta tettoia sul davanti, interni ampi con muri in pietra, e uno schermo su cui venivano proiettati in continuazione video e concerti rock,.
Era in un posto strano, sembrava di stare negli Stati Uniti, in quanto situato su un vialone enorme a quattro corsie più una pista ciclabile con marciapiede su entrambi i lati e con degli alberi a lato; era praticamente largo come un'autostrada, iniziava di fianco allo stadio nei primi 500 metri con delle case, poi c'era il Bar Rock dove finiva il centro abitato e il vialone proseguiva solitario tra la campagna, finendo dopo poco più di un chilometro interrotto improvvisamente da alcuni segnali e un guard rail; l'avevano fatto per collegare due frazioni vicine e in prospettiva di un incremento demografico ed edilizio, ma tanta gente abbandonò la campagna per trasferirsi in centri più popolati, nonché avendo esagerato in larghezza e mania di grandezza erano finiti anche i soldi, per cui era stato interrotto il viale; nel tratto non utilizzato dopo il bar veniva di notte usato per sfide di accelerazione e per soffermarsi a far sesso anche di gruppo o a drogarsi con varie sostanze.
In quel Bar Rock si ritrovavano tutti gli sballati e i fuoriditesta dei dintorni, erano quasi tutti fanatici rockettari che conoscevano per nome i componenti dei vari gruppi, invece di parlare e litigare di calcio lo si faceva con la musica, a esempio per i Roxy Music si presero a pugni, c'era chi sosteneva fosse musica da rincoglioniti e chi diceva che li aveva visti in concerto ed erano bravissimi, il miglior concerto a cui avesse assistito: "Ma tu non capisci un cazzo", "No, sei tu che non sai una sega, chi non è un esibizionista e non fa un assolo di due minuti con la chitarra è scarso per te, sei un imbecille". E spintoni, schiaffi, con uno scambio di pugni e di occhi neri.
La cosa più particolare era che venivi considerato se assomigliavi a qualche mito del rock, perciò era popolato da sosia dei vari musicisti: c'era quello vestito e pettinato identico a Bruce Springsteen ma che pesava più di un quintale con la pappagorgia, quello identico a Ray Manzarek tastierista dei Doors che fumava continuamente sigarette nazionali e bestemmiava ogni due parole che diceva, quello identico a John Lennon ma ignorante come un caprone, quello che assomigliava a Jim Morrison ma era rimasto in pelata per cui girava sempre con un ampio cappello in testa, e quando gli dicevano che Jim Morrison non lo avevano mai visto col cappello si incazzava, sostenendo che anche Jim aveva un cappello simile, l'aveva visto, ma l'aveva visto solo lui.
C'era un tossico che assomigliava a Mick Jagger, succhiava cazzi e lo pigliava nel retro per prendersi una dose, fin lì veniva accettato, ma poi si mise a infrangere i vetri e fregare le autoradio nel posteggio, si sa che a un rockettaro fregargli l'autoradio è peggio che violentargli la madre, pertanto una sera da un enorme dark sosia di Robert Smith dei Cure si prese una scarica di botte pazzesca, che gli spaccò un polso, le labbra da Jagger e quattro denti, da allora non si vide più.
Poi c'era Al Capone, un tipo sui 30 anni alto un metro e mezzo con una gigantesca Volvo bianca in debito, lo chiamavamo tutti Al Capone in quanto si atteggiava a duro e aveva sempre un fare sospetto, sembrava che stesse organizzando il crimine del secolo e invece scoprivi che aveva da vendere una caccolina o due di fumo da 5 carte con cui venivano a malapena 2 cannine, oppure lavorava in fabbrica e veniva a casa con la tuta camminando come un robot, ed era perché sotto la tuta si era legato attorno alle gambe col nastro isolante dei pezzi di cavi in rame che rubava durante il lavoro e poi li vendeva al ferrivecchi, naturalmente con quel fare sospetto e il macchinone dava nell'occhio, come non bastasse se incrociava la macchina di qualche tipo di forze dell'ordine diceva a quelli che erano su con lui di abbassarsi per passare inosservati e anche lui si abbassava sul sedile, finché non si vedeva neanche la testa, guardava la strada attraverso i buchi nel volante, così gli sbirri vedevano sfrecciare una macchina senza nessuno a bordo per non dare nell'occhio; risultato: lo pedinavano continuamente e quasi ogni mese lo portavano in caserma o lo denunciavano per delle stronzate, un Al Capone dei poveri.
C'erano pure gli sballati del 126, dei tipi con brutte facce che venivano fuori da non si sa dove e spesso erano accompagnati da ragazze sempre grasse, sulla vecchia minuscola Fiat 126 avevano fatto un impianto stereo che costava più della macchina e spaccava i timpani da fuori dall'auto, giravano come forsennati in macchina fumando continuamente canne ed ascoltando jazzrock a tutto volume, musica buona: Colosseum, Tangerine Dream, Weather Report, Area, Perigeo, Billy Cobham, ecc; così se vedevi la macchina d'inverno da fuori era sempre piena dentro di nebbia da canne, e raccontavano che una volta d'estate erano in un bar in spiaggia, si era fermata al bar una corriera di handicappati mentali di un istituto con gli assistenti sociali e quando dovevano andarsene i pazienti hanno cominciato a piangere e a rifiutarsi, creando caos poiché si stavano divertendo e non volevano tornare, allora li hanno caricati a forza sulla corriera caricando anche gli sballati del 126 e un paio di obese che erano con loro, con quelle facce stravolte credevano fossero dei pazienti dell'istituto.
C'erano anche i sosia di Nel Young e Sid Vicious, due junkie figli di papà sempre stravolti oltre ogni limite, ingurgitavano intere confezioni di psicofarmaci e si facevano di tutto fino a svenire in giro, così alla notte quando chiudeva il bar se si vedevano coricati in qualche posto lungo il viale, li si metteva nel baule di qualche station come morti e li si depositava nei rispettivi giardini, il somigliante a Sid aveva il padre che era un insegnante fascista cattivo come una merda, al mattino se lo ritrovava in quelle condizioni lo prendeva a calci e cinghiate; poi visto che si faceva sempre di più e peggio lo portò in comunità e non lo rivedemmo più.
Una sera uno dei più rispettati del locale, un muratore sosia di Robert Plant dei Led Zeppelin che girava con la camicia aperta anche d'inverno si avvicinò a me, avevo finito di ballare con un paio di ragazze e stavo bevendo una birra, vedendo che non imitavo nessuno, mi disse: Sai a chi assomigli? No, risposi. A John Kay degli Steppenwolf, ti muovi identico, stesso fisico e stesso taglio di capelli. Un paio di suoi amici gli diedero ragione, pure una ragazza che era con me disse gli assomigliavo molto, anche se non sapeva chi fosse.
Vista la mia titubanza chiese al proprietario del locale di mettere su un filmato degli Steppenwolf, dopo un po' lo mise e io andai a sedermi al bancone vicino allo schermo, così mi studiai il cantante degli Steppenwolf, effettivamente si muoveva simile a me, aveva i capelli con un taglio simile al mio in quel momento, anche la corporatura era tipo la mia.
Però mi accorsi alla fine della serata che il sosia di Plant se ne era andato con il suo amico sosia di David Gilmour dei Pink Floyd assieme alle due ragazze che erano con me, mentre io ero rimasto a parlare degli Steppenwolf con il barista; così tornai a casa da solo pensando a quanto assomigliavo a John Kay e a quanto stronze fossero quelle due, e anche il similPlant e pure il similGilmour.
Guardo i volti passanti
offerti sofferti
tra ciottoli antichi
sotto i piedi
tra alberi tollerati
sopra la testa
il sole sbatte sulle facce
e ci attraversa
mentre io attraverso persone,
entro ed esco da un bar
lasciando due tracce di saliva
e un sorriso di circostanza
tra i seni della barista
che mi sfuggono
cercando di fermare il tempo
compro un quotidiano
e due monete di resto
mi faranno compagnia,
mentre siedo sulla panchina
mi chiedo se esisto
leggo il giornale
lasciandolo con le mani
guardandolo sparpagliarsi
nel vento nel viale
tra ciottoli e alberi.
Mi alzo e ritorno
vagante
tra le parole disperse
e i volti offerti
calpesto i discorsi già scritti,
poi prendo le monete in tasca
me le getto alle spalle,
tentando di perdere le zavorre,
tentando di arrampicarmi sugli alberi,
penso:
ho visto troppo
per essere felice,
ho vissuto troppo poco
per poter morire
in ogni momento passato.
Intanto tra le gambe
rimembro la perfezione
dei seni della barista,
e sto meglio.
In quel periodo lavoravo con una ditta che consegnava e installava i registratori di cassa nei locali commerciali, dovevo passarci le giornate nei locali, vedendone molti mi sono accorto che in certi casi l'igiene lascia a desiderare.
C'era un bar frequentato perché faceva i toast molto buoni con dentro i carciofini, la proprietaria sempre indaffarata e sudaticcia, avrà avuto 50 anni con i capelli lunghi unticci e tinti neri, era sempre in canottiera ma aveva il vizio che si grattava spesso sotto le ascelle mentre preparava i toast, prendeva i carciofini sott'olio a mani nude, li metteva nei toast, poi un'altra grattata e via un nuovo toast; forse era quello il segreto del suo successo, le ascelle al carciofino e i toast all'ascella.
In una pizzeria c'era una sempre vestita con i lustrini e i capelli biondi ricci ,che teneva continuamente il cane in braccio, anche quando preparava le pizze le faceva tenendo il cane sottobraccio, ogni tanto qualcuno si lamentava che aveva trovato un pelo di cane nella pizza, ma lei di solito rispondeva che probabilmente ce l'aveva addosso lui e mentre mangiava era caduto sulla pizza, che il suo cane non perde il pelo, che lei era pulitissima quando faceva le pizze, ecc ecc.
Un'altra molto vecchia, avrà avuto ottant'anni e aveva un figlio invalido perciò per mantenerlo continuava a lavorare nonostante l'età da pensione in un chiosco, in cui vendeva bibite e dolciumi ai ragazzini, però aveva l'abitudine di pettinarsi con forza raschiando il cuoio capelluto, lo faceva anche mentre le parlavi e sempre stando al bancone, piegando la testa sopra un vassoio di bomboloni zuccherati che non aveva il coperchio, pertanto vedevi le scaglie gigantesche di forfora che cadevano come grossi fiocchi di neve sui bomboloni e non si vedevano più tra lo zucchero, poi entrava qualche ragazzino e se ne prendeva uno mangiandoselo con gusto, allo zucchero forforato.
In un altro bar sulla statale frequentato da vecchi alcolizzati e turisti di passaggio facevano la frittura mista, pesce fritto da accompagnare col vino bianco, ma lo lasciavano scoperto sul bancone per cui controluce vedevi che i vecchi clienti ubriachi e sdentati parlavano e urlavano tra loro sputacchiandoci alla grande sopra anche i pezzi di pesce che avevano impigliati tra i pochi denti, poi arrivava qualche coppia di turisti e vedevi la signora elegante un po' schifata dall'ambiente che con il fazzolettino di carta se ne prendeva delicatamente uno e se lo mangiava con aria snob.
Io evitavo, ma una volta è capitato anche a me un episodio inquietante, avevo una fame tremenda e sono entrato in un baraccio-pizzeria sozzissimo in cui passavo spesso, c'erano dei pesciolini cotti a mollo in una terrina trasparente piena d'aceto, erano lì da mesi, forse da anni, avevano perso l'aspetto del pesce con i pezzi che iniziavano a staccarsi, aspettavo la pizza che tardava e allora in un impeto di fame mi sono fatto dare un pesce a mollo, appena addentato mi si è versato in bocca una quantità enorme d'aceto marcio che aveva assorbito, mi ha fatto passare immediatamente la fame, la pizza l'ho mangiata a stento e dopo poco ho vomitato tutto e di più, per quasi una settimana ho avuto nausea e lo stomaco a pezzi.
Erano pesci putrefatti appartenenti a un'altra era geologica, da esporre al museo e non in un bar.
Le luci nella notte danno strani riflessi al tuo volto, occhi azzurri spalancati, mora con capelli lisci, maglietta rossa, minigonna in jeans, la scarpe sono qualche metro più in là, scomposte.
"Hanno ammazzato un'altra puttana"
Lo diranno fino a domani, dopodomani un po' meno, tra qualche giorno tutti inizieranno a scordarlo.
Il corpo viene coperto da un telo, l'ambulanza lo porta via, col lampeggiante blu che se ne va lampeggiando nei ricordi all'inizio dell'alba.
Un nuovo giorno in cui ci sarà un corpo in meno da affittare per 50 euro e una persona in meno con cui sentirsi superiori, da poter deridere, da indicare con disprezzo, da cercare di nascosto per le voglie represse della gente perbene.
Quelli perbene godono a sparlare male e a sentirsi migliori di chi è diverso da loro; le donne benpensanti vanno solo con chi ha un buon reddito e gli uomini benpensanti si piegano a 90° per chi gli dà un lavoro.
Lei era una prostituta, ma quando tornava a casa si lavava e tornava pulita e libera.
Voi perbene invece la vostra sporcizia la portate dentro, per sempre, non si toglie.
Bevetevi il vostro caffè parlottando vuotamente nel nuovo mattino uguale a ieri e a domani, ma se vi vedete come siete sputatevi in faccia.
Risate dei bar
tra caffè e Gazzetta dello Sport
pettegolezzi e pasticcini
e io in un angolo
mi appoggio con la schiena al muro
e spingo sempre più forte
si gonfiano i muscoli
fibrillano i nervi
spingo e rispingo
con tutta la forza
della mia disperazione
voglio sfondare il muro
di questa vita.