Se apprezzate e volete offrirmi una birra o una pizza, vi ringrazio immensamente:

Visualizzazione post con etichetta racconto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconto. Mostra tutti i post

giovedì 17 ottobre 2019

696 - IL GIUSTIZIERE

Sono il giustiziere dei parcheggi.
Mi dà fastidio chi parcheggia l'auto nel posto dei disabili del supermarket, sono quasi sempre finti tonti o gente con macchinoni; un giorno c'era uno con una Porsche, un altro giorno uno con una Maserati coupé. Tiro fuori le chiavi della mia auto, faccio sporgere dal dorso della mano la punta, guardo se hanno il tagliando dei disabili, e quando vedo non ce l'hanno rigo la carrozzeria.
Se dovesssero accorgersene e venire a litigare le chiavi gliele pianto in una tempia, perché certa gente per me non merita di vivere, quindi è più salutare per loro che stiano muti.
Un giorno vedo uno che ha fatto un parcheggio stronzissimo, per stare all'ombra ha parcheggiato un'auto nuova in orizzontale, prendendo il posto dei disabili e altri due.
Non ha il tagliando dei disabili.
Rigatura doppia, entrando e uscendo.
Salgo in auto e, mentre transito davanti all'auto parcheggiata male, vedo il proprietario che si lamenta perché gli hanno rovinato la carrozzeria. Assomiglia a Zio Fester, è un vecchio pelato disabile con una gamba deforme, non riesce quasi a reggersi in piedi.
Si era scordato di mettere il cartellino esposto.
Non esporlo e parcheggiare malamente è reato, non ha riguardi per nessuno il giustiziere dei parcheggi, inoltre è un supereroe di merda senza tuta e senza superpoteri, perciò può anche sbagliare e la vita reale non è un film di Hollywood, con il lieto fine.
Ora lo sa anche Zio Fester.

martedì 28 maggio 2019

692 - OLIVIA

Delle volte ho fatto strade che portano in luoghi dove sembra di essere in un'altra dimensione.
Un giorno dovevo consegnare degli opuscoli a tutti i negozi di una zona e in automobile ho imboccato un lungo viale sterrato alla fine di un paese, costeggiato da vecchie case degli anni 50 o 60. Dopo un paio di chilometri si diradavano le case, stavo per fare  inversione a u e ritornare verso il paese.
Ma ho notato un piccolo negozio dalle vetrine impolverate, mi sono fermato, per consegnare  l'opuscolo.
Non si capiva neanche cosa vendeva da fuori.
Quando sono entrato ho trovato una coppia di anziani molto alti per la loro età, lui sarà stato circa 190 centimetri e lei era circa 180 centimetri, magrissimi e gentilissimi, con vestiti da pochi soldi ma portati come se fossero due nobili a una cena di gala, lui aveva i baffetti da principe e capelli pettinati all'indietro, con un vestito vecchio e logoro e un eskimo verde usato come soprabito; lei aveva una pettinatura e vestiti colorati strani, un po' alla regina Elisabetta e aristocrazia inglese. Il negozio pareva uscito da un'altra epoca, con un po' di tutto, era una merceria bazar, dove sembrava d'essere in un film in bianco e nero dei primi anni 50, ed era pieno di polvere della strada sterrata ovunque, tanto che sembravano polverosi persino loro due.
Mi hanno ascoltato, poi lui ha iniziato a chiedermi di dove sono e a raccontarmi le sue storie, di quando faceva l'operaio nei cantieri stradali, costruivano ponti e strade, finivano questi racconti sempre in maniera tragica, un cavo d'acciaio rompendosi aveva tranciato la testa a un suo collega o un altro collega era caduto nel fiume d'inverno, annegando, oppure a un altro si è rotta la sponda del camion così è stato schiacciato dal carico, morendo tra le sue braccia, mentre cercavano di liberarlo. Nel mentre ho notato che lei era andata via e ho iniziato a sospetttare che lui mi stava tenendo lì con quelle storie per qualcosa che stava preparando la moglie, avevano un qualche diabolico piano e io ne ero la vittima.
Feci per andarmene, dicendo che avevo altri giri da fare, ma lui mi disse di aspettare, che sua moglie voleva presentarmi una persona.
Non sapevo che dire.
Iniziò con un'altra storia di un suo collega caduto dall'impalcatura, ma era quasi allegra, perché con qualche mese di ospedale e dei ferri nel corpo alla fine era tornato più o meno normale; forse era il lieto fine previsto, perchè pochi istanti dopo apparì sua moglie, trascinando con una mano la fidanzata di Braccio di Ferro/Popeye.
Identica a Olivia, stesso fisico, vestiti simili e stessa pettinatura, alta come suo nonno e con un naso che sarà stato una volta e mezzo il mio, che è già enorme. Era la loro nipote, gentilissima anche lei, erano  andati a scovarla in casa per farmela vedere, avranno visto il mio nasone e avranno pensato immediatamente che tra nasoni potessimo accoppiarci, generando una prole di figli con nasi da formichieri. Oppure era un'usanza loro, avendo una nipote senza uno straccio di fidanzato e in un luogo isolato, la mostravano al primo estraneo che capitava.
Sono imbarazzato in queste situazioni, appartengono a usanze che non sono mie; impacciato le diedi la mano e mi disse il suo nome, che non ricordo, ormai per me era Olivia. Stavo per dirle che era  identica a Olivia, ma vedendola gentile e timida mi parve di esagerare, lasciai perdere.
Mi congedai in fretta, dicendole che probabilmente sarei ripassato in zona e magari ci si vedeva.
Lei mi sorrise.
Me ne andai e non ci vedemmo più.
Però spero che abbia trovato qualcuno che la apprezzi, aveva uno sguardo semplice e buono.
Probabilmente l'avrei apprezzata anch'io, se fossi un marinaio, fumassi la pipa e mangiassi più spinaci.


martedì 24 aprile 2018

664 - UNA STORIA D'AMORE

C'era un'operaia venticinquenne orfana che non aveva un fidanzato e vedeva che tutte le sue amiche erano fidanzate, si sposavano, avevano figli. Era tristissima, piangeva in continuazione quando la sera del sabato era sola.
Poi un giorno sentì suonare al cancello di casa, un uomo e la guardava che pareva interessato a lei, le attaccò discorso. Non era certamente un bell'uomo, aveva il doppio dei suoi anni, basso, stempiatissimo e con i baffi. Ma era interessato a lei, non gli dava fastidio se lei era una ventenne sovrappeso e non bella, riusciva a vedere la bellezza che c'è dentro di lei, disse, e che era un rappresentante di aspirapolvere, single, che cercava una storia seria.
Lei si innamorò di lui, lui le vendette l'aspirapolvere con un comodo pagamento rateale di favore.
Si trovavano e facevano l'amore spesso,
Rimase incinta, lui sorrise quando gli diede la notizia, era contento le disse, avrebbero vissuto sempre insieme.
Dopo alcuni mesi quando lei uscì dal turno nella fabbrica trovò lui ad aspettarla, lì nel parcheggio della fabbrica, con la faccia seria, abbassò il finestrino e le disse che non ne poteva più del loro rapporto basato sulla falsità, che lui aveva già una famiglia con moglie e due figli, che era stato costretto a mentirle per essere accettato, perché lei le piaceva troppo ma che non poteva continuare così, le disse mi dispiace e addio. Partì sgommando sul ghiaino del parcheggio.
Lei si sentì male e svenne, cadendo con la faccia sul ghiaino, piantandosi i sassi nella pelle del viso.
Alcune colleghe la trovarono svenuta e piena di sangue, chiamarono l'ambulanza che la portò in ospedale.
Si tenne il figlio, e pensò che in fondo stava meglio adesso di prima, quando passava il sabato sera piangendo.
Però da allora quando suonava al cancello di casa qualche rappresentante d'aspirapolvere lo allontanava, immediatamente, a sassate.


giovedì 11 gennaio 2018

660 - ALLE FOCI DEL TEMPO

Oggi sono andato in auto verso la punta del delta del fiume Po, dove le foci principali sfociano nel mare, ogni volta ci vado è una specie di viaggio nel tempo quello che faccio. Passo per Porto Tolle, davanti alla casa dove abitavo quando sono nato, sul retro della casa c'erano due anziani pensionati poverissimi che vivevano in una baracca senza luce, mio padre gli aveva tirato un filo dal nostro contatore, in modo che anche i vecchi potevano avere la luce, per accendere l'unica lampadina che avevano, sopra la tavola dove mangiavano. Ricordo poco di quella casa, ma in particolare che crescevano le fragole nel giardino, io mi coricavo per terra a giocare vedevo la strada che passava davanti e tutto il mondo attraverso queste piante di fragole. Ora rimane la casa ma le persone che mi ricorda sono tutte svanite.
Proseguendo e uscendo dal paese ci sono circa 20 chilometri di paesaggi molto all'americana, con grandi spazi coltivati, poche case lungo la strada e tre frazioni abitate prima di arrivare alla spiaggia.
Vedo case abbandonate anche di enormi dimensioni che una volta erano abitate, adesso hanno sulla recinzione dei cartelli vendesi, i quali non sembrano crederci neppure loro che saranno vendute.
Non è terra come le altre, si percepisce in sottofondo l'odore di salsedine del mare, gli spazi si dilatano, si cancellano i punti di riferimento dei nostri tempi e il tempo diventa sospeso, senza un ieri e un domani, si fluttua con la mente come in una bolla spaziotemporale tra un mix di lontani ricordi e realtà presente.
Passo davanti a un distributore di benzina con il lavaggio auto, ha esposto un cartello con scritto "Qui si lavano le auto con l'acqua potabile", che sembra assurdo, ma non lo è, se pescassero con una pompa dal terreno l'acqua, invece di usare quella potabile, sarebbe salmastra e rovinerebbe le automobili.
Sembra di andare in montagna andando in spiaggia, perché c'è una ripida scalinata da fare a piedi, si arrampica sull'argine gigantesco che costeggia l'ultimo tratto di strada.
Dalla spiaggia si vede nel panorama una centrale termoelettrica, ora chiusa, che era stata accusata di aver fatto un elevato numero di morti nella zona, per i fumi inquinanti che uscivano dal colossale camino, nel quale, raccontavano degli operai che l'hanno costruita, c'è un operaio cementato dentro, dicevano che era caduto nel cemento mentre facevano il camino e, per non dover distruggere tutto con costi enormi, hanno lasciato il cadavere nel camino.
Non ho mai capito se è verità o leggenda.
Poi tornando e ripassando nella frazione più lunga e popolosa ogni volta faccio una capatina in un larghissimo viale a quattro corsie dove c'era un bar, che frequentavo un tempo, alla fine del viale vado giù per un vicolo intitolato a un mio zio morto, che quando gliela hanno dedicata quella via non lo sapeva nessuno. Mi successe che cadeva spesso col vento che entrava in garage una pila di giornali locali, li tenevo in garage da mettere per evitare le macchie d'olio che lasciava l'auto, ogni volta si apriva solo un giornale e sulla stessa pagina, così incuriosito dalla stranezza ho letto la pagina e c'era l'articolo su questo mio zio, a cui avevano proposto di intitolare la strada, per i meriti che aveva avuto nell'organizzare in cooperative i pescatori, che hanno  permesso loro così di essere meno sfruttati e di fare una vita più dignitosa, gestendosi loro anche l'attività di vendita del pescato. Lo avevo detto a mia mamma che lo dicesse alla zia vedova che si era trasferita da tempo a 150 chilometri di distanza, in un'altra provincia, ma era solo una proposta, non ci avevano dato peso. Dopo qualche settimana mi è caduta ancora alcune volte la pila di giornali e ho visto che si apriva sempre la stessa pagina, ho letto ed era ancora un articolo su questo mio zio, che avevano inaugurato la via dedicata a lui. Mi ha fatto impressione questa strana doppia coincidenza.
Sua moglie non ne sapeva niente, è andata con le figlie a vedere la strada, ha fatto delle foto e mi ha ringraziato. Ora è morta anche lei.
Coincidenze improbabili stranissime. O fantasmi. Come quelli che mi affiorano ogni volta nella memoria quando passo su queste terre nuove portate dalle acque del fiume che sfociano in mare; terre che esistono da pochi secoli, ma sono pienamente intrise di eventi e vite di persone, il cui sangue è sfociato in me. Io sono il mare dei ricordi, sono la vita di quelle persone e la mia, sono la somma di tutto e di altro, distratto da miliardi di impulsi mediatici ma con dentro delle storie che si sono inserite nel mio DNA.




giovedì 17 agosto 2017

652 - IL MISTERO DEL CULO ROTTO

Da ragazzini si andava a fumare di nascosto dietro una scuola, al pomeriggio o alla sera quando non c'era nessuno, scavalcavamo la recinzione e andavamo a sederci sul muretto della recinzione sul retro, tra salici piangenti e muschio verdissimo, con i rami dei salici che scendevano fino a toccare l'erba, come delle stalattiti, ci sembrava di stare in una grotta verde e si stava bene, in più non c'era nessuno che ci vedesse fumare o scambiarci le riviste porno.
Ma un giorno andammo e trovammo il nostro rifugio sporco di sangue, merda e pezzi di vetro.
Ci chiedevamo cosa fosse successo.
Indagammo.
C'era un bottiglione di vino fracassato, quindi i pezzi di vetro provenivano da quello, c'era una merda cagata e sangue ovunque.
Unimmo i punti che ci erano chiari e ci apparve la soluzione all'enigma.
Un ubriaco era andato lì a cagare, bevendo ha finito la bottiglia che si portava appresso quindi in un raptus di libidine se l'è infilata nel culo, approfittando del culo sporco come lubrificante, però ha fatto il vuoto d'aria e non riusciva più a togliersela. Noi leggendo molte riviste porno sapevamo che le bottiglie in culo si infilano sempre col tappo, altrimenti se sono vuote possono sorgere quei problemi. 
Leggere e farsi una cultura torna sempre utile, invece l'ubriacone era ignorante e infatti si è cacciato nei guai con la bottiglia bloccata in culo.
Quindi preso dalla disperazione ha cominciato a sbatterla contro il cemento del muretto e a picchiarci sopra i sassi che trovava. Finendo per romperla ma tagliandosi, quindi perdendo copiosamente sangue.
Ci rimaneva da capire solo chi era stato.
Finirono per attribuire la colpa a uno che era bisessuale, ma era a letto con l'influenza, non era stato lui, poi neanche beveva alcolici, ma essendo un po' gay continuarono gli altri a insistere e dire che era stato lui. Feci notare che era in casa con l'influenza e non beveva, dissero che probabilmente era guarito, per festeggiare era andato lì a ubriacarsi, gli era venuto da cagare e aveva combinato quel disastro, poi era tornato a letto a curarsi il culo sanguinante.
Uno nei giorni seguenti si inventò persino di aver visto davanti a casa sua delle lenzuola lavate, significava che col culo sanguinante le aveva sporcate, erano supposizioni senza alcun fondamento, però rimase nell'immaginario collettivo lui quello che si è infilato la bottiglia di vino nel culo sporco e non riusciva a togliersela. Nonostante abbia cercato di farli ragionare e anche un altro della compagnia fose d'accordo con me, però eravamo solo in due, fu inutile, hanno prevalso i pregiudizi della maggioranza nel depistare le indagini e attribuire tutto a un falso colpevole.
D'altronde eravamo in Italia e negli anni 70, ma almeno per questa volta credo c'entrino poco P2, fascisti, mafia e servizi segreti deviati, con i depistaggi e il culo rotto dell'alcolizzato.

giovedì 27 luglio 2017

650 - LE MIGLIORI DIECI CANZONI ITALIANE

Stavo pensando a quali possono essere la canzone italiana più bella e quella più brutta di sempre.
Tra quelle più belle penso a:
Le radici e le ali - Gang
Miracoli - Bisca
Non sopporto il capodanno - Skiantos
Che cosa sei - Alberto Radius
Sole spento - Timoria
Lo stregone (voglia di sapere) - Fossati/Prudente
Anima latina - Lucio Battisti
Benvenuti tra i rifiuti - Faust'O
Lavorare con lentezza - Enzo Del Re
Però m'accorgo che sono già 9, potrei dire le 10 migliori, ma ne resta ancora solo una, me ne vengono in mente tante e non ho inserito neanche una canzone di gente essenziale, come gli Area o i Massimo Volume, nella scelta mi sono fatto trasportare più dai sentimenti che dalla ragione.
Infatti come decima canzone penso a Primavera di Cocciante, la canticchiava spesso "...  e solcherò il tuo corpo come se fosse terra, cancellerò quei segni dell'ultima tua guerra...", quasi sussurrandola, una ragazza che in quel periodo era in banco con me alle superiori, era mora con i capelli tagliati a caschetto, bella, sembrava anche da come si vestiva una indiana nativa americana, ricordo in particolare quando indossava un vestito meraviglioso, bianco candido con dei disegni multicolori davanti e delle catenine di perline che pendevano sul seno. Si lavava una volta alla settimana, al sabato pomeriggio, così dal giovedì aveva i capelli unticci che non lasciava più sciolti ma li raccoglieva a coda di cavallo e iniziava la sua pelle a odorare da anatra, ma a me piaceva molto quell'odore sempre più presente negli ultimi giorni della settimana, soprattutto il sabato mattina, il miglior profumo che avessi mai sentito. Aveva anche molta forza, nonostante fosse magra e bassa, circa 160 centimetri, batteva quasi tutti i maschi a braccio di ferro, pure io dovevo sforzare molto per batterla. Mi affascinano le donne forti fisicamente, magari è la mia parte omosessuale che si sfoga in questa maniera o più probabilmente, come mi ha detto uno, è perché ho una mente con un imprinting da agricoltore perciò mi attira la donna forte, in quanto il mio subconscio immagina sia una valida compagna di vita che mi può aiutare nei lavori pesanti in campagna. Penso sia vera la sua ipotesi, se ne intendeva, studiava psicologia all'università quello che me lo ha detto, non passava mai gli esami ed è finito a fare l'imbianchino, così alla sera veniva in birreria a ubriacarsi e da ubriaco psicanalizzava tutti; tuttavia credo che, almeno nel mio caso, abbia indovinato.
Anni dopo sono andato a pescare in un canale e, mentre stavo riavvolgendo la lenza con il mulinello, un'anatra che era nelle vicinanze, vedendola passare velocemente sulla superficie dell'acqua, mi ha mangiato l'esca, rimanendo impigliata nell'amo; l'ho tirata a riva e non senza difficoltà sono riuscito a toglierle l'amo, mi sono ricordato in quel momento della ragazza mora che mi sussurrava Primavera di Cocciante così ho annusato l'anatra, ma non era lo stesso odore, sapeva più da anatra selvatica l'amica mora al sabato mattina che un'anatra autentica. Mentre lasciavo andare libera l'anatra riflettevo sulla potenza dei ricordi legati agli odori, stravolgono persino la percezione della realtà, così come mi piaceva più l'odore della mia amica che quello dell'anatra, mi piaceva anche più Primavera nella sua versione di quella originale di Cocciante, che è comunque un'ottima canzone e lui è un buon musicista.
Ah, per la canzone più brutta ho l'imbarazzo della scelta, in un Sanremo a caso sono quasi tutte papabili per me, mi ricordano l'eccellente descrizione che ne faceva Finardi in Musica ribelle, "...le strofe languide di tutti quei cantanti con le facce da bambini e con i loro cuori infranti...".
Questi sono i miei gusti, magari sono scelte un po' da sniffatore di anatre, basate più sulle emozioni che mi trasmettono certe canzoni, però anche analizzandole razionalmente confermo tutto.


mercoledì 5 luglio 2017

644 - UNA MADRE CORAGGIO

C'era un ragazzo che se ne stava sempre ingobbito, con gli occhiali spessi spostati verso la punta del naso, la montatura scura degli occhiali contrastava col pallore del viso cosparso di brufoli, le orecchie prominenti e il viso lungo gli davano un aspetto che lo aveva fatto diventare per tutti Giancarlo "El Canguro", soprannome che lui odiava ed evitava spesso di uscire di cada affinché qualcuno non lo chiamasse Canguro e si diffondesse quel soprannome.
Quando rimaneva in casa, essendo orfano del padre, sua madre vedova lo assillava con le sue ansie.
Un giorno si stancò di essere preso in giro dai compagni di classe e tormentato da sua madre, cercò un'altra realtà, un'altra dimensione, un altro tipo di vita, così si ribellò tenendosi per protesta i capelli lunghi. Poi un giorno per contestare ulteriormente acquistò una caccola di fumo, si fece una canna guardando MTV e vomitò la cena sul tappeto davanti al televisore.
Quando sua mamma se ne accorse telefonò immediatamente alle forze dell'ordine contattando la squadra narcotici e lo denunciò.
Vennero a perquisire la sua cameretta e sequestrarono la mezza caccola di fumo che gli era rimasta, un pacchetto di cartine, un accendino, una pistola giocattolo illegale senza il tappo rosso che aveva perso giocandoci da bambino, delle bottiglie di birra vuote che potenzialmente potevano essere usate come molotov, sei fogli con scritte frasi minacciose come: "Vi odio tutti, dovete morire pezzi dei merda!", dei libri di scrittori considerati sovversivi e il quaderno di matematica con una A cerchiata che aveva disegnato in quarta di copertina.
Venne arrestarono, chiamarono i giornalisti locali esibendo i corpi del reato che avevano trovato e ringraziando la madre coraggio per la sua denuncia, grazie alla quale era stato assicurato alla giustizia un ragazzo socialmente pericoloso, da avviare verso un percorso di recupero, per reinserirlo nella società. I giornali aprirono la cronaca locale con titoli a caratteri cubitali: ARRESTATO PER DROGA IL "CANGURO" oppure UN GIOVANE PERICOLOSO "CANGURO" INCARCERATO, DETENEVA DROGA E MATERIALE SOVVERSIVO.
A Giancarlo dispiaceva più per la diffusione pubblica del suo odiato soprannome che per l'arresto.
Ma avendo appena compiuto 18 anni venne messo in carcere con gli adulti, in attesa del processo. Finì in cella con Mario "U Porcu" Scanziano affiliato alla camorra emergente, Giuseppe "Belva" Esposito pluriomicida e Ciccio "Il Don" Catatreppoli mafioso autore di svariate rapine ed estorsioni.
La prima notte Canguro venne picchiato e poi sodomizzato ripetutamente a secco.
Il mattino dopo uscì di cella camminando come un'anatra e pensando che era stato peggio l'arresto della diffusione del soprannome; lo mandarono a casa, agli arresti domiciliari.
La madre non gli rivolse la parola.
Anche lui non rivolse più la parola a lei e neanche ad altri, stette sempre zitto, al processo venne condannato ma avendo la condizionale non si fece neanche un giorno di prigione.
Quando fu libero tornò a casa, aspettò che sua madre andasse al lavoro, andò al distributore self-service a riempire una tanica di benzina, scrisse sul muro di recinzione: "Questo è il mio regalo di addio per te, maledetta stronza." e diede fuoco alla casa
Sparì per sempre.
Una ventina d'anni dopo lo rivide un suo ex compagno di scuola durante una vacanza, aveva cambiato sesso, si era sposata con un agente delle assicurazioni e viveva in una casa vicina al mare in Australia, la terra dei canguri.
Aprendo nella sua vita porte che lo facessero uscire dal binario delle consuete abitudini aveva finalmente trovato se stesso, o se stessa, in fondo l'importante è aver trovato un'altra persona dentro di sé, nascosta da quello che usi, eventi e consuetudini impongono d'essere; l'importante è che sia differente da quel tipo schifoso, pure per sé, che c'era e sarebbe rimasto, finché non si cerca la propria essenza.

martedì 13 giugno 2017

640 - IL SASSO

"Riempi la tua vita con un sorriso!"
Chiara la guardò, Ghiaja, con suoi capelli tinti di biondo e il suo sorriso innaturale stampato in faccia, ogni volta che la vedeva triste le proponeva questo ottimismo sforzato, in fondo Ghiaja non era cattiva e la sopportava per quello, era solo stupida, concentrata sull'estetica e lo shopping, ma stava bene così. Suo padre, un ex hippie che aveva un'impresa di costruzioni, guadagnava tanto e le dava tutti i soldi che voleva, oltre ad averle dato quel nome cretino e una cultura fatta di banalotte citazioni, utili a darsi la carica per produrre e consumare.
"Ghiaja scusami ma oggi non è giornata, non ho nessuna voglia di sorridere né di riempirmi la vita con false allegrie."
"Sei troppo negativa Chiara, pensa alle cose belle, concentrati su qualcosa di bello che vorresti avere, io faccio così, mi passa ogni malinconia e taaaac! Mi spunta lo smile! Il sorriso che scaccia le negatività."
"Tu se pensi a qualcosa dopo puoi comprartela, io no perciò starei peggio, inoltre non voglio niente, mi compro solo quello che mi serve e ora non mi serve niente di nuovo, ma anche se comprassi qualcosa non mi riempie di certo la vita un oggetto."
"Perché ti concentri sulla malinconia Chiara, devi concentrarti sul divertimento."
Chiara non rispose, scese dall'auto e la salutò, s'incamminò verso casa.
Dopo alcuni passi si voltò a guardare l'auto di Ghiaja che si allontanava lungo il viale alberato, le foglie d'autunno svolazzavano per lo spostamento d'aria.
Mancava qualcosa per rendere perfetta quella scena.
Prese un grosso sasso da terra e lo lanciò mettendoci tutte le sue forze, gli istinti repressi e i troppi sorrisi accomodanti che poi bruciavano dentro.
CRASH!
Il lunotto del suv in frantumi, i pezzi sul viale, riflessi di vetro tra l'asfalto e le varie fantastiche sfumature di colore del fogliame autunnale caduto.
Ora la scena era perfetta, una vera opera d'arte.
Chiara sorrise soddisfatta, stava meglio.
Si incamminò verso casa con in sottofondo le grida isteriche di Ghiaja, le urlava che era pazza, che non le avrebbe mai più rivolto la parola; poi i suoni si affievolirono e svanirono insieme a lei dalla sua vita.
Sentì un piacere fisico, la vagina si bagnava, la vita scorreva nel senso giusto.
Pensò che era da tanto tempo non stava così bene ed era bastato solo seguire il proprio senso artistico, infrangendo le barriere opprimenti di abitudini e convenzioni sociali. 
Con un sasso.





sabato 27 maggio 2017

637 - DISPERSI

C'era un bar che non era un bar.
Era un tabaccaio che teneva aperto la sera e faceva da bar, ma dentro si trovava un ristrettissimo ambiente, era in pratica una piccola camera.
Si entrava da una ripida scalinata, davanti all'ingresso il vecchio bancone, sulla sinistra cinque sedie appoggiate al muro con un tavolo davanti, sul muro opposto un termosifone con a lato la sesta sedia, su cui avevano piazzato una piccola televisione 14 pollici portatile, che prendeva i canali con l'antenna estraibile, così si vedeva malissimo e in aggiunta ognuno che entrava ci passava davanti, facendo perdere il già scadente segnale.
Aveva dei clienti fissi, tre anziani fissati perennemente su tre di quelle sedie e sembrava sempre che avessero appena finito di litigare, con una faccia arrabbiatissima stavano per ore senza mai parlarsi, guardando come se guardassero nel vuoto verso la minuscola televisione sulla parete opposta che trasmetteva suoni confusi e righe tipiche delle frequenze disturbate, non si capiva neanche che programma fosse, arrivavano solo spezzoni di discorsi a caso e pochi secondi di immagini che svanivano subito tra i disturbi.
Anche il barista/tabaccaio aveva una faccia arrabbiata e stanca, pure lui non parlava mai, solo lo stretto necessario.
Una nebbiosa sera di novembre andai a prendermi le sigarette.
Entrai e il barista stava allontanandosi dal bancone con un vassoio, sul vassoio c'erano un pacchetto di cracker e un bicchiere d'acqua, il bicchiere lo appoggiò bruscamente sul tavolo e il pacchetto di cracker lo diede in mano al più grosso degli anziani.  Mi misi a osservare quell’anziano, sembrava un malinconico vecchio gorilla in gabbia allo zoo, con lo sguardo basso apriva il pacchetto di cracker, aveva un giubbotto di pelle nera e un maglione a collo alto rosso scuro, rigonfio sulla pancia come se fosse all'ottavo mese di gravidanza, credo non riuscisse a chiudere la zip del giubbotto con quella pancia prominente, infatti lo avevo sempre visto aperto e pensai che probabilmente era per quello che aveva la nausea e aveva chiesto acqua e cracker, avendo preso un colpo di freddo allo stomaco. Ruminando i cracker guardava tristemente in basso, verso la pancia e il pavimento, mentre gli altri due anziani a lato guardavano la tv, voltai lo sguardo anch'io verso la tv e non si vedeva niente quella sera, righe continue, in mezzo qualche immagine incomprensibile e qualche parola insensata.
Presi le sigarette e prima di uscire mi fermai un attimo, avevo voglia di dire a quello dei cracker: "Mi dispiace che questa sera non puoi divertirti come i tuoi amici."
Mi faceva ridere la battuta, ma ci pensai meglio e cambiai idea, mi trattenni. Immaginai che disperazione di vita dovevano avere a casa per uscire a andare a sedersi lì in silenzio a guardare nel vuoto e rabbrividii, non c’era niente da ridere.
Uscii nella  nebbia, mi accesi una ms.
Non si vedeva niente oltre pochi metri e ci si sentiva soli su un pianeta ostile.
Guardai verso la vetrata del bar, si intravedevano tra la nebbia e i vetri appannati le sagome degli anziani silenti, fermi, immutabili, sospesi nel tempo e nello spazio sul vuoto di una vita non voluta, sbagliata, da dimenticare in disperato silenzio guardando un muro e delle righe che scorrono su un minuscolo schermo.
Io non ero messo meglio, con la mia stupida sigaretta in bocca e l'illusione di una vita migliore della loro, immerso fino al midollo nella nebbia e nel freddo di un paesino disperso nel culo dell'esistenza umana. Salii in auto e mi allontanai dal loro vecchio niente verso il mio nuovo niente.
In fin dei conti siamo dispersi nella vita.



sabato 13 maggio 2017

634 - PIACERSI

- Sono castana, non ho mai visto una castana di successo, o sono bionde o more o rosse ma a nessuno piacciono le castane, fanno schifo a tutti le castane, non piaccio a nessuno!
- Ma no cara, non dire così, a me piacciono le castane e soprattutto mi piaci tu, mi piaceresti anche se tu fossi con i capelli bianchi.
- Ecco, preferiresti che avessi i capelli bianchi invece che castani, i capelli marroni ricordano la merda e fanno schifo a tutti, così io faccio schifo a tutti.
- Ti ho appena detto che mi piaci, vieni qua che ti bacio e ti lecco perbene, così vedi che mi piaci.
- Lasciami stare che sono nervosa, lo so perché lo fai, è solo perché te la do gratis che ti piaccio, come buco da sfogarti così non fai la fatica di farti le seghe, finché non trovi di meglio, vorrei vedere se venisse una bionda alta e con due tette enormi a dirti che le piaci, se le dici di no e continui a scegliere me, una bassa con le tette piccole e con i capelli color merda.
- Ti dico e ti dimostro che non è vero, a me piaci anche se hai i capelli color mer...castani.
- Visto! Hai detto anche tu che sono colore merda, a chi vuoi che piaccia una bassa, con poche tette e con una merda in testa.
- Mi sono sbagliato, mi ripeti sempre che hai capelli color merda e mi confondo, sono castani e belli.
- Sì, buonanotte, allora quando vedi una cacca per strada va a dirle che è bella e la trovi attraente.
- Ma dai cara, non dire così, sono discorsi che non hanno senso, mi piaci e per me stai bene così.
- Grazie al cazzo, tu trovi attraente anche una cagata.
- A me piaci tu, vuoi capirlo!
- Capirai, mi preferisci a una cagata, c'è proprio da fare i salti mortali dalla gioia a essere preferita a una cagata, lascia perdere, lasciami stare, mi hai stancato anche tu.
- Tu mi hai stancato! Sembra che non te ne freghi niente di me e se ti voglio bene, ti interessa di adeguarti all'immagine di donna che piace di più, non riuscendoci riversi la tua insoddisfazione su di me, fregandotene del bene che ti voglio, neanche ascoltando quello che ti dico, proseguendo a pensare alle tue paranoie.
- Io non ce la faccio più.
- Senti cara, io non voglio perderti, se non sei contenta della tua immagine e ti rende insicura cambiala, ti aiuto io, pago tutto, basta che poi tu stia bene con te stessa e con me. I capelli si possono colorare, le tette si possono rifare, per l'altezza ho letto che si possono allungare le gambe con un'operazione, ti pago tutto, voglio solo che tu stia bene.
- Sì caro, grazie, faresti questo per me, mi vuoi proprio bene, scusa per quello che ho detto prima, ero nervosa, vieni qua e baciamela.
Andò da sola in una clinica privata specializzata negli interventi estetici, dopo mesi di interventi aveva finito la trasformazione, era bionda, con i femori allungati di venti centimetri e una splendida perfetta quarta di seno.
Lui andò a prenderla.
Dal portone della clinica vide uscire una battona da tangenziale, fatta come un uccello trampoliere, con gambe lunghe e culo alto, due tette sproporzionate al corpo, dei capelli troppo gialli e visibilmente colorati, con in più delle insopportabili labbra finte a canotto.
Gli faceva schifo adesso, non sapeva che fare.
Lei si avvicinò al finestrino dell'auto.
- Ciao caro, hai visto che bella sono diventata, sei sbiancato dall'emozione, me ne sono accorta, adesso mi piaccio finalmente, vedo che piaccio a tutti, i dottori e gli infermieri mi fanno la corte da quando sono così. A dirti il vero un dottore mi ha invitato il prossimo fine settimana nella sua baita in montagna, ho intenzione di andarci, non voglio per il momento alcun legame, voglio guardarmi attorno con nuovi occhi per trovare la mia dimensione.
- Non preoccuparti cara, rifletti pure su te stessa, vivi la tua vita, sono contento che tu sia contenta.
- Mi spiace averti fatto spendere tutti quei soldi, ma vedo che mi capisci, ora è come se fossi rinata, devo fare il punto sulla mia vita.
- Non c'è nessun problema, ho riflettuto anch'io adesso e ho capito che mi piacevi veramente come eri, per cui andrò in cerca tra la folla di quello che avevo visto in te e non vedo più, addio.
Partì.
Guardando nello specchietto retrovisore vedeva allontanarsi il volto di lei, deformato secondo i dettami della moda, non sembrava un volto triste, bensì lieto.
Pensò che per quanto lieta fosse non avrebbe mai potuto essere lieta come lui, per essere fuggito a quel nuovo mostro.






domenica 29 gennaio 2017

614 - THE RIVER

Tra le canzoni migliori di tutti i tempi metterei "The River" di Bruce Springsteen.
Magari è come con le altre canzoni che si preferiscono, ci piacciono in modo particolare per i ricordi personali che si portano appresso, ma questa mi pare anche ascoltandola obbiettivamente che sia indiscutibilmente meravigliosa
Si tratta di una canzone adatta a percorrere miglia e miglia nella notte, a bordo di una grande e comoda automobile lanciata lungo qualche highway americana, circondati da scenari naturali.
Mentre nel mio caso ricordo che eravamo su una piccola Nsu Prinz beige di un mio amico, nella notte, ma lungo strade provinciali, con un impianto stereo che lo aveva fatto diventare mono, in quanto aveva comprato due altoparlanti Pioneer scontatissimi, perché uno non funzionava.
Giravamo per ore nella notte, abbastanza sconvolti, su questa auto minuscola, lui alla guida e io a fianco, con la mano mi reggevo a una maniglia che c'era sul cruscotto dal lato passeggero, come se facessimo i 200 all'ora, quando invece facevamo al massimo i 60 all'ora. Era un'auto comoda nonostante le dimensioni, con dei sedili ben imbottiti. Trovavamo anche spesso da accoppiarci in posti sperduti, paesini dimenticati da Dio e dagli uomini, spersi tra la pianura padana e il mare, in cui arrivavamo alla sera su quest'auto da cui si vedevano a bordo due nasi tra i capelli, in quanto avevamo i capelli lunghi entrambi, anche sul volto, da cui spuntavano i nostri due nasoni, uno più grande dell'altro. Lui assomigliava un po' al chitarrista degli Who, Pete Townshend, mentre io con quei capelli e gli occhiali tondi in quel periodo mi dicevano che assomigliavo un po' a John Lennon, altre volte al tastierista dei Doors, Ray Manzarek.  Io ero più influenzato dal punk rock e dai nuovi suoni new wave, mentre lui era più portato per il rock blues più classico dei miti del rock, ma Led Zeppelin, Who e Rolling Stones piacevano ad entrambi, poi Motorhead e AC/DC, però in quel periodo c'era The River quasi fisso sullo stereo mangiacassette. Faceva da contrappunto alla nostra allegra demenza, da sottofondo per le riflessioni serie, ci ricordava la malinconia del vivere e l'energia della ribellione che faceva fuggire dalle convenzioni, era un socialismo rock incarnato nel Boss, che stava dalla parte di chi aveva problemi, dell'altra America, quella gente con i problemi comuni, vagante per le strade che attraversava le zone buie degli esclusi da quel sogno americano creatore di illusioni patinate, per spingere la gente a consumare fino a consumarsi per raggiungerle, no, il Boss ti diceva che vai bene anche tu con la tua normalità, non sei un perdente bensì una persona reale e lui era con te, ti capiva, si sgolava cantando le nostre canzoni, era la colonna sonora giusta, si esibiva in concerti interminabili, senza risparmiarsi, un vero operaio del rock, un operaio miliardario d'accordo, ma perlomeno lo percepivamo meno stronzo e più simpatico di molti altri.
In ogni caso noi attiravamo l'attenzione in quei luoghi dispersi, vestiti strani e con i capelli lunghi,
facevamo anche degli atti comici, per esempio se c'era la strada che conduceva alla piazzetta del paesino che scendeva dall'argine fino alla piazza e poi la strada proseguiva risalendo sull'argine, lui  scendeva dalla discesa con il cambio in folle e proseguiva per inerzia la corsa sulla strada che saliva, finché l'auto si fermava e accelerava in folle, sembrava che l'auto non ce la facesse a salire, metteva la retromarcia e scendeva facendo il giro della piazza in retromarcia; oppure se c'erano delle buche sulla strada fingevamo che stesse per esplodere l'auto, mettendoci le braccia davanti al volto; eravamo una specie di Freak Brothers che facevano i pagliacci, attirando le risate e l'attenzione dei giovani del luogo, facendo facilmente amicizia attaccavamo discorso con le ragazze che c'erano ed erano il nostro vero obbiettivo, poiché il fine era divertirci e fare sesso, il più possibile.
In vita mia non ho più visto uno abile come lui a smutandare le ragazze appena conosciute, dopo neanche mezz'ora con una che non aveva mai conosciuto prima, mentre si parlava, cominciava a limonarla e rovistarle nelle mutande, in mezzo a tutti, senza appartarsi, pochi minuti dopo magari gliela stava leccando, è capitato anche su una panchina in mezzo alla piazza del paese, con la gente che passava e guardava, ma la tipa era tutta presa e non se ne curava, lui meno ancora visto che era veramente senza vergogna.  Mi sorprendeva in particolare quando riusciva a farlo anche con tipe che sembrava se la conservassero con cura, apparentemente bigotte e represse, di quelle che ci si immagina nude con la muffa sulla topa pelosissima, a forza di ignorarla e tenerla rinchiusa nelle mutande. Era avvantaggiato dal fatto che puntava soprattutto le bruttine e pure le bruttone, queste non essendo abituate a molte attenzioni si scioglievano trovandosi davanti uno che a ogni parola trasmetteva loro un preciso messaggio : "Mi piaci, ti desidero, voglio far sesso con te, adesso, subito!"
Sembrava uscito da un film porno e in effetti era un po' così, perché era cresciuto leggendo continuamente le riviste porno fregate a suo fratello molto più vecchio di lui, poi da giovanissimo aveva trovato una sposata di mezza età e alcolizzata che lo faceva trombare, anche con suo marito cornuto felice in casa, perciò aveva acquisito quella visione del sesso molto spontanea e naturale, era un abilissimo vero artista del cazzo.
Così lui mi tirava la volata e combinavo qualcosa pure io con qualche altra ragazza, magari pure più carina di quella con cui stava accoppiandosi lui, nonostante fossi mille volte più imbranato nell'approcciarmi; se ero da solo una doveva strofinarmela in fronte, per farmi capire che ci stava.
Tra i
I capelli lunghi bruciacchiati davanti quasi ogni volta che mi accendevo una sigaretta, le birre, i profumi delle notti d'estate...con "The River" in sottofondo; tuttora, dopo decenni, quando riascolto l'album e la canzone omonima in particolare, mi ricordo quel periodo e mi pare di percepire ancora tutti gli odori di quel tempo andato.
Lui una sera mentre stava tornando da un matrimonio di un suo parente, dove aveva trovato un cameriere che aveva del fumo, rintronato al massimo da alcol e fumate, è finito in un fosso profondo con la Prinz, distruggendola.
Venne con la bicicletta da donna di sua madre al bar a raccontarcelo, quando gli chiedemmo dove era successo ci disse la strada e che era successo nel punto in cui c'era il curvone.
Ma non c'era nessun curvone su quella strada, così andammo in quattro su con uno che aveva una Fiat 124 a vedere dov'era il curvone che diceva lui.
Scese dall'auto e ci mostrò un punto lungo il rettilineo: "Qui sono uscito di strada!"
Effettivamente si vedevano ancora dei pezzi della Prinz nel fosso, ma la strada la vedevamo tutti, tranne lui, come una linea retta, le prime curve erano due chilometri dopo da un lato e oltre tre chilometri dopo dall'altro. Ma si arrabbiò molto perché non vedevamo la curva che vedeva lui, allora stemmo zitti, pensammo fosse lo choc per l'incidente recente o era veramente potente quello che si era fumato.
Comunque era più addolorato per essersi rovinato il vestito a rigoni nuovo che per la macchina distrutta, ma era contento per essere riuscito a salvare l'autoradio e i per lui preziosi altoparlanti.
Ci disse che voleva prendersi un'auto più elegante.
Infatti dopo pochi giorni arrivò al bar con un auto di un elegante colore blu scuro, ma era un'altra Prinz Nsu, trovata d'occasione con centinaia di migliaia di chilometri fatti, ci aveva già istallato il suo impianto stereo/mono, con un altoparlante che non funzionava, con Bruce Springsteen che stava suonando e cantando le storie di chi era rimasto escluso dal sogno americano.





venerdì 13 gennaio 2017

610 - LO SBIRRO KUSTODE

Driiiin
- Buongiorno agente, cosa desidera?
- Buongiorno, è lei Andrea Delcaz?
- Sì, sono io, ma non ho fatto niente!
- Non abbia paura, sono qui per proteggerla, sono il suo sbirro kustode, ecco qua il foglio di nomina.
- Non ho fatto nessuna richiesta, non ho neanche mai sentito "sbirro kustode", con la k poi, ma che cos'è?
- Lei non segue i telegiornali? Sono settimane che ne parlano.
- Non ho più la televisione, Equitalia me l'ha pignorata.
- Male, bisogna tenersi informati, adesso nel programma di prevenzione del terrorismo a ogni cittadino è stato assegnato uno sbirro kustode, l'ufficio relazioni esterne del Ministero dell'Interno ha individuato questo termine sbarazzino, autoironico e simpatico per fare sentire le forze dell'ordine più vicine e farle divenire più simpatiche al cittadino, usando all'uopo termini gergali nonché giovanili. La accompagnerò durante tutta la giornata, tranne nei giorni festivi in cui sarò sostituito da uno sbirro kustode con contratto temporaneo, anche noi abbiamo diritto a un po' di riposo.
- Tutto il giorno insieme a me? Ma siete impazziti?
THUND
- Ahi, maledetto sbirro di merda, senti che botta con quel cazzo di manganello!
THUND
- Ahi, ooooh, mi vuole ammazzare? Non ho fatto niente iooooo!
- Lei sta usando un linguaggio non appropriato con un tutore dell'ordine pubblico in servizio, lesivo della sua dignità di rappresentante dello Stato, lei riceverà una manganellata di avvertimento, se prosegue un'ammenda, se prosegue nonostante ciò sarà tratto in arresto. Ringrazi che le abbuono le seconde ingiurie e se l'è cavata con un'altra semplice manganellata.
- Grazie stocazzo!
THUND
- Ahi che male porcod...
THUND
- Ogni bestemmia verrà sanzionata in modo analogo alle ingiurie a pubblico ufficiale, la avviso!
- Basta, basta, mi scusi, non lo sapevo!
- Ecco, bravo, vede che ha capito che noi agenti siamo al suo servizio, operiamo esclusivamente per il suo bene.
- Stavo meglio prima però, ora ho una forte cefalea con fitte dolorose.
- Si metta del ghiaccio sulla parte contusa e starà meglio di prima.
- Vado in cucina a prenderlo nel frigorifero per mettermelo.
- Io la seguo, per proteggerla, stia tranquillo che ora la sua incolumità è garantita
TOC.
- Ahi! Che botta col mignolo nella porta della cucina! Vaffanculo le ciabatte infradito e chi ha avuto l'idea di uno sbirro attaccato al culo tutto il giorno, porcod...
THUND.THUND.THUND.


mercoledì 7 dicembre 2016

604 - CORTEI

- Andate a lavorare invece di fare i cortei di protesta! A lavorare dovete andare!
- Se protestiamo perché siamo disoccupati come facciamo ad andare a lavorare? Me lo spiega lei?
- Se uno vuole lo trova un lavoro, bisogna darsi da fare, adattarsi e non aspettare di trovare quello che si vuole. Invece vi manca la voglia di lavorare, è quello il problema di voi disoccupati. Meglio fare un corteo per chiedere un sussidio, così poi starete a casa pagati per scrivere cazzate su internet, farvi le seghe e fumare le cannette.
- Ma lei che crede di saperla tanto lunga che fa di lavoro?
- - Faccio consegne per un corriere espresso, quando il traffico non è interrotto come adesso dai cortei di voi nullafacenti oziosi.
- Quindi lavora con un contratto temporaneo, magari a chiamata, magari accettando paghe da miseria per portare via il lavoro a chi c'era prima e veniva pagato dignitosamente, magari non ha neanche la possibilità di avere un mutuo con un lavoro del genere, magari ha i capelli bianchi ma non ha ancora avuto la possibilità di vivere autonomamente o se ne ha il desiderio di formarsi una famiglia.
- Lo so ma purtroppo bisogna adattarsi a quello che c'è, altrimenti viene uno ancora più disperato e ti porta via il lavoro.
- Quindi in pratica è un lavoro da schiavi precari, che saranno sempre più schiavizzati per paura d perderlo. E come non bastasse lei lo difende.
- No, ma io no, non lo difendo, cioè...io...io...è vero...sto male.
- Allora protesti anche lei, con un salario minimo garantito avrebbe maggiore capacità contrattuale e non sarebbe costretto ad accettare qualsiasi condizione dagli sfruttatori, perché se un domani il suo padrone decide che alla fine del turno di lavoro chi non va in ufficio da lui a succhiargli il cazzo verrà licenziato, lei dovrà succhiarglielo per continuare a lavorare.
- Mi ha convinto, avete ragione voi, da questo momento non lavoro più per loro, maledetti sfruttatori schiavisti, non mi faccio più sfruttare, mi licenzio, sono libero; mi dia il suo cartello che vado in testa al corteo a urlare la mia rabbia.
- Sono contento che lo abbia capito, certo che le do il mio cartello, ma lei in cambio mi dia il numero di telefono del corriere da cui si è appena licenziato.


sabato 12 novembre 2016

596 - Have A Cigar e i bruciati

Ci sono canzoni che non sono canzoni.
Sono pezzi di vita, di carne, di sangue, di sperma, di te stesso.
Una di queste canzoni per me è Have A Cigar, l'anomala canzone dei Pink Floyd del loro album Wish You Were Here, uscito nel settembre 1975; era anomala in quanto non era cantata come al solito da un membro del gruppo ma da Roy Harper, però pure la musica era anomala, era quasi un funk rock e a me quasi unico in quel periodo piacevano i suoni funk, in più mi piacevano i Pink Floyd, per cui era per me la canzone perfetta.
Come singolo a 45 giri uscì nel novembre 1975, con sull'altro lato Shine On You Crazy Diamond.
Così nel 1976 era presente in tutti i jukebox italiani, anche nei peggiori bar delle peggiori periferie.
In uno di questi bar meno prestigiosi un giorno capitai io che non ero andato a scuola quel giorno, si diceva bruciato, avevo bruciato, c'era il terzo compito in classe di matematica del secondo quadrimestre e io avevo già due sufficienze risicate, se lo sbagliavo ero fottuto, invece saltandolo l'insegnante avrebbe fatto la media con i due dati sufficienti e mi salvavo.
Mi sentivo una volpe, un dritto, un genio, avevo fottuto quell'insegnante fottutissima e rompicoglioni; felice e trionfante nel bar andai al jukebox, inserii la moneta da 50 lire e selezionai Have A Cigar.
Ascoltai assorto e con il sorriso più beato stampato in faccia la lunga introduzione strumentale, poi iniziò la voce a cantare:
"Come in here, dear boy,..." (Vieni qui, caro ragazzo,...)
"T'pudivi butar su Sciainoniùcresidaimond che sta chi la m'fa cagare!" (Potevi buttar su Shine On You Crazy Diamond che questa mi fa cagare!).
Era uno del gruppo di bruciatori seriali seduti al tavolo accanto al jukebox.
Non lo badai neanche, mi sedetti a un tavolo accanto dove avevano lasciato il giornale e mi misi a leggere.
Quel vociare di sottofondo, le canzoni al jukebox, gli odori del bar,...tutto quanto ricordo perfettamente, ...arrivarono degli amici che conoscevo, ci si mise a parlare e ridere.
Potrei descrivere esattamente come eravamo vestiti e ogni particolare di quei momenti a decenni di distanza, perché era un periodo immerso in un'atmosfera elettrica, anche violenta, ma era vita che bruciava marchiando a fuoco indelebilmente i ricordi.
Si era in un'estasi collettiva e il futuro lo immaginavamo scritto da noi.
Poi alcuni giorni dopo quella di matematica intuì che facessi il furbo e mi fece un'interrogazione difficilissima in cui presi cinque, così mi mise cinque anche a fine anno e fui rimandato in matematica.
Succede anche alle volpi che vada male con l’astuzia.
Quando lessi sulla bacheca nell'atrio della scuola il risultato di fine anno sputai sul vetro, mentre mi allontanavo sentii delle ragazzette a modo che erano appena arrivate e si lamentavano dicendo: "Qualcuno ha sputato sul vetro della bacheca, che schifo!",  "Ci sono dei pazzi!".
Andai a ripetizione da un vecchio ed economico insegnante in pensione mezzo intronato e per risparmiare andavamo in tre insieme a lezione, c'era un caldo tropicale quell'estate, da soffocare in quella casa sita in uno stretto vicolo, vecchia e puzzolente di umidità, dove abitava e dava lezioni.
In più l'insegnante si accendeva sigarette in continuazione, un paio di volte se le accese pure alla rovescia, dando fuoco al filtro e tentando di accendere aspirando dalla parte del tabacco; un'altra volta mentre spiegava giocherellava con l'accendino poi andò per accendersi l'ennesima sigaretta, ma aveva alzato tutto il gas, così si bruciò le sopracciglia diffondendo un odore da pollo bruciacchiato nella camera.
Aveva un grosso gatto bianco e nero che stava sempre sulla finestra, sonnecchiava o guardava il vicolo, raramente si voltava per darci brevi occhiate, con un certo disprezzo, si sarà chiesto che ci facevano il suo padrone rincoglionito e quei tre ragazzini distratti di natura in una stanza piena di fumo, con quel caldo che c'era.
In pratica non si capiva quasi niente in tre insieme a lezione, però alla fine fummo promossi e passammo l'anno.
Quando andavo al bar e mi avanzavano 50 lire mettevo su ancora una volta Have A Cigar e stavo bene, mi pareva comunque di aver vinto, di averla fatta franca, anche perché dicendolo adesso in sincerità: non studiavo mai matematica.  Ma poi soprattutto me ne fregava un cazzo della scuola.
Mi piaceva più l'atmosfera che mi riportava questa canzone, sarcastica con il successo, mi sembrava un inno per tutti i combattenti perdenti, per i bocciati, i brucianti scuole e vite, per i predestinati a essere gli ultimi degli ultimi banchi o degli ultimi sedili delle corriere.
Quelli che non arrivano mai primi perché alla gara neanche partecipano non sono ultimi, loro sono fuori...e ascoltando Have A Cigar assaporano ancora una volta la bellezza di essere anomali.







venerdì 9 settembre 2016

575 - Da bambino volevo volare via


Abitavo in una casa rosso sangue lungo una strada statale trafficatissima, la più pericolosa d'Italia, prima nella classifica degli incidenti mortali. Migliaia di camion e auto passavano ininterrottamente e fragorosamente giorno e notte a pochi metri dalla porta e dalle finestre sul lato sud della casa.
Mentre dietro casa, sul lato nord, eri immerso in una realtà opposta, un paesaggio che iniziava con un enorme salice piangente alto otto metri che sbatteva con le lunghe fronde contro la casa sporcandola di verde e come un sipario apriva dietro di lui un altro mondo, verde campagna, multicolori fiori di campo, uccellini, animali, insetti ci vivevano gioiosi, abbracciati da un orizzonte fatto di campi di terra coltivati, inframezzati da boschi, case, stalle e sullo sfondo il grande argine del fiume.
Sul lato est c'era, duecento metri dopo casa, una zona industriale, con fabbriche micidiali e vapori tossici, una produceva vernici e ogni tanto ne scartava e le riversava nei fossi, facendoli diventare di ogni sorta di colore; un'altra produceva mangime per pesci sciogliendo col solvente carcasse di animali ed emanando una puzza pestilenziale, una volta un paio di operai sono caduti in una cisterna, uno è morto subito e l'altro con i vapori è impazzito, lo hanno poi portato in un istituto dove è rimasto, incapace di intendere e volere, per decenni, fino alla fine dei suoi giorni.
Subito dopo la zona industriale c'era una vasta discarica intercomunale a cielo aperto di immondizie, con copertoni, plastica e ogni sorta di rifiuti che bruciavano in continuazione.
Sul lato ovest della mia casa invece c'era un paesaggio metropolitano, cominciava con un palazzo di appartamenti dell'edilizia popolare, poi un incrocio con una strada comunale che era diventato il ritrovo della piccola delinquenza della zona, poi negozi, case, la scuola e un viavai continuo di gente indaffarata, operai, agricoltori, impiegati, pescatori, commercianti, delinquenti, assicuratori, prostitute, frati, ritardati mentali e soprattutto casalinghe, infinite casalinghe, una marea di casalinghe di ogni foggia e dimensione. Non esistevano donne che lavoravano o donne single, lì tutte erano casalinghe sposate perennemente indaffarate, forse qualcuna non era sposata ma fingeva di esserlo, perché le rarissime di cui si sapeva non avevano marito venivano guardate male, come delle appestate, avevano qualcosa che non andava, erano considerate in pratica delle merde umane da guardare con compatimento; così come gli uomini non sposati, anche loro erano considerati merde o matti, non a posto con il cervello, comunque dei paria fuori casta.
Nel caotico continuo vociare di questo affollamento umano come degli spot pubblicitari si inserivano, sovrastando le altre, le potenti voci dei venditori ambulanti : "Callegari Amaro, Amaro Callegari" del rappresentate dell'amaro del Cavalier Callegari; "Taio rosso taio romagnolo" del venditore di angurie di qualità romagnola; "Gambari gambari gambari oooooh" del venditore di gamberi che prolungava la frase urlando un oh finale come un tenore per richiamare l'attenzione della gente;  "Maria vola pesce?" di una venditrice di pesce, con una grande bicicletta arrugginita dotata di due enormi portapacchi davanti e dietro pieni di cassettine bianche con dentro il pesce fresco, si fermava davanti alle porte delle case urlando a squarciagola per chiedere alla Maria della casa se voleva del pesce, si chiamavano quasi tutte Maria le donne e pure lei si chiamava Maria, era la "Maria del pesce".
Tra questi multiformi scenari c'ero io, leggevo continuamente libri di favole o avventure e fumetti, spesso mi arrampicavo su qualche albero dove rimanevo anche per ore a leggere o a immaginarmi di essere Tarzan; poi quando scendevo cercavo di costruire delle assurde macchine volanti, che mi facessero volare via, lontano da tutto.
Ma non volavano mai, ancorate a terra, non si sollevavano di un millimetro.
Allora andavo a giocare con i miei amici al nostro parco giochi che era la discarica di rifiuti dopo la zona industriale, avevamo tutti un coltello a scatto e lo tiravamo contro un qualche bersaglio facendo scommesse, o spaccavamo le bottiglie con le pietre, oppure cercavamo tra i rifiuti se c'era qualcosa di interessante, a esempio dei giocattoli rotti che poi aggiustavamo oppure dei fumetti o anche degli oggetti in ferro che raccoglievamo, caricavamo su un carrettino preso al nonno di uno di noi e lo portavamo al ferrivecchi, quindi con i soldi ricavati andavamo in qualche bar a spenderceli tutti in bibite, gelati, jukebox e flipper.



sabato 13 agosto 2016

569 - Charles Bronson

Una volta nei primi anni 80 ho incontrato casualmente un tossico in pelata più vecchio di me, mi attaccò discorso raccontandomi che spesso quando lo fermavano i poliziotti gli fregavano i soldi, approfittando del fatto che fosse pieno di precedenti penali e la sua parola valesse niente contro la loro, era andato per comprarsi un vestito per il matrimonio del fratello ma lo hanno fermato e si sono tenuti i soldi del vestito, lui si è dovuto adattare un vestito vecchio per l'occasione.
Era molto tradizionalista, con i classici discorsi della campagna veneta più ancorata alle tradizioni. Mi raccontava dei suoi fratelli e mi restò impresso che mi raccontò di uno di loro con orgoglio, era il playboy della famiglia, diceva fosse il sosia dell'attore Charles Bronson, faceva l'operaio, nel tempo libero girava in vestito e cravatta col baffo su una vecchia Fiat 850 coupé nera con i cerchioni in lega, andava messo così la domenica pomeriggio nei piccoli paesini della campagna veneta, dove si fermava davanti al bar e arrivavano subito le ragazze a chiedergli gli autografi, credendo fosse veramente l'attore e andava a finire che trombava come un riccio con le fan.
Per immaginarsi Charles Bronson, allora famoso attore americano, girare con una vecchia 850 la domenica nella più desolata campagna veneta e poi magari rispondere alle fan in dialetto veneto ce ne vuole, devono essere state ben predisposte o annoiate, con la voglia di colorarsi la vita facendo sesso con il sosia di Charles Bronson.
Magari adesso saranno diventate nonne le amanti del falso Charles Bronson e faranno la morale alle nipoti quando vogliono uscire la sera, lamentandosi del degrado attuale e dicendo che al loro tempi le ragazze erano più serie, pensavano a sposarsi e uscivano solo la domenica pomeriggio.




mercoledì 13 luglio 2016

564 - UN OGGI

Oggi ho fatto circa 40 km in bici tra la campagna, mi sono fermato a fare delle foto e passando sotto una sbarra mi sono accorto c'era un ragno enorme, per evitarlo mi sono spostato svelto, fracassandomi la spalla sinistra contro il supporto della sbarra.
Sono finito in un paesino minuscolo in cui comincia a dividersi il fiume, i due argini si uniscono, le case sotto gli argini sembrano in montagna, ci sono trenta case, un bar e due chiese con il vicolo principale ciottolato alto sull'argine, oltre il tetto delle case più in basso.
Tornando stavo mettendomi una mano in tasca e ho sentito una fitta tipo scossa elettrica alla mano, mi ha punto qualcosa, credo una qualche vespa, ho morso il punto dolente e pedalando controvento sono arrivato a casa, ho guardato e non avevo più niente, devo avere una saliva che disinfetta qualsiasi cosa,
Poi mi sono preparato un mix di verdure da mangiare come insalata, le carote prese pochi giorni fa erano già ammuffite e le ho buttate, ho mangiato un cetriolo, mangiandolo mi sono accorto che c'era la galleria di un verme dentro ma lui non c'era, presumo di averlo ingoiato.
Mi sono butttato sul divano a leggere il giornale ma il vento faceva sbattere tutto in casa, ho dovuto chiudere le finestre.
Mi sono addormentato.
Quando mi sono svegliato sono uscito e mi sono accorto che era caduta qualche goccia di pioggia.
In cielo c'erano due arcobaleni.
Rintrato in casa ho acceso il pc ma per mezz'ora abbondante è andato avanti con gi aggiornamenti che doveva installare, non si accendeva.
Quando ho visto aveva terminato d'aggiornarsi mi sono seduto, ho risposto ai messagi ricevuti e ho scritto questo.
Ma ora che ho finito mi chiedo cosa possa fregargliene alla gente quanto ho scritto.

sabato 9 luglio 2016

563 - PRIMA GLI ITALIANI (racconto breve)

Gridò: - Prima gli italiani veri, e noi lo siamo, siamo autentici italiani di nascita, regolarmente iscritti all'associazione "Noi italiani siamo i migliori", stiamo tornando in patria dalla gita annuale!
Intervenne il suo vicino di posto, dicendo: - Giusto, ha ragione, prima gli italiani, anche perché siamo a bordo di un aereo italiano, quindi in questo caso di avaria i paracadute se non ci sono per tutti i passeggeri vanno dati prima a chi appartiene alla nazione italiana, ne abbiamo più diritto, perché paghiamo le tasse perciò sono nostri, lo so bene io che sono un avvocato e se lo dico io dovete crederci!
Un passeggero obiettò: - Ma voi siete anziani, alcuni con 80 o più anni, potete con i pochi paracadute disponibili  fare salvare i bambini e le loro madri che ci sono a bordo.
Nessuno rispose, ma si alzarono tutti gli anziani italiani dell'associazione e strapparono di mano i paracadute alle hostess.
Si buttarono in gran fretta dal portellone.
Il comandante disse all'equipaggio e ai passeggeri rimasti: - Bene, il piano ha funzionato, potete smettere di fingere d'essere stranieri, ora riaccendo i motori che avevo spento.
Riaccese i motori e riprese quota.
Poco dopo dagli altoparlanti si sentì: - È il comandante che vi parla, ho controllato: i fanatici italiani rompicoglioni di cui ci siamo liberati sono finiti come previsto nella zona infestata dagli squali.
Le hostess distribuirono il miglior vino che avevano a bordo, per festeggiare.




martedì 21 giugno 2016

556 - LE NUOVE LEVE

Un giorno in bici sono passato verso sera davanti a una villa antica dove fanno i ricevimenti e c'era una marea di giovani.
Entravano con vestiiti eleganti da sera, sia gli uomini in molti con folte barbe, sia le donne con tacchi alti, molte con capelli tinti e acconciature da ricevimento importante.
Sembravano tutti tra i 25 e i 30 anni.
C'era il piazzale pieno zeppo di macchine lucide, parcheggiate.
Ho incontrato un mio coetaneo che conosco, stava camminando a piedi, gli ho chiesto se sapeva che ricevimento del cazzo era quello lì.
Mi ha detto che era l'addio all'anno scolastico, erano quindi giovanissimi, di 18/19 anni.
Sono rimasto supefatto, mai visto dei giovani così vecchi in vita mia, lo ha detto pure lui.
Forse al giorno d'oggi invecchiano prima a forza di mangiare merda chimica e di rincoglionirsi con gli smartphone.
Fanno impressione i giovani d'oggi.
Anche quelli di ieri, ma meno.
Pensavo a cosa possono mai contestare tipi simili, sembrano i loro genitori, cuccioli d'adulto che seguono gli ordini ricevuti alla lettera.
Magari mi sbaglio a giudicarli male solo con un'occhiata superficiale, però se mi smentissero con i fatti rivoluzionando qualcosa sarei il più felice di tutti.
Ma non credo succederà.

domenica 29 maggio 2016

551 - PORNO PER TUTTI

Alle superiori con un paio di amici abbiamo ritagliato le immagini di una rivista porno e poi all'inizio della ricreazione, quando tutti si precipitavano per andare a prendere i panini, le attaccavamo con dei pezzetti di nastro adesivo sulla schiena, modello numero dei calciatori.
Certi se ne accorgevano ma tanti no, ed erano bellissimi quando passavano davanti agli insegnati, compreso il prete di religione, con attaccata alla schiena una che faceva un bocchino e veniva sodomizzata contemporaneamente o altre amenità simili.
Ci facevano piegare dalle risate le facce degli insegnanti in espressioni contorte e subito dopo le reazioni isteriche che avevano, correvano a staccarle, dicevano ai ragazzi di staccarle anche agli altri.
Un insegnante più esagitato degli altri, quando un qualche spione leccaculi disse che eravamo stati noi, minacciò di denunciarci e sospenderci, ma poi non fece niente.
Mentre noi avevamo vissuto un bellissimo momento, di quelli che ricordi per sempre e pure a distanza di anni ti rinfrancano lo spirito, aiutandoti a passare anche i momenti più difficili tra le burrasche della vita.