Se apprezzate e volete offrirmi una birra o una pizza, vi ringrazio immensamente:

sabato 24 maggio 2014

348 - Igiene precaria

In quel periodo lavoravo con una ditta che consegnava e installava i registratori di cassa nei locali commerciali, dovevo passarci le giornate nei locali, vedendone molti mi sono accorto che in certi casi l'igiene lascia a desiderare.
C'era un bar frequentato perché faceva i toast molto buoni con dentro i carciofini, la proprietaria sempre indaffarata e sudaticcia, avrà avuto 50 anni con i capelli lunghi unticci e tinti neri, era sempre in canottiera ma aveva il vizio che si grattava spesso sotto le ascelle mentre preparava i toast, prendeva i carciofini sott'olio a mani nude, li metteva nei toast, poi un'altra grattata e via un nuovo toast; forse era quello il segreto del suo successo, le ascelle al carciofino e i toast all'ascella.
In una pizzeria c'era una sempre vestita con i lustrini e i capelli biondi ricci ,che teneva continuamente il cane in braccio, anche quando preparava le pizze le faceva tenendo il cane sottobraccio, ogni tanto qualcuno si lamentava che aveva trovato un pelo di cane nella pizza, ma lei di solito rispondeva che probabilmente ce l'aveva addosso lui e mentre mangiava era caduto sulla pizza, che il suo cane non perde il pelo, che lei era pulitissima quando faceva le pizze, ecc ecc.
Un'altra molto vecchia, avrà avuto ottant'anni e aveva un figlio invalido perciò per mantenerlo continuava a lavorare nonostante l'età da pensione in un chiosco, in cui vendeva bibite e dolciumi ai ragazzini, però aveva l'abitudine di pettinarsi con forza raschiando il cuoio capelluto, lo faceva anche mentre le parlavi e sempre stando al bancone, piegando la testa sopra un vassoio di bomboloni zuccherati che non aveva il coperchio, pertanto vedevi le scaglie gigantesche di forfora che cadevano come grossi fiocchi di neve sui bomboloni e non si vedevano più tra lo zucchero, poi entrava qualche ragazzino e se ne prendeva uno mangiandoselo con gusto, allo zucchero forforato.
In un altro bar sulla statale frequentato da vecchi alcolizzati e turisti di passaggio facevano la frittura mista, pesce fritto da accompagnare col vino bianco, ma lo lasciavano scoperto sul bancone per cui controluce vedevi che i vecchi clienti ubriachi e sdentati parlavano e urlavano tra loro sputacchiandoci alla grande sopra anche i pezzi di pesce che avevano impigliati tra i pochi denti, poi arrivava qualche coppia di turisti e vedevi la signora elegante un po' schifata dall'ambiente che con il fazzolettino di carta se ne prendeva delicatamente uno e se lo mangiava con aria snob.
Io evitavo, ma una volta è capitato anche a me un episodio inquietante, avevo una fame tremenda e sono entrato in un baraccio-pizzeria sozzissimo in  cui passavo spesso, c'erano dei pesciolini cotti a mollo in una terrina trasparente piena d'aceto, erano lì da mesi, forse da anni, avevano perso l'aspetto del pesce con i pezzi che iniziavano a staccarsi, aspettavo la pizza che tardava e allora in un impeto di fame mi sono fatto dare un pesce a mollo,  appena addentato mi si è versato in bocca una quantità enorme d'aceto marcio che aveva assorbito, mi ha fatto passare immediatamente la fame, la pizza l'ho mangiata a stento e dopo poco ho vomitato tutto e di più, per quasi una settimana ho avuto nausea e lo stomaco a pezzi.
Erano pesci putrefatti appartenenti a un'altra era geologica, da esporre al museo e non in un bar.



venerdì 23 maggio 2014

347 - NO

Non voglio riconoscimenti.

Non voglio medaglie.

Non m'importa
della vostra falsa riconoscenza.

Voglio solo specchiarmi
negli sguardi limpidi.


martedì 20 maggio 2014

346 - Stesso sguardo

A me piace
quando sei seduto su uno scalino,
una persona si siede accanto
e guardando insieme
verso la vita
si discorre di tutto,
cancellando lo spazio e il tempo,
diventando lo stesso sguardo.

lunedì 19 maggio 2014

345 - SIMPATIA

I simpatici mi sono sempre stati antipatici.
Odio gli animatori,
odio chi mi sorride senza motivo,
mi suonano di falso,
di fregata,
di faccia da culo.
Mi fanno desiderare
intensamente
di colpirli con una testata
che gli schianti il setto nasale.
In una pozza di sangue
il loro volto
sarebbe, finalmente, sincero.


venerdì 16 maggio 2014

344 - Ciao


Certi camionisti sulla statale nelle calde notti di fine estate sentivano un ronzio strano provenire da dietro ai tir, come un moscone rumoroso che non spariva, sporgevano il braccio sinistro dal camion e cercavano di orientare lo specchio retrovisore per vedere che succedeva.
Quando riuscivano a inquadrare la misteriosa fonte dello strano rumore rimanevano esterrefatti.
Non avevano mai visto una cosa simile neppure nei loro incubi peggiori:  Gesù Cristo Redentore Santissimo su un motorino Ciao elaborato con una testa di maiale sotto il fanale, lui con capelli e barba d'ordinanza era pieno di orecchini, braccialetti, collane, con un paio di occhiali da pazzo, una giacca in plastica trasparente gialla a stelle nere, una maglietta gigantesca a pois giganti rossi sul bianco come un infinita replica della bandiera giapponese, jeans a pezzi e sandali marroni da frate.
Sconvolti dalla visione alcuni mettevano la freccia e si fermavano a lato della strada, non riuscendo più a proseguire.
Gesù invece proseguiva velocissimo nella buia notte sulla statale.
Non era Gesù, era un giovanissimo pazzoide sballato barbuto capelluto fottuto che scorreva veloce nella notte e quella folle imitazione di Gesù ciclomotorizzata, modestia a parte, ero io. Quando tornavo dal mare e sentivo freddo mi mettevo a culo dei camion così mi tiravano la volata verso casa.
Ci trovavamo spesso in spiaggia con gli altri o in qualche locale sul mare, ma era tutta un'avventura, anche solo il viaggio.
Iniziò tutto l'estate del 1978, avevo 16 anni e venivo da due anni senza motorino, era ora di 125 centimetri cubici e di patentino, ma mia madre avendo avuto mio padre che l'estate precedente era morto in un incidente sbattendo la testa aveva paura e non voleva, "Al massimo ti prendo un ciclomotore che è più sicuro, con la moto o la vespa c'è pericolo, vanno troppo veloci" mi diceva.
In quei tempi ero pieno di psicofarmaci, non potevo neanche darle torto, spesso facevo fatica a stare in equilibrio camminando, poi bevevo superalcolici in aggiunta, ero obbiettivamente molto fuori di testa.
Ma ero stanco di girare a piedi o in bici col caldo estivo, gli altri li vedevo sfrecciare con i lunghi capelli al vento su vespe 125 o su moto bellissime dai colori sgargianti, mentre io con altri sfigati appiedati come me stazionavo seduto su una mura di recinzione accanto alla  strada principale, a guardare i fortunati motorizzati.
Poi capitò uno di noi una sera con un motorino giallo, era un Ciao Piaggio che gli aveva prestato sua zia, lo provammo tutti ed era velocissimo per essere un cinquantino, lo guardavamo ammirati.
Dal giorno dopo cominciammo a cercare di procurarci almeno un vecchio ciclomotore anche noi.
Io avevo un motorino Benelli di mio nonno ma non funzionava bene perché mio nonno e il postino entrambi bevuti in curva avevano fatto un frontale tra ciclomotori, da allora era tutto storto e andava peggio, provai a farlo andare ma era inutile. Mi decisi di accettare i soldi da mia mamma e andai a prendere un Ciao Piaggio, lo volevo nero ma non ce n'era nemmeno uno disponibile, blu neanche, ce ne era subito disponibile uno bianco, presi quello, era troppa la voglia di essere motorizzato.
Cominciai a girare e a elaborarlo, iniziai col dare la vernice bianca anche ai due fascioni grigi sui lati e lo feci Alitalia come fosse un aereo, con il simbolo e tutto, era una pop art tribale/ironica che andava in quel periodo, si demitizzavano i marchi più pubblicizzati usandoli esteticamente, come farebbe una tribù primitiva immune dalla pubblicità e refrattaria a usare il prodotto; si usavano adesivi di marchi famosi, c'erano anche collanine con in miniatura una lattina della cocacola o un pacchetto di marlboro.
Poi sul davanti, al posto del marchio, attaccai un adesivo di una testa di maiale.
Elaborai il carburatore cambiando gicleur, misi una candela speciale, marmitta elaborata per aumentare la velocità, puleggia piccolissima, sellone.
Così elaborato andava velocissimo, passavo tutti gli altri con lo stesso tipo di motorino, avevo il ciao più veloce del paese; raggiungeva i 90 lanciato se ero da solo e i 70 su in due.
Cominciammo a girare in gruppo come fossimo dei biker americani con i nostri motorini, facevamo anche degli spostamenti di 120/130 chilometri, ma avendo non tutti recuperato in qualche maniera un mezzo motorizzato giravamo su in due, a volte anche in tre.
Ma giravo soprattutto da solo, mi sentivo una specie di cavaliere solitario delle praterie d'asfalto.
Un giorno sulla statale mentre tornavo dal mare di pomeriggio in costume da bagno ho preso male una buca a tutta velocità, sono caduto, facendo diversi metri strisciando col culo sull'asfalto, così mi sono ritrovato con mezza chiappa cancellata.
Ora ero un cavaliere solitario con la chiappa abrasa.
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(continua)

mercoledì 14 maggio 2014

343 - Testaquadra

C'era una volta un bambino nato con la testa quadrata, la mamma faticò a metterlo al mondo, il padre infuriato per il fatto che avesse la testa quadrata andò all'anagrafe e lo fece chiamare di nome Testaquadra, poi sparì per sempre.
Sua mamma con amore e pazienza lo crebbe, gli lasciò il nome Testaquadra perché ormai ci si era affezionata a quel nome, le ricordava l'ultimo gesto di suo marito, che ancora amava molto e sperava che un giorno tornasse.
Intanto tutti  evitavano Testaquadra per la sua testa anomala, se si avvicinavano era solo per guardarlo come una rarità e deriderlo.
Testaquadra crebbe triste e solo.
Si laureò e divenne un famoso scienziato, ma aveva voglia di compagnia.
Si iscrisse a Facebook, si cambiò nome chiamandosi Max e mise la foto con un casco da moto in testa. Cominciarono ad apprezzarlo, qualche ragazza diceva che era bello, ma avrebbe voluto vederlo senza casco, però immancabilmente quando inviava una foto senza casco sparivano. Le poche che rimanevano dicevano il solito "possiamo rimanere amici", ma quando chiedeva loro di uscire  in compagnia  tiravano fuori scuse o impegni, si vergognavano ad andare in giro con uno dalla testa quadrata.
Allora si decise a mettere una fotografia senza casco, che andassero affanculo tutti, lui era così, se volevano lo accettavano com'era.
Una regista a corto di idee lo vide e decise immediatamente di fare un film su di lui.
Quando il film uscì fu un successo insperato, strepitoso, in tutto il mondo.
Adesso Testaquadra aveva infinite ragazze che volevano far sesso con lui, col successo planetario diventò di moda la testa quadrata. I ragazzi si facevano applicare delle protesi per averla quadrata; i genitori applicavano ai figli appena nati delle forme d'acciaio per modellare la testa dei bambini in forma quadrata. I ragazzini cominciarono a prendere a pugni sull'addome chi non aveva la testa quadrata.
Saltò fuori anche il padre di Testaquadra, pretendeva dei soldi per avergli messo lui quel nome, Testaquadra volle incontrarlo e quando lo ebbe davanti con l'angolo anteriore destro della testa lo colpì violentemente fracassandogli la scatola cranica, il padre stette in coma per un paio di mesi e poi morì; fecero il processo a Testaquadra ma con i soldi si prese i migliori avvocati disponibili e venne assolto nonché il padre fu condannato a risarcirgli il danno d'immagine con una cifra enorme, che ridusse su lastrico i suoi eredi, della nuova famiglia che si era formato il padre.
Nel frattempo la regista del film trovò un ragazzo nato con la testa come un pallone da rugby, si era tatuato anche sulla fronte la marca più famosa dei palloni da rugby per passare inosservato ma lei lo notò subito e ci fece un nuovo film. Divenne di moda la testa a pallone da rugby.
Le persone si sentivano ora a disagio con la testa quadrata, così i chirurghi guadagnavano palate di soldi ovalizzando le teste quadrate.
Testaquadra tornò ad essere solo ed emarginato, fedele e coerente rimase con la testa quadrata.
Le onde delle mode vanno e vengono, ma uno coerente è come uno scoglio, rimane uguale mentre tutto si frange.

sabato 10 maggio 2014

342 - era solo un fiore

Ti ricordi quel disperato fiore giallo
che cresceva solitario tra la ghiaia del viottolo?
Volevi bene a quel fiore,
lo amavi,
ti sentivi tutt'uno con lui
ti ammaccavi le ginocchia
stando ore a guardarlo.
Ora
con il fegato sfasciato dalla vita
il giallo di quel fiore ce l'hai negli occhi
e vaghi con la mente
ripercorri tracce di vita solitaria
inadeguata
stentata
ostruita dalla gente immobile
come ghiaia.



martedì 29 aprile 2014

341 - Vivendo

Seguo la luce
attraversando le mie ombre
tasto e testo i colori della vita
illuminandomi nel fatto
proseguo e perseguo
sparpagliandomi, sperdendomi
in nuovi frammenti
rinasco.

giovedì 17 aprile 2014

339 - Danzanti

Siamo granelli di polvere
nel vento del tempo,
viviamo
finché sospesi nell'aria
danziamo spensierati,
appesantiti cadiamo.

Credo che il segreto
sia essere leggeri
senza essere vuoti.


sabato 12 aprile 2014

338 - QUANDO LE PAROLE TI AMMAZZANO

Le parole rimaste in gola
immerse nelle paure
sono pezzi del tuo corpo
si accatastano
ostruendo i nuovi pensieri
bruceranno il tuo tempo
nella vita
quando spariranno
capirai che sei sparito
con loro
assassinato
da ogni  paura
soffocato
da qualsiasi parola
rimasta dentro.

Sempre
più forte di ogni ostacolo
urla chi sei
se vuoi esistere.

venerdì 11 aprile 2014

337 - Essere nessuno

Nessun come, nessun dove, nessun perché,
mentre ognuno tira avanti
per sé
e tu per salvarti dal vuoto
aggiungi un posto al tuo fianco
aggrappandoti a una persona
illudendoti di essere il doppio
rendendoti poi conto che invece sei solo una metà
che in aggiunta è proprio la metà che non ti appartiene.

Lungo il viale che mi porta a casa
alla sera intravedo spesso persone morte
che si mescolano con i vivi,
indistinguibili.



lunedì 31 marzo 2014

336 - VINCERE

Alla mattina al mare sono seduto sul muretto che divide la pista ciclabile dalla spiaggia, sto leggendo il quotidiano con a fianco il mio cane, anche lui seduto sul muretto, si sta bene, un clima tiepido con un leggero vento e il sole di marzo scalda piacevolmente, senza esagerare, inondandomi con una sensazione di benessere.
Ma si sentono delle fastidiose urla da stadio provenienti da un lontano gruppo di ragazzi indaffarati sul spiaggia, misurano con un metro e dei pali, è  da quando sono arrivato che sono lì, stanno facendo qualcosa che li esalta, si danno il cinque come hanno visto fare in televisione, urlano per caricarsi, ho la netta sensazione che siano la classica mandria di cretini.
Continuo a leggere; mentre loro, finito il lungo lavorio, se ne vanno verso delle tende lontane tra le dune di sabbia, vistosamente orgogliosi di quanto hanno fatto.
Dopo un po' vado a fare la solita passeggiata sulla spiaggia e passando davanti a dove operavano vedo che hanno fatto una scritta gigantesca a caratteri cubitali: VINCERE.
Ha lettere tutte uguali misurate, grandi circa tre metri l'una, sembra il titolo sensazionalistico di un giornale sportivo gigante.
Hanno perso del tempo per questa scritta del cazzo che m'irrita, mi dà fastidio questa diffusa mentalità in cui si adora il vincitore e si denigra lo sconfitto, il perdente, infatti perdente è diventata la peggiore offesa, fanno come hanno visto fare dagli americani in un imperialismo culturale importato tramite la televisione e il cinema che devasta i cervelli più deboli; a ogni modo a me d'istinto i vincenti fan cagare, mi sono più simpatici i perdenti, tendo naturalmente a parteggiare per loro.
Noto un bastone grosso e robusto portato dal mare, lo prendo e incido profondamente sotto la loro scritta scrivendo in grande ma con caratteri minuscoli, la mia è una scritta sbilenca e casuale come la vita reale, guardo il risultato, mi piace, si adatta perfettamente: VINCERE una merda.
Il cane come se avesse capito piscia alla base della I di VINCERE.
Ci allontaniamo.
Al ritorno vedo da lontano che ci sono gli stronzi che l'avevano scritta, guardo in giro e c'è un gigantesco albero secco portato dal mare, controllo e trovo un ramo che va bene, facendo leva col piede lo spezzo, lo separo lasciando che termini a punta, lo picchio forte contro il tronco dell'albero, perfetto, duro come l'acciaio e leggero, provo anche la punta piantandola con forza  nel legno del tronco, apre la corteccia conficcandosi, eccellente.
Proseguo tranquillamente col nuovo bastone in mano.
Gli stronzi vedo che indicano nella mia direzione, continuo a camminare, vedendomi meglio mentre mi avvicino se ne vanno.
Arrivo alla scritta che non ci sono più, c'è solo una coppietta che stava passeggiando che si ferma un attimo a leggere e si allontana ridendo di gusto.
Con il bastone metto il punto alla fine della scritta: VINCERE una merda.
Col punto, non c'è altro da dire.
Getto il bastone nel mare, lontano, tra le onde.
Insieme all'amico cane mi allontano.


sabato 29 marzo 2014

335 - La forza

Ero debole. Debolissimamente debole, pelle e ossa, non mangiavo quasi mai, sopravvivevo nutrendomi di birre, mele e sigarette MS.
Ero il tipico metallaro con tutte le caratteristiche precipue, infatti cagavo due volte la settimana, giravo sempre con magliette macabre, faccia pallida e magra da stitico moribondo con la morte stampata sul petto. Delle volte andavo a trovare qualcuno e i suoi genitori gli dicevano che facevo impressione, di non frequentarmi, o se entravo in un negozio i bambini si ritraevano aggrappandosi impauriti alle gambe delle loro madri, o se mi sedevo su una banchina le ragazzine perbene delle panchine vicine si allontanavano.
Uno spauracchio, uno spaventapassere, un reietto, facevo schifo e paura alla gente comune; e la cosa invece di dispiacermi mi inorgogliva, mi sentivo realizzato nello essere schifato da certa gente.
Ma mi infastidiva star male fisicamente, l'eccessiva debolezza, avevo sempre il raffreddore, faticavo a fare qualsiasi attività fisica, stavo proprio male.

Poi un giorno avvenne una svolta inaspettata, stavo guidando una vecchia 131 due porte grigio scuro metallizzato che avevo comprato in autodemolizione e dall'autoradio da pochi soldi, equalizzata amplificata e illuminata con tante luci, a tutto volume distorto fuoriusciva l'hardrock di Frank Marino, nel tramonto lungo la strada vidi una ragazza davanti al bar della stazione delle corriere che aspettava l'autobus seduta sul marciapiede.
Aveva un giubbotto in pelle nero tipo chiodo, maglietta nera degli ac/dc, gonna in jeans scolorito e capelli mori unti; il rock era con lei e il suo spirito. Ero già nel bar con una birra in mano, visto che mi guardava andai vicino e iniziai con i soliti discorsi: Ciao, mi sembra di conoscerti, ci siamo già visti, di dove sei, posso accompagnarti io a casa che fai prima. ecc.
Si alzò, mi accorsi che era alta quasi quanto me e robusta, la portai a casa sua, abitava vicino al mare e facemmo subito amicizia, poi da cosa nasce cosa e la notte seguente si trombò; e poiché ci trovavamo bene si ritrombava spesso.
Andavamo ad accoppiarci con la macchina su una strada lungo una scogliera sul mare, di notte c'era spesso un vento forte, le onde si infrangevano violentemente sugli scogli e arrivavano gli spruzzi fin sulla strada. Quando finivamo ci infilavamo solo il giubbotto chiodo nero identico che avevamo e ci sedevamo nudi col chiodo sul cofano della macchina a parlare, guardando il cielo stellato e il mare spazzati dal vento.
Una notte mi disse, con un atteggiamento mortificato, che i ragazzi che frequentava non riuscivano a sollevarla prendendola in braccio, e a lei invece le sarebbe piaciuto molto essere presa in braccio, stava quasi per commuoversi dal dispiacere di pesare più della media; io preso da una botta d'orgoglio maschile le dissi che ci provavo io, e ci provai, quasi cagandomi addosso dallo sforzo ci riuscii a stento a sollevarla fino a tenerla all'altezza del mio stomaco, la rimisi giù fingendo di non sentire lo sforzo
Lei mi guardò con occhi persi d'amore, mi disse che nessuno lo aveva mai fatto e mi baciò con passione, rifacemmo lungamente l'amore all'aperto, avvinghiati nel vento.
Così presi l'abitudine che ogni volta uscivamo dall'auto la prendevo con la mano sinistra sulla nuca e l'altra mano sul culo con le dita alla bowling nei buchi per migliorare la presa e la sollevavo; iniziai in questo modo a fortificare il fisico, mi veniva più appetito, a casa mangiavo molto e mi rinforzavo sempre più, dopo poche settimane riuscivo ad alzarla sopra la testa stendendo le braccia.
Eravamo bellissimi con i corpi avvolti dal vento, gli spruzzi del mare, la notte stellata sopra di noi, una t di metallari, un magro gambo con una robusta barra trasversale, io stavo il più possibile con lei sollevata che mi diceva parole d'amore, poi quando la rimettevo giù immancabilmente rifacevamo con veemenza sesso.
Però successe che suo padre, che faceva il pescatore, una notte con i suoi colleghi mentre costeggiavano la scogliera dicevano chi sono quei due cretini là che fanno nudi sollevamento pesi, ridevano a crepapelle ma poi le risa scemarono e la riconobbero nuda con solo il giubbotto sollevata verso il cielo, i suoi colleghi risero ancor più fragorosamente e con maggior gusto continuandolo a deridere per il resto della vita, lui invece si ammutolì e quando tornò a casa al mattino la buttò a calci fuori di casa.
Andò da una sua amica a stare ma dopo pochi giorni in accordo con l'amica che fece da paciere col padre torno a casa addossando la colpa a me, che ero io che insistevo per sollevarla nuda, che ero un pazzoide.
Non ci frequentammo più, mi diede molto fastidio questo suo comportamento infame, perciò non la cercai più.
In ogni storia vissuta c'è un parte di te che se ne va con lei e un'altra parte che rimane ed è fortificata, nel mio caso succedeva anche fisicamente, quella seppur breve storia in pochi mesi mi aveva cambiato l'organismo, ora avevo una forza incredibile; piovve per diversi giorni dentro me, ma con la forza ritrovata non ci feci molto caso.




giovedì 20 marzo 2014

334 - eternamente

Dentro tragitti organizzati
andanti
traghettati trasportati
spaventati speranti
sparati
in particelle nello spazio
tra la figa della mamma e la tomba
microbi danzanti
su un granello di sabbia
siamo
dispersi nell'immenso
tra infinite galassie
accecati da noi stessi
illusi delusi
confusi ottusi
perdiamo tempo
ci perdiamo
in eterno.
Sarà per la prossima volta.





lunedì 17 marzo 2014

333 - colorando le illusioni




Uomo alla moda
mentre ti bevi i colori alla sera per colorare il tuo grigio mondo
parli a vanvera e ridi a casaccio per dimenticarti d'esistere
sperando d'essere notato
sperando d'infilarti in un buco
qualsiasi.
Non essendo alla moda sono invisibile
quando passo non mi vedete
ma in questa dimensione vedo meglio la situazione.
E vedo che siete in catene
e che le catene siete voi.
Voi che vi vestite come gli altri per essere nel gruppo
voi che parlate come gli altri per essere nel gruppo
voi che bevete come gli altri per essere nel gruppo
voi che siete come gli altri per essere nel gruppo.
Galleggianti nel vuoto.
Incatenati tra di voi.
E io vi saluto senza rimpianti
tirando la catena del cesso.





lunedì 10 marzo 2014

332 - scorrendo nell'acqua piovana

Pensando nella pioggia
muovendomi nella mente
mentre
la carne attraversa il dolore
mentre
le idee colano nelle pozzanghere
mentre
le serrande serrano ogni orizzonte
motori e lamiere veloci mi sfiorano
indifferenti, arroganti, violenti
ognuno chiuso a chiave dentro il proprio benessere
in compagnia del proprio malessere
viviamo ricordi
e ricordo quando la tua lingua era nel mare
il mare era dentro te
le giornate divenivano tatuaggi eterni
le birre erano buone
nella notte ci coricavamo
in spiaggia a prendere la luna
abbracciandoci i pensieri
ci proiettavamo in cielo
e niente e nessuno
ci sfiorava.








mercoledì 5 marzo 2014

331 - imparare sempre

Bisogna imparare sempre, ogni giorno, ma anche far entrare il vento che mescoli le carte e le riproponga in forme che sono tue.


martedì 4 marzo 2014

330 - ieri, oggi e domani

Oggi ti ho pensata, gli attimi assieme, orgasmi dispersi tra le dune di sabbia, caduti nel mare, assorbiti dal sole.
Vado a letto e qualcosa mi cade dalle palpebre mentre chiudo gli occhi per addormentarmi.
E' un album di foto scattate che cadendo si frantuma diventando polvere, spargendosi sul pavimento, finendo sotto il letto, disperdendosi nell'aria.
Un giorno qualcosa di quella polvere dispersa incontrerà qualcosa della polvere che hai perso tu mentre mi pensavi.
Nei momenti che ci siamo persi resteremo, resisteremo, sopravviveremo.
Abbiamo avuto forse un'esistenza, ma siamo esistiti solo nei forse.
I pezzi di tempo che vogliamo trattenere stringendoli nelle mani sono quelli che più ci sfuggono tra le dita.
Ci restano i domani mattina e le ineluttabili bollette da pagare.



domenica 2 marzo 2014

329 - Ehi tu

Io scrivo per me stesso
per te forse sarò un fesso, un po' lesso o un cesso
ma credimi
della tua opinione non può importarmene di meno
scrivo per ritrovarmi, per capirmi, per amarmi, per ricordarmi
scovarmi nelle pieghe del tempo e riavermi
non fingo, non sgomito, non spingo
mi scrivo
messaggi infilati nelle bottiglie che ho svuotato
li abbandono nella corrente per un giorno rileggerli
e rivedermi
ritratto in quadri di parole
con i miei pensieri
in cui sento la fatica del mio vivere
con le unghie che tentano di arrampicarsi
sul cemento
contrastato dagli sguardi usati come coltelli
per cui ti guardo negli occhi vuoti
e ci sputo dentro
la mia essenza
in lettere
che cadono nella tua assenza.
Tu non farci caso, prosegui,
hai cerchioni cromati nuovi
il tavolo riservato con la bottiglia pregiata
e la prenotazione per la crociera ai Caraibi;
divertiti, accontentati.
Io, invece, sto solo
ho solamente le mie parole
non sono per te
sono per me
per ricordarmi, sempre,
quanto mi fai schifo.