Se apprezzate e volete offrirmi una birra o una pizza, vi ringrazio immensamente:

venerdì 4 settembre 2015

476 - EQUILIBRISMI

Perdo
i passi delle ombre
sull'acqua piovana
tra l'incombenza delle nuvole
e le esistenze che cadono
nelle crepe del tempo
in cui svaniscono le stagioni.

Mentre ci reggiamo
in precari equilibri cosmici
con i disperati alibi
dei coloratissimi ultimi acquisti
e degli organi genitali preferiti
chiamati amori.

Certi rivoltosi
si ribellano
fin dove arriva
il guinzaglio
che temono di perdere.

Invece io
l'equilibrio delle illusioni
lo rifiuto
e rotolo
nella polvere
dell'infinito.















475 - SOLITARIAMENTE

Io sono solo
vivo solo
mangio da solo, cammino da solo
ma per fortuna, quando trovo compagnia
mi sento ancor più solo.




martedì 1 settembre 2015

474 - IL FALCO

C'era il Falco, in quanto predatore di femmine, un imbianchino che si atteggiava a conquistatore, trombatore, affascinante playboy.
Alla sera usciva vestito di marca, poi capitava verso le due di notte da noi ragazzini con qualche anno meno di lui, che sedevamo sulle panchine della piazza, veniva a raccontarci le sue avventure.
Erano sempre ragazze bellissime conosciute casualmente nelle più svariate discoteche, offriva loro da bere e poi proponeva di portarle a casa, affascinate da cotanta eleganza accettavano, poi si fermava lungo la strada...e ci raccontava.
Era magro, bruttino, basssotto, aveva capelli neri e curatissimi con una taglio alla Toto Cutugno, usava dopobarba e profumi che si sentivano a metri di distanza, jeans a sigaretta strettissimi e per sembrare più alto stivaletti anche d'estate, più maglie o camicie alla moda firmate, collane e braccialetti vari d'oro, e aveva un accendino zippo a benzina color oro che scoperchiava mentre parlava, interrompeva il racconto di solito nei punti cruciali più spinti, accendeva la marlboro con aria vissuta, mentre tutti aspettavano il seguito della storia, qualcuno rimaneva persino con la bocca leggermente aperta nell'attesa, lui nel silenzio più totale del pubblico richiudeva con calma lo zippo, dava qualche lunga, interminabile boccata, quella prima di riprendere il discorso ne espelleva bruscamente il fumo per il naso, con aria un po' scocciata, riprendeva la narrazione delle sue vicende erotiche.
La trama era sempre quella, prima pompino, poi in vagina un paio di venute che ci descriveva nei particolari, se la conosceva già in genere ci raccontava che glielo infilava pure dal retro per la terza venuta.
C'era l'orologio del municipio che batteva le ore, se lo interrompeva mentre stava parlando il Falco contava i rintocchi aggiungendo delle ore, se a esempio erano le quattro del mattino, lui contava i rintocchi ad alta voce dicendo  "Uno". "Due". "Tre"."Quattro". Poi emetteva un forte rutto dicendo "Cinque". Poi un altro rutto "Sei". Poi una scorreggia: "Sette". Un'altra: "Otto". Un'altra ancora "Nove".
In genere arrivava un ruttone finale: "E dieci! E vaffanculo quella faccia di merda del sindaco e il suo orologio rompicoglioni!"
Noi ridevamo, era stupefacente soprattutto come avesse sempre pronta dell'aria in eccesso da espellere dagli orifizi; però dopo un po' ci si rompeva le palle ad ascoltare le sue storie sempre simili, si finiva per chiedergli dove aveva comprato la maglietta o i jeans, a volte sbagliava a dire il nome allora si dava uno schiaffo,  diceva: "Questa è CP Company. No!" Dandosi un forte schiaffo su una guancia. "Questa è Gb Pedrini, mi sbaglio sempre."
Una notte facendo la solita scenetta di continuare i rintocchi dell'orologio con rutti e scorregge arrivò al dodici con una scorreggia dal rumore strano, una specie di plof.
"Cazzo, mi sono cagato addosso!"
Ci salutò e si allontanò andando verso casa, camminando con gambe tipo cowboy appena smontato dal cavallo.
Diversi anni dopo incontrai il Falco al bar, in un freddo e nebbioso sabato sera d'inverno.
Appena mi vide mi prese per un braccio, mi allontanò dal bancone e avvicinandosi con la bocca al mio orecchio mi disse a bassa voce: "Vieni con me, ho un appuntamento con due ragazze che ho conosciuto, sono uno schianto, una più bella dell'altra e disponibili, da perderci la testa, ma se vado da solo non combino niente, non sono tipe che fanno cose a tre, ci vuole uno che mi accompagni e si prenda l'altra, l'amica di quella con cui ho più confidenza, la più alta delle due. Vieni tu con me!"
"Se sono belle e disponibili come dici mi va bene, a me piacciono quelle alte e  sono libero da impegni stasera, vengo! Dove dobbiamo andare?"
"In riviera romagnola, dopo Rimini."
"Cazzo dopo Rimini, con quella nebbia che c'è! Spero ne valga la pena."
"Non preoccuparti, andiamo con la mia macchina, guido io che conosco bene la strada, ho la macchina nuova, così ci presentiamo meglio, tu hai quella citroen scassata e ammaccata da tossici, sembriamo evasi da una comunità di recupero se andiamo con la tua. Sono le più belle della discoteca, hanno sempre gli occhi di tutti addosso, dobbiamo presentarci bene ed è un posto di classe, sarebbe meglio che tu andassi a casa a cambiarti."
Avevo un giubbotto in tela verde militare, jeans stracciati e una berretta di lana calcata sugli occhi, istintivamente mi venne da mandarlo affanculo, lui percepì dalla sguardo e mi spiegò che era un posto di classe, buttavano fuori anche lui se si presentava con me messo così, mi disse: "Vestiti col tuo stile, anche eccentrico, ma meglio possibile." Le parole e il tono con cui me lo disse erano rispettose, mi piacquero, poi avevo pure il cervello in tiro per le superfighe che diceva, andai a casa a vestirmi meglio.
Mi misi un paio di calzoni bianchi in velluto e una camicia in panno color marrone con dei disegni tribali africani neri, tirai fuori un paio di vecchi stivaletti a punta col tacco poiché aveva detto sarei andato con quella alta, mi misurai col metro avvolgibile, con quelli ero 186 centimetri, le sarei piaciuto. Mi misi un vecchio impermeabile che avevo comprato sul mercato anni prima, sembravo Adriano Celentano dall'abbigliamento.
Per dare un tocco di classe mi legai al collo una sciarpa di seta color oro con dei disegnini blu, era di mio padre e la usava quando andava in moto, o poi in vespa, al lavoro; le tarme l'avevano bucherellata, ma piegai all'interno la parte bucata, me la legai alta sul collo e mi pettinai i capelli all'indietro, ora sembravo uno spacciatore sudamericano benestante, mi avrebbero fatto entrare.
Doveva passare a prendermi davanti a casa.
Uscii tra la nebbia che stava aumentando, mi venne in mente allora che non sapevo che macchina avesse, mi aveva detto che ha la macchina nuova senza dire che tipo di auto si era preso, non l'avevo vista, ero uscito dal bar ed ero tornato a casa con la mia. Pensai che sicuramente la sua sarà stata un'auto di lusso, visto quello che aveva detto della mia, aveva un amico con la bmw e l'altro con il mercedes, lui dal tipo che era probabilmente si era preso il bmw.
Guardavo le poche macchine che passavano e vidi un bmw nero, feci cenno che si fermasse ma tirò dritto, non era lui.
Arrivò una fiat 127 rosso mattone con un'antenna della radio gigantesca, era sicuramente qualche anziano, guardai verso la macchina successiva, ma si fermò.
Era il Falco.
"Bravo, sei vestito benissimo, dai che andiamo e le sfondiamo in tutti i buchi!"
Salii e partimmo.
Sull'autoradio aveva inserita una cassetta di Claudio Baglioni, c'era una nebbia che si vedeva appena la prima riga spezzettata di mezzeria.
 Per un po' parlai con lui, poi non ce la feci più e scoppiai in bestemmie e imprecazioni.
"Portami indietro se dobbiamo farci delle ore di macchina nella nebbia con questa musica!"
"Cambia, ho delle altre cassette."
Mise una mano dietro il sedile e mi passò un contenitore con delle musicassette, accesi la luce di cortesia, guardai: Antonello Venditti, Pooh, ancora Baglioni, una compilation dell'ultimo San Remo, Alice, Elton John, Dire Straits, Lucio Battisti, un paio di compilation dance.
Misi su i Dire Straits, da viaggio in auto vanno sempre bene.
Fu un viaggio interminabile, la nebbia si alzò un po', ma sbagliammo strada, finimmo in un paesino sconosciuto con case antiche, sembrava di essere tornati indietro nel tempo, dovemmo fare un giro lunghissimo per tornare sulla strada giusta, dopo quasi tre ore di viaggio arrivammo finalmente dove c'era la discoteca.
Era quasi l'una di notte, ma c'erano poche macchine sul piazzale.
Andammo dentro.
Io vestito da narcos e il Falco da tamarro elegante con giubbotto di pelle nero e jeans, stivaletti a punta entrambi, ci si parò di fronte un armadio di buttafuori oltre i due metri che io non gli arrivavo alle spalle; sembrava volesse buttarci fuori, invece gentilissimo ci indicò la biglietteria e il guardaroba, ci spiegò che avevamo una consumazione libera compresa nel biglietto.
Entrammo attraverso una specie di sipario.
Un ambiente triste, deludente, con luci soffuse e musica banale da discoteca.
C'era uno strano miscuglio di fighetti firmati e dall'aria arrogante cocainomane oppure dark pallidi impediti, che sembrava fossero minimo due settimane che non cagavano o avessero mezza Thailandia in vena.
Venivano verso noi due ragazze dark, una bionda bassa e una mora alta, pallide come fossero morte in via di putrefazione, gli chiesi se erano loro.
No.
In effetti aveva detto ragazze eleganti e strafighe, non potevano essere quelle due dark in fin di vita.
Andammo al bar a reggere il bancone e sorseggiare un paio di bourbon con la consumazione.
Passava qualche bella ragazza, era passata l'una e mezza, cominciava ad arrivare più gente, pensavo a loro che erano le più belle, mi aveva detto che avevano un appartamento li vicino, m'immaginavo una notte di sesso con la ragazza alta, eravamo nudi, ci baciavamo ovunque con passione, la mia lingua scorreva sul suo corpo,...
Mentre io avevo il trip erotico lui saluta due piccole culone brutte ed esaltate, neanche lo guardano, vedo che rincorre la più  bassa e la prende per il braccio, lei le dice: "Ma che cazzo vuoi?"
E lui: Ma non ti ricordi di me? Lei neanche lo bada, con fare antipatico dice che in compagnia con degli amici, parlotta con la sua amica, lei sarà 150 centimetri con i tacchi e i denti marci, la sua amica 160 cm con tacchi e viso pieno di brufoli, parlottano e se ne vanno.
Lui ritorna al bancone del bar, ci prediamo un altro giro di bourbon. Poi mi chiede se andiamo al bar davanti al piazzale che tengono aperto tutta la notte, così si prende le sigarette e possiamo bere qualcos'altro spendendo meno,
Usciamo e andiamo nel bar, prendiamo un paio di birre e le sigarette. Poi un altro giro di birre. Al terzo giro gli chiedo se si può andare noi dalle figone, se sa dove hanno l'appartamento possiamo andare a vedere se ci sono.
"Mi hanno detto che non possono venire."
"Ma quando le hai viste?"
"Prima in discoteca."
Io delusissimo:
"Potevi dirmelo, non le ho neanche viste!
Dopo un attimo mi si accese il cervello, feci uno più uno uguale le due mostriciattole stronze.
"Ma stai scherzando???? Erano quelle due antipaticissime cesse in miniatura???"
"Mi parevano meglio l'altra volta."
Mi veniva voglia di rompergli la bottiglia di birra vuota sul cranio, feci fatica a trattenermi.
"Andiamo a casa che è meglio." Dissi.
"Sì, stavolta ci è andata male, ma sarà per la prossima volta."
Si alzò, prese altre quattro birre in bottiglia e pagò per entrambi.
Tornammo a casa mestamente tra la nebbia, fumando sigarette e bevendo birra.
Non ci fu mai la prossima volta.



473 - BUK

Ieri lungo la statale ho visto Charles Bukowski.
Era identico all'originale, stesso fisico, stesso viso, stessi capelli, stessa barba, vestito come lui con una maglietta scura e una paio di calzoni sformati stava andando contromano lungo il bordo della strada statale, sotto il sole di mezzogiorno con la schiena curva, trascinandosi dietro un semivuoto minuscolo zainetto col carrellino, con dentro tutte le sue cose.
Tutto correva veloce in direzione contraria alla sua, tutto lo sfiorava, niente lo toccava, né gli enormi Tir pieni di merci, né le auto, né i camper dei vacanzieri, né qualsiasi cosa.
Immerso in un suo mondo camminava contromano, partito da non si sa dove diretto a non si sa dove, probabilmente non lo sapeva nemmeno lui.
Se fossi andato nella sua direzione forse mi sarei fermato e se fosse salito per attaccare il discorso gli avrei chiesto se legge Bukowski.
Magari mi avrebbe detto che legge Fabio Volo e non sa chi sia Bukowski.



domenica 30 agosto 2015

472 - PESCATORI DI FIUME

Sul fiume, esposti d'inverno al vento gelido da nordest, ci sono i posti barca costruiti con i relitti trasportati dalle correnti dai pescatori, non si sa con quale autorizzazione, presumo nessuna.
Sono i pescatori di fiume, i più poveri, con barche in legno malmesse, motori vecchi e sconquassati, arrivano al lavoro con automobili scampate all'autodemolizione o con motocicli ape ammaccati.
Prendono pochi pesci nelle acque inquinate e hanno redditi al limite della sussistenza.
Una volta su un'isola in mezzo al fiume si era arenato un cavallo morto, un pescatore è andato con una maschera antigas e una sega a motore, l'ha squartato tirando fuori dallo stomaco molte anguille che lo stavano mangiando; ha guadagnato ottocentomila lire a venderle, molti soldi per quei tempi; quello è stato un colpo di fortuna che ancora lo si racconta.
Alla sera andavano in un bar vicino all'argine a bere vino e giocare a carte d'inverno e d'estate a bere birra con l'anice giocando a bocce sul retro.
Poi i proprietari per allargare la clientela attirando pure i giovani hanno fatto anche pizzeria, con i tavoli a fianco del gioco a bocce.
Noi ragazzi avevamo appena conosciuto, nel paese vicino, delle ragazze  e per fare bella figura le abbiamo invitate a mangiare la pizza lì, considerando che era il locale più economico; però poco dopo che c'eravamo seduti hanno cominciato ad arrivare rumorosamente le pesanti bocce contro la rete metallica, alta circa un metro e mezzo, che separava i tavoli dal gioco a bocce.
Giocavano ubriachi sfatti.
Poco dopo una boccia tirata da uno più strafatto degli altri ha sorvolato la rete e la testa di una ragazza seduta, per schiantarsi sul tavolo dopo il nostro.
Alle nostre proteste il tiratore è venuto a scusarsi, ma mentre parlava gli scappava da pisciare, così si è tirato fuori l'uccello iniziando ad allontanarsi, pisciando per terra per finire la pisciata completamente contro le gambe del tavolo dopo il nostro, dove era finita la boccia.
Mentre finivamo di mangiare sono arrivate un paio di coppie ben vestite e distinte, si sono messe nel tavolo dopo che avevano nel frattempo sistemato. Sentivamo le donne che dicevano si sente odore da gabinetto, mentre un uomo diceva che il gabinetto è all'interno del locale, era impossibile che arrivasse fin lì l'odore.
Grazie al cazzo, gli aveva appena pisciato contro il tavolo, se tastavano le gambe del tavolo c'era ancora il piscio dell'ubriaco. Dopo aver riso per un po', uno di noi gli ha detto che un ubriaco aveva pisciato contro quel tavolo ed era era meglio passassero in un altro.
Ma poi, mentre uscivamo, abbiamo notato che uscivano anche loro.
Dopo pochi mesi chiusero e cambiò la gestione, tolse tutti i tavoli e fece ristorante con solo 4 sgabelli alti per il bar, così i pescatori alcolizzati non ci andarono più.
Era un ambiente quello dei pescatori molto violento, con risse continue.
Passando di lì ieri in bicicletta ho visto ci sono ancora, con i loro posti barca costruiti con i relitti del fiume. Ma quello che più mi ha sorpreso è aver visto uno con esposta la bandiera arcobaleno del movimento di liberazione omosessuale, in quell'ambiente ci vuole un certo coraggio a farlo.
Fatti così mi accendono speranze per un futuro migliore.

martedì 18 agosto 2015

471 - USCENDO

Siamo solitudini sparpagliate
ci sfioriamo nelle notti
ci perdiamo nei nuovi giorni,
se mi cercate non esisto
se m'incontrate non sarò io
finché sarò
dentro convenevoli e linguaggi codificati.

Uscendoci.

Rovesciandoci
in cangianti riflessi
nei bagliori della notte
specchiandoci
evanescenti lune su lame di coltelli
in pozzanghere sperse e in mari dimenticati
ci scopriamo
essendoci, ritrovandoci, concretizzandoci
per poterci riprendere
i tempi
più duri.





lunedì 17 agosto 2015

470 - INNANZITUTTO

Agosto puzza
puzza di morte
puzza di fine
percepisco la scritta game over
nell'alba di ogni nuovo giorno uguale.

Tra garruli rumori di vacanze  raccontate,
tentativi di eludere l'insopportabile quotidianità
di ogni vita cogliona,
mentre le giornate muoiono sempre prima
le speranze che illudevano sono sepolte
e guardo le facce da cazzo abbronzate
in quella schifosa melassa di obbedienza
nel riconoscersi attraverso i segni dell'adeguamento
agli ordini imposti
vacanze, abbronzature, mode, auto, moto, eccetera
esibizioni per sentirsi qualcuno
solamente tramite i consumi a cui si obbedisce
e vorrebbero un premio per essersi adeguati agli ordini
anche da me
anche solo uno sguardo di approvazione o di invidia
ma sbattono contro la parete rocciosa del mio disprezzo
che urla:
"Non vi cago!"

Non è per cattiveria o ideologia
ma è  proprio che non me ne frega una sega di certa gente
la evito
così come evito di pestare una merda di cane
magari anche dietro certi atteggiamenti c'è del buono
ma finché faranno i deficienti saranno merde umane,
innanzitutto.




venerdì 14 agosto 2015

469- FINZIONI SOVRAPPESO

Vorrei fare un appello alle amiche grassone, ciccione, obese, in carne, balene, balenottere e sovrappeso varie che ho nelle amicizie dei social network.
Fatevi vedere, non vergognatevi di voi stesse, non mettete come foto del profilo una qualche fotomodella o una foto astratta o se mettete una vostra foto è del 1898 perché è l'ultimo periodo in cui eravate ancora snelle.
Se non vi accettate voi figuratevi gli altri, inoltre sembrate delle false, complessate e cerebrolese nascondendovi così.
Una volta anni fa avevo visto in tv il caso di una grassa sposata di mezza età, aveva trovato in chat un ventenne facendogli vedere le foto di quando era magra e giovane, poi si sono dati appuntamento per incontrarsi, lei abitava in montagna così lui è andato a trovarla, ma hanno ritrovato lei che era stata scaraventata giù dall'auto in corsa lungo i tornanti e aveva sbattuto la testa contro la parete in pietre a lato della strada; l'avevano portata in ospedale e fingeva di non ricordarsi perché si trovava in macchina col tipo e perché l'ha gettata fuori dalla portiera; allora parlavano di rapimento, che l'avessero drogata e astrusità varie quando invece la ragione era lampante: gli aveva cagato il cazzo facendolo infuriare con la truffa che aveva organizzato
Ovviamente la reazione del tipo è da deprecare, ma se fingi in quel modo coinvolgendo uno sconosciuto dal lato sessuale/affettivo poi non sai la reazione che avrà quello, se trovi il tipo che non sa controllarsi rischi di fare una brutta fine.
Se una si accetta trova meglio quello che la accetta e la apprezza.
Per quanto strano possa sembrare ci sono uomini attratti dalle ciccione, molti nordafricani e quasi tutti i neri africani amano la donna grossa, ma anche tanti italiani, ne conoscevo di amici che tra una magra e una più grossa preferivano quella più formosa. Alcuni si sono sposate delle grosse.
Avevo un compagno di banco che aveva i baffi a manubrio già a 14 anni e poi ha mollato la scuola per fare il camionista, ricordo più grosso le ragazze avevano il culo e più gli piacevano.
Un altro bassino e magrolino aveva una citroen dyane come automobile, era un'auto del periodo superammortizzata, a lui arrapavano le bisontesse, ne aveva tre di amanti, una sugli 80 kg che assomigliava vagamente a Mara Venier, un'altra sul quintale abbondante tipo cantante lirica e un'altra che assomigliava al nemico di Zorro, al sergente Garcia, aveva persino i baffi e sarà stata 185 cm di altezza e oltre 150 kg di peso. Si vedeva da lontano quale delle tre aveva su in auto, secondo il grado di inclinazione del veicolo, con quella da un quintale e mezzo sembrava avesse rotto gli ammortizzatori dal lato passeggero, la macchina viaggiava inclinata con lui in alto e lei in basso, non so come facesse a non scivolare addosso a lei.
Però era contento e pure loro, tra l'altro si diceva che era piccoletto ma con un cazzo enorme e sempre in tiro, per cui anche se erano balene le arpionava al meglio.
Poi ci sono molti uomini timidi anche di bell'aspetto che vanno insieme e pure poi si sposano con quelle che prendono loro l'iniziativa, che sono più sicure di sé stesse, ne ho visti un paio di casi in cui ragazzi molto belli che sembravano fotomodelli si sono messi con delle grasse basse, una era pure antipatica insopportabile stronza.
Se una è sicura di sé e si presenta sincera ha probabilità di piacere, che poi un uomo in genere cerca essenzialmente una da trombare, da stare bene insieme e soprattutto che non gli rompa i coglioni, quindi i chili in più passano sovente in secondo piano se ci sono altre qualità.
Invece tante credono stupidamente di rendersi più attraenti legandosi il maglione alla vita per nascondere il culo oversize, magari si farebbero anche trombare col maglione legato sul culo; a esempio una volta sono andato con una che aveva un maniglione dell'amore, ma a me piaceva anche così, non mi attirano le obese ma a qualche chilo in più non ci bado, era bella di viso, abbastanza alta, non era male a parte il maniglione e neppure che fosse  eccessivo, invece si faceva dei problemi, voleva nasconderlo anche quando si trombava, così ogni volta si faceva tirare su la gonna e togliere le mutande ma quando andavi per toglierle la gonna non voleva, la prima volta cercando di essere più gentile possibile le chiesi: "Ma che cazzo hai nel cervello, se ti ho appena tolto le mutande perché la gonna no?" "Perché non mi va".  Fu la sua risposta e notai che per distrarmi si buttò a succhiarmelo con foga.
Allora non insistei, pensai che se era contenta così peggio per lei, infatti dopo se si ritornava al bar o se la portavo a casa ogni volta aveva la gonna tutta sborracchiata, lei si toglieva lo sperma finito sulla gonna con un fazzolettino di carta ma una parte era assorbita, si vedevano le macchie (a essere sincero facevo sovente apposta a venirci sopra, dicendo che quando ho un orgasmo non riesco a controllarmi e stronzate varie per controbattere le sue ipocrisie con uno scherzo, affinché la spingesse ad accettarsi).
Una volta siamo andati in pizzeria già trombati e mentre aspettavamo la pizza le dissi: "Stai bene con quelle perline ai capelli, prima mentre si trombava non le ho neanche notate, potevi fartele mettere anche dall'altro lato e metterne di più". Lei rideva pensando scherzassi, poi dopo diversi minuti capì che parlavo seriamente, si toccò e si accorse che erano gocce di sperma secco attaccate ai capelli, erano regolari e in fila alla stessa altezza così sembravano proprio perline e tra l'altro le donavano, involontariamente avevo trovato un'idea originale per migliorarle il taglio dei capelli; andò in bagno a toglierle. Però poi smettemmo di frequentarci, m'infastidiva appunto la sua falsità su tutto, non si capiva mai che cazzo voleva e cosa pensava veramente; questo atteggiamento falso rompeva i coglioni ben più del maniglione dell'amore.
Credo che ognuno abbia il suo target, se si propone sinceramente non dà spazio a fraintendimenti ed è più facile che venga apprezzato per quello che è.
Senti e vedi persone a cui piacciono tipi che non penseresti mai, la gente è strana, pertanto l'essenziale è trovare la sintonia innanzitutto con sé stessi, dopo sarà più facile trovare una sintonia anche con un partner.

giovedì 13 agosto 2015

468 - VETRINETTE

Ogni momento passato sarà più bello di uno analogo presente perché è cristallizzato, prevedibile, lo abbiamo messo nella nostra vetrinetta con sotto il centrino bianco fatto dalla nonna e ce lo rimiriamo comodamente.
Anche le persone le vorremmo così, come degli oggetti da esporre, che non ci diano pensieri ma rassicurazioni.
A ognuno attribuiamo un ruolo e delle caratteristiche che ci fanno comodo, e se esce da quel ruolo allora ha tradito la nostra fiducia, lo odiamo, gli urliamo con rabbia: Non ti riconosco più!
Ma quando mai lo abbiamo conosciuto? Abbiamo visto solo l'immagine che ci siamo fatti noi proiettando i nostri desideri, immaginandocelo come volevamo che fosse.
Se non conosciamo neppure noi stessi non diciamo stronzate pretendendo di conoscere gli altri.
Prendiamo la vita e la gente come viene e come va, senza voler trattenere niente, senza voler imporre niente, lasciandoci andare nel vento del tempo che spazza via i nostri dogmi nonché ci spezzerà se ci attaccheremo a quei dogmi.
Il tempo distrugge anche le rassicuranti vetrinette con i nostri oggetti più cari.
Se ci opponiamo ci ferma e ci cancella.
Se lo assecondiamo viaggiamo in armonia con lui.


domenica 9 agosto 2015

467 - NON SO CHE DIRE

Non so più che dire
le parole
mi suonano vuote e già dette
non mie
abusate, stuprate, ammazzate
rimangono solo nei gesti necessari
significati concreti
ma banalmente funzionali
o probabilmente
siamo noi funzionalmente banali
in fondo
dobbiamo mangiare e bere
guadagnarci i soldi per farlo
poi accoppiarci
magari prolificare
sperare nei figli e poi sparire
senza illudersi di cambiare
qualcosa o qualcuno,
ma non è il mio caso,
io mi arrampico nella vita
appendendomi alle parole
cercando di riempirne il vuoto
per riempire il mio,
in precario equilibrio sulla follia
vivo in ciò che esprimo.



mercoledì 5 agosto 2015

466 - PERSI NEL TEMPO

Tutte le parole che non ti ho detto
me le sono messe in tasca
e tastavo a ogni passo
per sentire se erano ancora con me.

Mi hanno accompagnato
tra vicoli tossici e notti solitarie.

Le stringevo quando barcollavo
per aggrapparmi alla mia parte migliore
che nessuno ha mai conosciuto.

Poi quel giorno che ti ho rivista
le ho tirate fuori per regalartele
ma erano diventate parte di me,
erano il mio sangue e le mie budella.

Tu scappasti inorridita
vedendo le interiora
del pupazzetto perfetto
che desideravi avere a disposizione.

Io ero già perso e finito
dall'inizio e senza di te
definitivamente
mi sono ritrovato
alzando la testa dagli sguardi quotidiani,
guardando il cielo che scorre
sfuggendo tra i tetti dall'assedio dei palazzi .

466 - PERSI NEL TEMPO

Tutte le parole che non ti ho detto
me le sono messe in tasca
e tastavo a ogni passo
per sentire se erano ancora con me.

Mi hanno accompagnato
tra vicoli tossici e notti solitarie.

Le stringevo quando barcollavo
per aggrapparmi alla mia parte migliore
che nessuno ha mai conosciuto.

Poi quel giorno che ti ho rivista
le ho tirate fuori per regalartele
ma erano diventate parte di me,
erano il mio sangue e le mie budella.

Tu scappasti inorridita
vedendo le interiora
del pupazzetto perfetto
che desideravi avere a disposizione.

Io ero già perso e finito
dall'inizio e senza di te
definitivamente
mi sono ritrovato
alzando la testa dagli sguardi quotidiani,
guardando il cielo che scorre
sfuggendo tra i tetti dall'assedio dei palazzi .

martedì 4 agosto 2015

465 - SCARACCHI

Ci sono periodi nelle nostre vite e sono vite essi stessi, vite autonome, a sé stanti, che incollate dal tempo alle altre vissute compongono il mosaico della nostra esistenza, creando un disegno assurdo o con qualche senso, magari il senso lo si trova solo in qualche minuscola tessera del mosaico.
Guardando a ritroso nella mia esistenza una tessera il cui senso mi sfugge è il periodo degli scaracchi.
Con gli amici avevamo circa 13 anni, vestivamo con giubbotti in pelle, jeans, stivaletti, coltello a scatto e sigarette; vivevamo gran parte delle nostre giornate sul muretto di recinzione di un fornaio, lungo la strada principale del paese, era un muretto alto circa un metro e largo mezzo metro con dei buchi in cui dovevano metterci dei pali per attaccarci poi la rete di recinzione, ma i pali non li misero mai; accanto al muretto dal lato interno c'era un rubinetto da cui bevevamo quando ci veniva sete o ci mancava la saliva per scaracchiare.
Scaracchiavamo in continuazione, soprattutto sul muretto, lo riempivamo di scaracchi dove non sedevamo in modo da impedire ad altri di sedersi accanto a noi, quelli che avrebbero voluto anche loro venire a sedersi sul muretto lo trovavano tutto sputacchiato e scataratto; era il nostro muretto e nessuno poteva sedersi lì se non era dei nostri, ogni tanto rinnovavamo gli scaracchi sul muretto quando si seccavano.
Lo scaracchio non è un normale sputo, per essere degno di questo nome deve contenere catarro o perlomeno tentare di contenerlo, c'è l'aspirazione rumorosa del muco bronchiale, il mix in bocca con espressione facciale un po' nauseata e l'espulsione il più lontano possibile; così sputa un vero maschio e così facevamo noi.
Ci faceva sentire adulti essere pieni di catarro, quando le nostre mamme ci sentivano tossire dicevano: "Sei pieno di catarro come un vecchio, lo so che fumi di nascosto, visto cosa succede a fumare da giovani!". Ma a noi quelle parole facevano l'effetto opposto delle loro intenzioni, ci incitavano a continuare, ci lusingavano, di quella condizione ne eravamo contenti e orgogliosi.
Oltre a scaracchiare praticavamo altri sport.
Facevamo tiro al bersaglio lanciando i coltelli a scatto contro qualche balcone di legno delle case al piano terra, ma ogni tanto saltava fuori il proprietario a lamentarsi o addirittura ci voleva denunciare
Facevamo salto in basso andando nelle case in costruzione e gettandoci giù, vinceva chi si gettava da più in alto, poi abbiamo smesso per distorsioni e lesioni varie; per esempio io una volta mi sono buttato con gli stivaletti col tacco giù dal primo piano, non era alto, di solito mi buttavo dal secondo piano se c'era la sabbia sotto, ma quella volta sotto c'era una strada sassosa in discesa, dalla botta mi si sono piegate le gambe, così il ginocchio mi è sbattuto sulla faccia, rompendomi le labbra; inoltre anche lì i proprietari o gli impresari edili venivano a scacciarci, dicevano che se ci ammazzavamo andavano loro nei guai.
Allora ci inventammo un nuovo sport, che chiamammo: zona scaracchi.
Andavamo a casa di uno di noi che abitava vicino al fornaio e nel cortile sotto a un albero di fico con dei barattoli di latta vuoti creavamo un breve percorso di gimkana pieno di curve, poi in corrispondenza delle curve più brusche riempivamo la zona di scaracchi, per dei minuti tutti sputavamo in continuazione in quei punti specifici.
Finito di sputacchiare la zona si prendeva una carriola grande da muratore di suo padre del mio amico e si tiravano i numeri con le dita, facendo la conta: il primo sorteggiato era il concorrente e il secondo sorteggiato il conduttore della carriola.
Lo sport consisteva che il concorrente si sedeva nella carriola dando le spalle alla ruota e il conduttore doveva andare velocemente nelle curve per farlo cadere di schiena nella zona scaracchi altrimenti perdeva e il prossimo concorrente era lui.
C'era Taddeo che era il più grande e grosso ma il meno agile, perciò perdeva sempre, toccava sempre a lui e tornava a casa tutto sporco, con la schiena del giubbotto in pelle piena di scaracchi; un giorno si stancò e si arrabbio, minacciando di non venire più con noi, allora smettemmo.
Per cambiare gioco ci mettemmo a giocare a carte in casa sempre di quell'amico, chi perdeva si prendeva un pugno a tutta forza su una mano da tutti gli altri, aveva una vecchia tavola in legno e si sentiva un rumore infernale dei pugni sul tavolo ogni volta che uno perdeva; però anche in quel caso perdeva quasi sempre Taddeo e un giorno si arrabbiò, ma anche noi avevamo tutte le mani doloranti per cui gli demmo ragione e cambiammo, ora chi perdeva beveva un bicchiere d'acqua con la pastiglia effervescente, era acqua che faceva suo padre per risparmiare i soldi della minerale, riempiva un bottiglione da vino vuoto con l'acqua dal rubinetto e ci metteva una pastiglia apposita che la faceva diventare effervescente, però aveva un gusto schifoso, da medicinale.
Finì che il solito Taddeo a forza di bicchieri d'acqua schifosa vomitò sulla tavola e sul pavimento.
Lasciammo i bicchieri d'acqua e ci mettemmo a giocare a carte con in palio i soldi, ma perdeva sempre Taddeo, che si arrabbiò definitivamente dicendo che ci mettevamo d'accordo per imbrogliarlo, così abbandonò la banda.
Crescendo divenne di destra, evidentemente si è sfogata così la rabbia repressa che aveva accumulato.


mercoledì 29 luglio 2015

464 - SCUOLA E PISTOLA

Quando andavo a scuola avevo passato i 18 anni, mi ero tenuto la barba, avevo due orecchini dorati fatti a forma di stella sull'orecchio sinistro, mi pettinavo i capelli all'indietro, indossavo un vecchio cappotto lungo blu che era di mio padre e con una piccola cartella nera mi recavo a scuola a bordo di una vetusta fiat 500 gialla di 15 anni e con svariati chilometri sul groppone.
Era inverno e ci avevano trasferito in una sede distaccata, notai che quelli delle prime classi vedendomi arrivare in macchina e conciato così quando passavo si intimorivano, mi dicevano buongiorno, evidentemente pensavano fossi un insegnante, dissi loro: "Andate in classe ad aspettare l'arrivo del vostro insegnante, non sostate nei corridoi".
Loro ci andarono, dopo un paio di volte quando mi videro arrivare sapendo che li mandavo dentro andarono già autonomamente tutti in classe, allora mi affacciai sulla porta dell'aula e urlai: "Spalancate le finestre, arieggiate i locali prima di soggiornarvi".
Mi uscì così casualmente la frase, l'avevo letta su un qualche barattolo di spray insetticida.
Loro si lamentarono che c'era freddo ad aprire, dissi di mettersi i giubbotti, aprire dieci minuti e poi chiudere prima che arrivasse l'insegnante, così trovava l'aula con l'aria rinnovata che cominciava a scaldarsi, mi ascoltarono, in pieno inverno col ghiaccio si rimisero i giubbotti e spalancarono le finestre, glielo dissi anche all'altra aula di prima accanto e pure loro fecero come gli altri.
Il giorno successivo li vidi in classe con le finestre chiuse, allora mi affacciai sulla porta a dire di aprire le finestre, mi guardarono risentiti, dicendomi che l'insegnante si era arrabbiato e voleva dare una nota a tutta la classe per aver spalancato le finestre col freddo, e anche nella prima accanto la loro insegnante di italiano aveva dato per punizione un sacco di roba da studiare, perché anche lei si era arrabbiata per il freddo.
Commentai: "Che insegnanti smidollati".
Una mi chiese che materia insegnavo, gli dissi: "Ma ti sembra che io sia un insegnante?"
"Sì, credevo che lei fosse un insegnante".
"Non credere mai perché ti sbaglierai sempre, io apprendo e basta, sono qui per quel motivo e non insegno niente a nessuno".
Mi guardò perplessa.
Era un sabato, al pomeriggio mi ruppi le palle di andare in giro vestito così, mi lasciai i capelli sulle spalle, mi tagliai la barba e mi misi un giaccone scamosciato da navajo con le frange che avevo trovato per poche lire. Ora sembravo un nativo americano.
Passando davanti a un negozio di giocattoli vidi che c'era una svendita totale, c'erano pistole e stelle da ranger, mi comprai una pistola in metallo e anche una stella di latta da ranger; la stella me l'appuntai sul giaccone  e la pistola la misi in una grande tasca interna.
La pistola mi divertiva perché sembrava vera, ma il motivo recondito era di usarla per il pesante calcio in caso di lite, poiché c'era un grassone più grande e grosso di me, mezzo fascista e mezzo idiota, con cui scaturivano spesso scintille perciò volevo essere certo di abbatterlo con ogni mezzo in caso di lite, anche a costo di sfondargli la faccia col calcio della pistola, quindi mi faceva comodo, e in quel periodo la tenni sempre con me, a portata di mano.
Arrivai a scuola il lunedì successivo messo così, quando mi videro passare per il corridoio i ragazzini mi guardarono stupiti, sembravo uscito da un film western, in aggiunta col tocco demenziale dell'essere vestito da indiano con la stella da ranger.
Vidi che alcuni andarono verso la bidella a chiedere lumi sullo strano individuo, notai mentre mi allontanavo che lei spiegava accalorandosi, prevedibilmente visto che le stavo sullo stomaco per vari atti sconsiderati di vandalismo che avevo compiuto in passato.
Il giorno successivo quando passai di lì uno che sembrava il bulletto capobranco galletto del pollaio mi disse : "Non romperci più i coglioni, lo sappiamo che sei il matto che fa la quarta e si veste come se fosse carnevale tutto l'anno".
Mi voltai di scatto, tirai fuori la pistola in un lampo, gliela puntai bruscamente sotto la gola, premendo la canna d'acciaio contro la pelle e dicendo con voce roca:
"Entro la prossima luna io avrò il tuo scalpo".
Ci fu un silenzio generale, credevano fosse vera.
La puntai verso il soffitto, tirai il grilletto, fece click, feci un sorriso.
Scoppiarono tutti a ridere, anche il galletto che disse:
"Ma sei proprio completamente pazzo."
"Si sono un pazzo, ma lo so e lo faccio per divertirmi, invece voi che ve ne siete accorti dopo giorni e credevate fossi un insegnante siete dei ritardati mentali".
Smisero di ridere, tutti.
Rimisi la pistola nella tasca interna del giaccone e andai verso la mia aula, con la consapevolezza che ormai ero come un treno spento quando va avanti per inerzia su un binario morto.
Quelle sarebbero state le ultime settimane di scuola.




venerdì 24 luglio 2015

463 - NOTTATE MISANTROPE

Sono pieno di sonno, vado a letto che c'è ancora luce.
Poi mi sveglierò in piena notte e andrò al bar a bere un caffè, ma il bar sarà già chiuso, però a me fregherà una sega poiché il caffè non mi piace; quindi tornerò a casa e mi farò un tè verde guardando la tv e ridendo con le pubblicità delle telefonate erotiche.
Quando l'effetto comico sarà scemato cercherò un qualche vecchio film o spegnerò e leggerò qualcosa ascoltando rock dalla radio o da qualche disco.
Alle prime luci dell'alba uscirò mentre il cane, il gatto e la tartaruga mi verranno incontro per farmi festa, darò loro da mangiare e annaffierò a lungo le piante attorno a casa.
In quel momento di solito sto bene, con l'aria fresca del mattino e nessuno all'orizzonte.
Poi mi collegherò a internet, e a chi mi chiederà dove sono stato per fare bella figura dirò sono stato a mignotte tutta la notte.
Mentre quando ci vado veramente dico che sono stato a casa, spesso non mi capisco bene nemmeno io, penso sia perché odio essere prevedibile o anche ancora di più odio chi vuole sapere i miei interessi e non si fa un pacchetto di cazzi suoi.

462 - LA TV DEI REGAZZI

Mio nonno raccontava che c'era una volta una vecchia osteria in cui non c'era il bagno, si usciva per fare i bisogni tra l'erba.
In una notte molto piovosa un ubriaco per non uscire dall'osteria e bagnarsi andò a nascondersi nello stanzino dove l'oste teneva il vino e ci cagò.
L'oste se ne accorse quasi subito, allora prese il cappello dalla testa dell'ubriaco, andò a raccogliere la merda con l'interno del cappello, tornò dall'ubriaco, glielo rimise in testa calcandoglielo fin sulla fronte, poi lo spinse sulla porta e prendendolo a calci in culo lo butto fuori, sotto la pioggia scrosciante che faceva colare la merda dal cappello.
Ci raccontava storie così quando eravamo bambini mio nonno; noi bambini seduti sul muretto di recinzione sotto un enorme salice piangente, come ad assistere a uno spettacolo lo ascoltavamo e ridevamo come pazzi, mentre lui in piedi di fronte a noi con l'immancabile sigaretta tra le dita giallastre fumava, raccontava, imprecava, scatarrava, sputava e bestemmiava.
Guardavamo poco la televisione, a quei tempi c'erano solo due canali Rai, perciò era mio nonno che faceva la tv dei ragazzi, era lui la nostra Cristina d'Avena.

461 - Vianello e Tiozza

Avevo trovato morto Vianello, il mio pesce rosso preferito.
La sera avevo guardato ed era bello svelto, alla mattina invece ho trovato un defunto.
Probabilmente la causa è che gli avevo dato del mangime con dei grumi, non è stato mangiato tutto, i grumi sono scesi sul fondo e col caldo hanno fatto un inquinamento superiore alla norma che gli è stato fatale. L'acqua inquinata è nella maggioranza dei casi la causa di morte dei pesci allevati, quando si vede che mangiano poco e stanno sempre in superficie a boccheggiare, o peggio hanno delle chiazze rosso sangue sulla fronte, bisogna immediatamente metterli in acqua pulita, per salvarli; ma con lui mi sono fregato perché è successo durante le notte.
Mi dispiaceva perché mi salutava al mattino agitandosi nella vaschetta che voleva mangiare, se sistemavo la vaschetta si lasciava accarezzare, si accorgeva di me anche se passavo in lontananza.
C'era un altro pesce che era da 5 anni con lui, si chiamava Tiozza, era femmina, sua moglie.
Dopo la morte del marito Vianello stava senza mangiare, ferma in un angolo, appariva triste; invece quando c'era il marito lo seguiva sempre, mangiava, stava bene.
Allora ho pensato che stesse meglio in compagnia e sono andato a comprarne un paio di pesci piccoli. Li ho messi con lei ma non è cambiato il suo atteggiamento, mangiava ancora poco, e a distanza di dieci giorni da Vianello ho trovato morta anche sua moglie Tiozza, deve essere stato il dispiacere.
Io non sopportavo tenere dei pesci rossi, me li hanno regalati e volevo buttarli nel canale, ma mi hanno detto che muoiono subito essendo pesci d'allevamento, allora ho chiesto se qualcuno li voleva, li regalavo, ma nessuno li ha voluti, per cui mi è toccato tenerli.
Qualsiasi animale in cattività mi fa tristezza, pure un pesce.
Vedo tanti animalisti e vegetariani che invece se ne fregano invece dei pesci, magari si mangiano pure l'aragosta che viene bollita viva tra atroci sofferenze.
Andavo a pescare da ragazzino, ma poi già a infilare il verme mi pareva una crudeltà, pensavo che tu sei lì e ti fai tranquillo la tua vita da verme, arriva un gigante, ti prende e ti infila un gancio che trapassa il corpo, poi ti butta in acqua mentre ti agiti dal dolore.
Arriva il pesce che anche lui è lì che si fa i suoi interessi senza infastidire nessuno, ha fame, si mangia il verme che finisce di soffrire ma cominciano i guai per il pesce, si ritrova con la bocca trapassata da un gancio d'acciaio, viene sollevato in un ambiente estraneo e gettato nel contenitore dei pesci pescati ad agonizzare.
Ho smesso di pescare.
Magari a sfondare di pugni e calci uno che mi dà fastidio ci metto un attimo, ad aprirlo con una coltellata se mi minaccia ci metto un centesimo di secondo, ma mi dispiace infilzare un verme. Sapete il perché?
Perché il verme non mi ha rotto il cazzo.
Se uno non mi dà fastidio non gli farei mai del male, anche se è uno scarabeo stercorario, un verme o un religioso, basta solo che non mi diano fastidio.

giovedì 23 luglio 2015

460 - REGOLE

Mediamente
un vecchio è una merda secca
un grassone è un sacco d'immondizia
una ragazza madre è un paio di mutande sporche
un disoccupato è una scatarrata
un profugo clandestino è una scorreggia
per la persona media.

Mentre
tutti quelli dentro le regole di mercato sono
da riverire e rispettare
e ci si deve unire a loro
per creare un'uguaglianza
e chiudere fuori i diversi.

Per quello io odio i gruppi
anche quelli che si pensano alternativi
sono basati sull'omologazione a regole.

Amo solo i cani sciolti
indipendenti, imprevedibili
che quando meno se lo aspetta
azzannano alla gola
la persona media
con le sue merdose regole.


459 - i rifiuti della società

"Una merda di maiale in un secchio vale più di un vecchio".
Lo hanno detto ieri sera al telegiornale principale
durante l'approfondimento sull'economia.
Ma un esperto ci ha spiegato che è una regola che vale
solamente quando il vecchio è povero,
se è ricco diventa interessante e affascinante
ed è giusto così
perché i poveri fanno cagare il prossimo
già da giovani
figuriamoci da vecchi.
Grazie a Dio
e a chi ci frega a nome suo
siamo in una meravigliosa società
che farà
tutti belli, sani, giovani e vincenti
con tanti soldi per pochi
con tante promesse per tutti,
e soprattutto senza alcun dissenso.
L'unico problema sarà lo smaltimento dei rifiuti,
anziani compresi (solo se indigenti).

mercoledì 15 luglio 2015

458 - LE FERIE NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO

Tristi estati filoamericane
di uomini di latta
in fila per partire
verso avventurosi viaggi negli autogrill.

Patetici fermacarte umani
si sentono liberi
si atteggiano a rivoltosi
si devono divertire
obbligatoriamente
durante le brevi vacanze organizzate
ore d'aria
con cibi naturali biologici
avvolti con plastica tossica
con cibi radioattivi corrosivi
confezionati ecologicamente
evidentemente
qualcuno si diverte molto
a prendere per il culo
gli schiavi agonizzanti
mentre applaudono entusiasti
implorando un qualsiasi bis
che consenta di illudersi
ancora un altro po'
di non essere quel che si è.

Le parole pietre tombali
con le constatazioni rassegnate
del tanto funzionano così le cose
sono esilaranti
per chi si gode lo spettacolo
e i profitti
delle vite agonizzanti.

Buone vacanze.

Per fortuna non ci sono mai quando vi divertite.