Se apprezzate e volete offrirmi una birra o una pizza, vi ringrazio immensamente:

sabato 20 dicembre 2014

404 - VINCENTI

I vincenti
hanno
come premio un sacco di pelle,
pieno di ossa e carne
che per comodità chiameremo corpo,
viene loro concesso di usarlo
per poche ore la settimana,
chiamate ore di svago,
tutto il resto del tempo
il loro corpo è riservato
in esclusiva alla società
che ha permesso loro di essere
vincenti.
E chi protesta diventerà un perdente.

Woman in the Sun - Edward Hopper

403 - DISIMPARATE

Non comprate libri,
non leggete giornali,
non informatevi,
non imparate niente di nuovo,
così il benessere vi pervaderà,
sarete contenti
se vedrete la foto di un gattino carino su Facebook,
riderete a crepapelle
con i programmi televisivi più stupidi,
e felici ed entusiasti
se vi permetteranno una volta alla settimana
di avere degli spiccioli per comprarvi una pizza da asporto
ringrazierete i vostri carnefici.
Fate così,
restate sempre
buoni e zitti
senza protestare né pensare.
Vivrete bene,
da poveri stronzi ma bene.



giovedì 18 dicembre 2014

402 - in ogni oggi

Bombardamenti devastanti
percepiti mediaticamente
silenziosi e sexy
mentre le pietre certezze
si frantumano
tra le mani
rimane
solo il vuoto esistenziale
e così attraverso
la nostra bufera
di tempi vuotamente gioiosi
cercando almeno un motivo
per questa obbligatoria
nevrastenica generica allegria
insensata
che ci fa sempre avanzare
indifferenti
oltre ogni baratro
pensando solamente al nuovo
entusiasmante, sorprendente, appagante
mesto nuovo acquisto
da gettare quasi subito
tra i rifiuti
col nostro tempo
perso.


401 - l'amo

Amo l'amore
anche fosse solo amore per un amo
o in generale,
ma soprattutto
amo te qui con me,
amo tenerti tra le braccia
penetrarci parlarci
riderci raccontarci
significarci
viverci.
Però poi non sopporto
le parole inutili
esibizioni
in poesie sull'amore
ripetutamente insignificanti,
compresa l'ennesima:
questa.


martedì 16 dicembre 2014

400 - ADORO

Adoro l'ignoranza
quando
non è sovrascritta da mezzi di comunicazione
l'ignoranza pura
semplice
elimina la civiltà
senza i suoi marchi di appartenenza
c'è l'estasi dagli occhi
guardando un mondo
sempre nuovo
in assenza di filtri mentali
puramente, liberamente:
adoro l'essere bestiali.



sabato 13 dicembre 2014

399 - il negozio di mio nonno

Mio nonno aveva un negozio in cui non andava quasi nessuno, attendeva di avere gli anni per maturare la pensione perciò teneva aperto anche con un cliente alla settimana, quando andava bene.
Con un desolato neon che illuminava nel negozio semivuoto delle ciabatte fuori moda da decenni, dei vestiti da mondina anni 50 e dei cappelli con cui non vedevi girare più nessuno da anni, e se te ne provavi qualcuno per ridere a volte ci trovavi dentro un topo morto, probabilmente dal freddo e dalla fame; infatti d'inverno non accendeva neanche il riscaldamento e si metteva una busta di nylon in testa per stare caldo, faceva un freddo tremendo in quel negozio, c'erano 2 o 3 gradi in genere.
Aveva però una dieta antigelo, che seguiva anche d'estate; beveva un bicchierino di liquore all'uovo al mattino per colazione con qualche biscotto, poi a mezza mattina beveva un cognac perché diceva fa bene al cuore, poi a pranzo vino rosso in abbondanza con alla fine un caffè corretto con grappa e poi un amaro per digerire meglio, al pomeriggio una o due birre in lattina che dissetano, a cena ancora vino, poi andava all'osteria a bere il resto.
In negozio giocava continuamente alle parole crociate per ingannare il tempo, ma le faceva a modo suo.
C'era la definizione: Capoluogo della regione Lombardia.
Lui scrisse: Lupppo.
E io chiesi: - Ma perché hai scritto Lupppo con 3 p?
Lui: - Perché con una p non ci sta.
- Ma andava scritto Milano, non vedi che ci sta giusto.
Lui: - Avevo voglia di scrivere Lupo lì.
Oppure un'altra volta c'era la definizione: E' stata amante di Ulisse.
e lui scrisse Sarag.
Gli chiesi che significava Sarag.
Mi disse: - Saragat.
Io: - Ma era il Presidente della Repubblica, invece era Circe che è stata l'amante di Ulisse, guarda che ci sta, ci entra giusto il suo nome.
Lui: - Ma lo sarà stato anche Saragat e ci sta il nome, basta non scrivere le ultime lettere.
Io -Che poi adesso c'è Leone che è Presidente, e ci stava nelle caselle.
Lui: - Vero. Leone ci sta.
Corresse scrivendo Leone.
Era un naif-dadaista.


domenica 7 dicembre 2014

398 - TRASFORMAZIONI

Ero vivace,
sempre attivo e combattivo
vestivo  eccentrico
avevo idee fuori dagli schemi
ero  fuori da ogni catalogo
e spaventavo
dei ragazzini scappavano vicino alle loro mamme
dei reazionari hanno tentato di ammazzarmi
delle forze dell'ordine mi pedinavano e denunciavano,
ma gli amici mi stimavano.

Però nel passare degli anni
andando controcorrente
mi sono ritrovato solo
qualcosa si è spento
lentamente
mi sono chiuso
depresso
dentro di me
e col tempo ho assunto altre sembianze,
quelle di un timido impiegato parastatale,
di quelli sepolti in qualche ufficio inutile,
che trascorrono giorni, mesi, anni tutti uguali,
nascosti alla vita
fregandosene della vita
fregati dalla vita
attendendo di predare una pensione
tra infiniti caffè alla macchinetta,
infinite chiacchiere sul calcio
e infinite seghe sui siti porno
durante l'orario di lavoro.

Il problema più grave
è che nemmeno lavoro
e niente pensione,
sembro uno di loro senza esserlo,
un cesso completo sarei
se non che per fortuna
scrivo
qualcosa andando a capo spesso,
lo spaccio per poesia sul web
e mi considero un artista.

Il suicidio aspetta
o c'è già stato
o più probabilmente non si esiste
mai abbastanza.



sabato 6 dicembre 2014

397 - poesie per tutti

La poesia è infiniti generi e sfumature, come le musica, la pittura, e ogni forma d'arte; ognuno se ha una sua poesia la deve esprimere, poi qualcuno, fosse anche solo lui stesso, può trovarci qualcosa dentro che gli dà più di altre famose, celebrate e ben scritte; ed è anche per questo che trovo assurdi i concorsi di poesia con vincitori e vinti, non è una corsa a chi arriva prima, ma sono parole che entrano nella mente e con cui puoi essere in sintonia o meno, sono gusti soggettivi, perciò non saranno mai oggettivi.

giovedì 4 dicembre 2014

396 - Il commerciante di stoffe (racconto breve)

C'era in paese un commerciante di stoffe, alto, longilineo, aveva i capelli brizzolati pettinati all'indietro con la brillantina e il baffo brizzolato, sempre vestito elegante, con completi grigi a quadri in tessuto Principe di Galles, camicia di solito bianca e con la cravatta a disegnini sul giallo o sul rosso, d'inverno aveva vestiti simili ma in stoffa più pesante e tra la camicia e la giacca spuntava un maglione con collo a V abbinato al colore della cravatta, se era gialla il maglione era giallo, se era rossa era rosso.
Il suo era un ampio negozio, con le pareti interamente occupate da alte scaffalature in legno rossiccio che sembrava il legno di un veliero, erano scaffalature piene di variopinte stoffe, il bancone in legno identico alle scaffalature era di fronte all'entrata davanti alla zona dove c'era una serie infinita di cassettini in legno, col pomello color ottone e con attaccata ad ognuno una piccola etichetta in cartoncino con delle lettere e dei numeri incomprensibili, che solo lui capiva.
Delle volte passavo per prendere qualcosa per mia nonna o mia mamma, magari 4 bottoni uguali a quello che mi davano da mostrare, o del filo che avevano finito di una certa tonalità, di cui avevo un pezzetto.
Lui inforcava gli occhiali per vedere da vicino, prendeva con fare sapiente il pezzetto di filo, lo osservava con cura, come un chirurgo analizza la parte dove deve operare, poi si voltava e apriva un cassettino a colpo sicuro, tirava fuori le spagnolette dello stesso colore e tonalità, e tra quelle tonalità che a me sembravano tutte uguali lui ne sceglieva una che lui sapeva che era solo lei quella giusta, ecco che ti porgeva una spagnoletta di filo identico, non cambiava di una minima sfumatura, potevi farlo analizzare anche dalla Nasa ed era un filo identico a quello che avevi fatto vedere, solo quello era veramente il tuo colore e solo lui sapeva tirarlo fuori dall'interno di quella specie di negozio-veliero, quei magici cassettini in legno rossiccio sembrava contenessero tutti i colori dell'universo, e lui era l'esperto capitano che navigava tra i colori di ogni arcobaleno possibile in tutte le galassie per porgerti qualsiasi colore desideravi.
Il denaro non lo toccava, non lo riguardava, si doveva andare alla fine del bancone in cui c'era uno stretto e alto registratore di cassa in metallo nero, dietro c'era nascosta una donna piccola e magra, sempre silenziosa che neanche ti accorgevi ci fosse, era sua moglie, lui le diceva "Batti 200" e lei batteva sulla tastiera del registratore di cassa, dei numeri bianchi in cima al registratore indicavano 200, "200 lire" diceva lei, le davi la moneta da 200 e lei diceva "Grazie e arrivederci" porgendoti uno scontrino con su scritto "200 lire. Grazie e arrivederci", non l'ho mai sentita dire altre parole che non fossero quelle poi ripetute sullo scontrino, sembrava sotto effetto di stupefacenti con lo sguardo dilatato nell'ammirare quel suo marito che pareva la sola ragione di vita che aveva, si annullava nell'ammirazione del marito, penso che il registratore di cassa fosse una scusa non essendo ancora obbligatorio non ce l'aveva quasi nessuno, serviva solo per la contabilità interna, ma essendo solo loro due, non essendo un negozio con decine di commessi, pareva solo una scusa per stare vicina al marito anche durante il giorno, potendo così guardarlo continuamente, ammirata e ammutolita.
Nel mentre uscivi lui ti salutava con un "Arrivederci" accompagnato da un discreto sorriso e da un piccolo svelto gesto della mano, che sfiorava la fronte e si dirigeva verso la tua direzione, come a simulare che si toglieva un cappello che non aveva in tuo onore mentre uscivi dal negozio.
Anche quando entravo, nonostante fossi un ragazzino spesso spettinato, vestito male e di frequente ero accompagnato da un paio di amici teppisti che già fumavano, rubavano motorini e giravano col coltello in tasca, lui ugualmente quando entravamo ci salutava con un cordiale "Buongiorno, in che modo posso soddisfarvi?" Finché percepì di risposta un sussurrato troppo forte "Puoi ciucciarci il cazzo" da un mio amico, così gli fece modificare la frase di saluto limitandola a un secco "Buongiorno", e spariva anche la cordialità quando ci vedeva.
Pochi anni dopo suo figlio si mise a spendere per fare la bella vita, macchine sempre nuove, giocava d'azzardo, sniffava e faceva debiti in giro, lui iniziò a pagare i debiti che faceva il figlio, nel frattempo la gente aveva iniziato ad andare meno dai sarti e si compravano vestiti già confezionati, gli affari calavano, finché non fallì, e il figlio visto che i soldi erano finiti se ne andò all'estero.
La moglie ammiratrice si ammalò e lui per guadagnare qualcosa si mise a vendere i bottoni e il filo da cucire davanti all'ingresso della palazzina dove abitava, con un tavolino minuscolo da picnic, sembrava da lontano un bambino che si era messo a vendere i giornalini di fumetti, ma avvicinandoti notavi che era un bambino ultrasessantenne col vestito e la cravatta, con sul tavolino qualche bottone, delle multicolori spagnolette di filo e alcune scatoline d'aghi; d'inverno col freddo si metteva dentro nell'androne interno, sotto le scale, per cui se andavi a trovare qualcuno nella palazzina quando iniziavi a far le scale per salire sentivi: "Mi scusi, mi scusi". Guardavi da dove proveniva la voce e vedevi la sua testa ormai canuta sporsi da sotto le scale, tra i manubri e le selle delle biciclette degli inquilini, "Buongiorno, mi scusi se la disturbo, se ha bisogno di materiale per cucire ho dei prezzi vantaggiosi"
Rispondevo: "No, grazie, non mi serve", qualche volta scendendo dicevo che mi sono ricordato che mi serve una spagnoletta di filo bianco o blu e la portavo a casa a mia mamma, anche se ne aveva già, era tanto per lasciargli qualcosa.
Dopo un po' morì la moglie, cominciò a farsi vedere vestito male con una faccia depressa, sembrava un senzatetto della stazione, era lei l'artefice della sua eleganza e quella che gli dava l'energia per combattere anche nei momenti più difficili.
Alcuni mesi dopo notai che quando scendevi dalle scale non si ricordava più di averti già visto, ripeteva da capo quanto ti aveva detto prima; da lì a poco non lo vidi più, mi dissero che gli avevano diagnosticato la demenza senile e lo avevano portato nell'ospizio dei poveri, quello dove l'odore di piscio si sente già dalla strada.
Ora al posto del suo negozio c'è una gelateria con gli interni blu e dei banali disegni di personaggi dei cartoon sui muri, per rallegrare i bambini teledipendenti; prevalgono i prodotti industriali preconfezionati e pervade il desiderio di essere uguali agli altri, anche quando ci si veste; perciò credo che fosse più importante di quel che si crede quel qualcosa che abbiamo perso, tra i sottoscala e gli ospizi dimenticati, mentre ogni veliero dell'immaginazione è svanito per sempre, immerso tra gli infiniti colori possibili nell'universo.



giovedì 27 novembre 2014

395 - cercandosi

Ti cercavo.

Nel blu,
tra i bordi delle nuvole.

Nell'infrangersi della pioggia,
tra i vetri rotti delle case abbandonate.

Nelle stanze dimenticate,
tra i corpi nudi senza nessuno.

Nelle foglie staccate dal vento,
tra i passi verso l'ignoto.

Negli sguardi nel vuoto,
tra le persone assenti nelle strade.

Negli ultimi perché,
tra i pensieri calpestati dagli avvenimenti.

Ho cercato un noi
tra soli io
svolazzanti nel tempo
perduto.



sabato 22 novembre 2014

394 - punti fermi sul nulla

Se danzi per gli specchi
le tue risate
saranno schianti nel vuoto.

Se segui le scie delle marmitte
potrai ritrovare il tuo vero volto
nel cassonetto della raccolta indifferenziata.

Se vuoi certezze
scrivi i tuoi dati su un cartellino
appendilo al petto e controllalo
ogni volta che ti cercherai.

venerdì 21 novembre 2014

393 - AUTORITA'

L'autorità è un simpatico orsetto
e cura i bambini buoni,
mentre quelli cattivi
saranno trucidati senza pietà
negli angoli oscuri
delle telecamere di sorveglianza.
Dentro le irradiazioni dei monitor
carne umana si autocontrolla
eliminando chi non è uguale e in regola
con i regolamenti comportamentali.
Va sbeffeggiata ed eliminata
qualsiasi forma di differenza
per avere i buoni punto
e ottenere i premi promessi
dal catalogo illustrato.

mercoledì 19 novembre 2014

392 - L'ascia o raddoppia (racconto d'amore)

Dormiva.
Avevano appena litigato, le aveva detto che domani mattina se ne sarebbe andato via per sempre e adesso dormiva beato; mentre lei aveva le budella che si contorcevano dal dispiacere, le mancava l'aria, le girava la testa, le pareva di svenire...e lui se la dormiva.
Si allontanò da quella visione che la faceva stare ancora più male, scese in garage
Si sentiva sola come mai in vita sua, si rendeva conto che era solo un oggetto di carne da usare e gettare, nessuno le aveva mai dato del vero amore, le rapivano il cuore per quell'attimo che consentiva loro di usarla sessualmente e poi fuggivano, e il cuore glielo buttavano dal finestrino dell'auto in fuga, che cadesse, si frantumasse, si essiccasse al sole tra i tormenti della sua anima.
Pesando ciò rivolse lo sguardo verso la lampadina che non era il sole, ma come un sole illuminava impietosa la fine delle sue illusioni.
Di lei non gliene importava più niente, era stata una figa da usare per aggiungerla alla raccolta, e ora era diventata solamente un numero in più sulla lista delle donne trombate con cui pavoneggiarsi al bar, durante l'aperitivo con gli amici.
Facendo questi ragionamenti la colse un nervoso indicibile, cominciò a sbattere la testa contro il muro, il dolore le fece aumentare la rabbia, vide nell'angolo del garage il ceppo con l'ascia che aveva usato il coglione per tagliare la legna, l'aveva lasciata lì senza rimetterla al suo posto, abbandonava tutto, pensava solo a se stesso, non si curava di niente e nessuno.
Ormai i nervi erano un fascio unico d'odio verso di lui, prese l'ascia.
Cominciò una danza folle, girando su se stessa brandendo con entrambe le mani il manico dell'ascia la sbatteva ovunque, poi la puntava come un'alabarda e si immaginava di infilzarlo, colpendo forte il muro.
All'improvviso si fermò, salì le scale di corsa, andò in camera da letto, si fermò davanti al letto alzando l'ascia con entrambe le mani sopra la sua testa e stette a guardarlo mentre lui ancora dormiva nudo, girato con la schiena verso di lei.
Una botta improvvisa alla testa la fece accasciare, intanto il pavimento emetteva un fragore metallico.
Sentì le sue urla:
- Vecchia gallina idiota, volevi farmi del male con quell'ascia! Ben ti sta che si sia staccata dal manico e ti abbia rotto quella testa da troia.
Balzò giù dal letto e le diede un calcio nel culo che la fece finire sotto il letto, con la testa e ora pure il culo doloranti; poi la tirò per i piedi, estraendola da sotto il letto, la sollevò di peso e la gettò dentro la stanzina del ripostiglio, chiudendo la porta a chiave.
Lei si chinò in quello stanzino chiuso e appoggiò la bocca alla serratura, urlando:
- Tirami fuori di qui, non ti avrei mai fatto del male, volevo solo farti paura perché non voglio perderti.
Dopo una breve pausa lei urlò con tutta la forza che aveva: - TI AMOOOOOOOO!
Lui con voce calma le rispose: - Sai cosa penso del tuo amore? Avvicinati con l'orecchio alla serratura che te lo sussurro.
Si avvicinò subito, con l'orecchio aderente al buco della serratura dello sgabuzzino, in fremente attesa.
Sentì che si appoggiava alla porta, spinse ancor di più l'orecchio incollandolo contro la serratura.
- PRRRRRRRROOOOOOTTTTT!
Il frastuono di uno scorreggione le rimbombò nella cavità auricolare.
- Brutto ciccione bifolco, sei uno stupido cesso insensibile.
- Tu vecchia puttana sei insensibile, e pure completamente scema. Io posso anche dimagrire se voglio, tu invece vecchia e scema ci rimani. Inoltre sei pure incapace di succhiare i cazzi, fai cagare. Invece di rifarti il viso e le tette impara a fare i bocchini che è meglio. E poi il culo no, l'ingoio no, ma vedi di andartene affanculo tu e la tua slabbrata patacca pelata!
- Tu grassone col quel cazzetto da dieci centimetri che funziona una volta sì e una no credi d'essere tanto meglio? Ma vedi di andartene affanculo tu che questa è casa mia!
Sentì silenzio, poi la chiave girò e si aprì la porta.
Lui davanti alla porta con i boxer e i suoi vestiti sotto braccio disse: - E' finita, me ne vado per sempre.
Lei si gettò in ginocchio, ai suoi piedi, piangendo e singhiozzando riusci a dire:
- Io ti amo ancora Paul, non voglio restare sola.
- Guardiamo in faccia alla realtà Nancy, c'è troppa differenza tra noi, io ho 28 anni tu 61 e c'è poca intesa sessuale.
- Ma io sono disposta a fare tutto quello che vuoi, non abbandonarmi.
- Comincia a essere più sincera invece che sei falsa in tutto, ti fai le operazioni per falsificare l'età, ti fai chiamare Nancy invece di Annunziata falsificando il nome, fingi di essere ricca girando col macchinone invece sei piena di debiti, dici di essere disinibita invece non vuoi mai che te lo infili nel sedere che a me piacerebbe tanto.
- Farò tutto quello che vuoi, dai!
Paul prese in braccio Nancy e la depositò dolcemente sul letto sfatto, si distese di fianco a lei, la baciò delicatamente sulle labbra.
- Non sono così male allora, guarda che mi hanno detto un paio di volte che assomiglio un po' a Patty Pravo e un'altra volta che ho una certa somiglianza con Donatella Versace.
- Ma sì che sei bella, devi solo succhiare con più passione il cazzo e ingoiare.
Senza rispondere lei gli abbassò i boxer, si chinò e prese in bocca il corto e moscio cazzo, iniziò a stimolarlo come meglio poteva, sentì che le cresceva in bocca, continuò con foga finché finalmente le venne in bocca, soffocò subito l'istinto di mandarlo giù e ingoiò tutto quello schifo come fosse un'amara medicina, necessaria per star meglio.
Paul la guardò con amore, le bacio la fronte e le sussurrò: - Così si fa, amore mio.
Nancy fu pervasa da un senso di soddisfazione, gli aveva dimostrato tutto il suo amore, quanto ci teneva a lui, e sentiva che lui lo aveva capito
Gli sussurrò in un orecchio:
- Tesoro fammi anche il resto, fammi tutto ciò che vuoi, sono tutta tua
Lui con occhi felici le ribaciò la fronte e si alzò:
- Vado a prendere il burro in frigo, bisogna prima lubrificarlo bene come insegnava Ultimo tango a Parigi.
- Ma non c'è burro in frigo, non lo prendo più perché ho il colesterolo alto.
- Allora prenderò l'olio nella credenza.
Andò in cucina, lei sentì a lungo che rovistava, finalmente tornò con la bottiglia d'olio e un imbuto.
- Scusami amore se ti ho fatto aspettare ma non trovavo la bottiglia.
- Eppure mi pare di averla messa nel solito posto, ma che devi fare con l'imbuto?
- Sì, ma me lo ero scordato dove la metti, sono troppo preso dall'eccitazione e dall'amore per te, l'imbuto serve per oliare bene anche l'interno.
Paul si chinò, le allargò le chiappe e ci versò in mezzo un po' d'olio sfregandolo attorno all'ano, poi cominciò a penetrare nell'ano con le dita, lo allargò e lei sentì che ci infilava l'imbuto.
La mise col culo più in alto e spinse il petto più verso il letto, nel culo così alzato ci infilò più profondamente l'uscita dell'imbuto, poi cominciò a versarci dentro l'olio.
Tolse l'imbuto e le disse:
- Acqua e olio sono a posto signora.
E si mise a ridere rumorosamente, anche lei a testa in giù e culo in alto sorrise, un po' sforzata, non gradiva molto quando lui faceva le sue battute, quasi sempre volgari e sempre nei momenti più romantici.
Fu un'inculata che durò a lungo.
Appena lui venne e si staccò lei fu colta da una improvvisa necessità di correre a evacuare.
Mentre era chiusa in bagno lui dalla porta le chiese se le fosse piaciuto.
- Certo amore.
Anche se non era vero e le bruciava tremendamente il buco del culo.
- Allora ti preparo un altro gioco erotico, vedrai che ti piacerà, esco a prendere il materiale necessario.
- Un altro gioco? Mi vuoi far impazzire di piacere. Attendo con ansia, mi sto eccitando al solo pensiero.
- Torno subito, aspettami.
- Certo Paul, amore mio
Pensava più preoccupata che invogliata a che gioco potesse essere.
Uscì da  bagno e si mise sul divano ad aspettarlo.
Non lo rivide più tornare.
Si accorse più tardi che le aveva preso la macchina e gli 800 euro per le bollette che teneva nel cassetto della cucina.
Telefonò alla polizia, spiegò del tipo che le aveva preso la macchina e i soldi, le chiesero se sapeva come si chiamava.
- Era di origini francesi, mi aveva detto che si chiamava Paul, Paul Verlaine.
- Ma era uno scrittore.
- Mi aveva detto che studiava ancora letteratura all'università, non so se era anche scrittore.
- Il nome signora, è quello di uno scrittore che è morto da molti anni.
- Veramente? Io non seguo molto la letteratura, mi piace di più guardare la televisione e i balli latino americani.
- Signora, scusi se le parlo francamente, ma credo proprio che glielo abbia messo in culo.
-  Devo farle i miei complimenti, lei è un grande investigatore, ma come fa a saperlo già?



sabato 8 novembre 2014

391 - BULLISMI

Alle superiori c'era un tipo grosso e antipatico, ma lui si considerava simpatico.
Si vestiva alla moda cercando di far risaltare la sua presunta simpatia, aveva spesso una felpa bianca con disegnato Topolino vestito di rosso e sotto si metteva una camicia rossa, così il colletto della camicia sotto la felpa faceva pendant col disegno.
Derideva continuamente quelli più piccoli e mingherlini, soprattutto per come erano vestiti, se erano dei poveracci che non avevano soldi per prendersi vestiti più alla moda, ed era sempre attaccato al culo degli insegnanti, dava loro ragione mentre parlavano, ripeteva i loro stessi discorsi, li aiutava a portare i libri o la borsa, rideva alle loro battute del cazzo.
Un vero leccasfinteri doc, era Giuseppe  Bonfazzi ma si faceva chiamare Bonfy, per avere un nome simpatico come lui.
Un giorno aveva nevicato e quando uscimmo da scuola la neve si stava disfacendo, perciò il terreno era un miscuglio di fango e neve, Bonfy aveva una berretta bianca enorme come in una pubblicità del periodo e un giaccone bianco.
Arrivarono da dietro dei tipacci dal coltello facile, che avevano tagliato le gomme delle auto ad alcuni insegnanti poiché stavano loro antipatici e ce l'avevano con i fighetti; un fighetto molto arrogante dai capelli lunghi che era l'idolo delle ragazzine sempre vestito con jeans bianchi aderenti e camicette disegnate viola o altri colori particolari un giorno che lo hanno incontrato sul treno lo hanno bloccato, gli hanno tirato giù sia i pantaloni che le mutande e  gli hanno tagliuzzato le chiappe con una lametta da barba,  così tornò a casa col culo sanguinante e i calzoni bianchi a chiazze rosse.
Bonfy appena li vide cominciò a fare il ruffiano per fraternizzare con loro: "Hey ragazzi, avete visto che giacca a vento ridicola che ha lui", indicando proprio me, che avevo una giacca a vento da pochi soldi blu elettrico con delle strisce rosse sulle maniche:
"Ma guardati tu, idiota" risposi io.
Prima che mi rispondesse arrivò a Bonfy da uno dei tipacci, mio amico, uno schiaffone sulla berretta che gliela gettò in una pozzangherona enorme, si chinò per raccoglierla ma un altro tipaccio diede un calcio favoloso alla berretta gettandola in alto con un volo incantevole che finì sul ramo basso di un enorme salice piangente costeggiante la strada, pieno di neve in disfacimento.
Bonfy si fermò ma non ci arrivava alla berretta per riprendersela, allora per arrivarci tirò con forza verso di sé il ramo, facendo così crollare un'enorme valanga di tutta la neve in disfacimento attaccata ai rami dell'albero. Lo bagnò completamente, fradicio, tra le risate generali.
Si mise la sua berretta in testa, da bianca aveva assunto un colore marron, sembrava ci si fossero puliti il culo, quindi tutto bagnato si avviò ad aspettare la corriera, cercando di fare l'indifferente.
Dal giorno dopo sparì, non si vide per diversi giorni, dissero che a stare alla fermata della corriera bagnato gli era venuta la febbre.
L'anno seguente al primo giorno di scuola io ero stravolto da alcolismo e pasticche, arrivai e c'era il rituale discorso agli studenti della preside, con tutti sul piazzale ad ascoltare.
Davanti a me trovai proprio l'odioso Bonfy di spalle, con una maglia sgolata che lasciava scoperta la sua grossa nuca, era la fine del mondo, non riuscivo a resistere, cercai di farlo, ma la tentazione era troppo forte, mi attraeva troppo, pensando a tutte le battute e i soprusi suoi mi partì incontrollata con tutta la forza possibile la mano, a una velocità supersonica, causò un'esplosione sulla sua nuca.
Uno schiaffone fragoroso, lasciò un'impronta rossa della mano, come una marchiatura a fuoco.
Si voltarono tutti, persino la preside interruppe un attimo il discorso, poi riprese.
Bonfy con la faccia stordita si voltò e mi guardò male, gli chiesi: - Come stai testa di cazzo?
Avevo le braccia e le gambe pronte per una sua reazione, ritornò a guardare in avanti senza dire niente. Finito il discorso andammo nelle aule che ci avevano assegnato e i tipacci erano proprio nell'aula accanto alla nostra, vedendo Bonfy gli dissero felici: - Ci divertiamo quest'anno!
Lui con una faccia da funerale e la nuca rossa se ne stette zitto.
Il giorno dopo fece domanda e si trasferì nella sezione staccata.
Nessuno lo rimpianse.



venerdì 31 ottobre 2014

390 - autodemolizioni

Siamo al tramonto di questa storia,
siamo lamiere di desiderio
un'auto americana bordeaux metallizzato
immersa nei raggi del sole che muore
con lontane sognate palme nere controluce
e con ogni altro orizzonte
offuscato dalle nebbie dei gas di scarico.
Legati alle lamiere.
Incollati all'asfalto.
Schiacciati dai nostri sogni
più stupidi e tranquillizzanti.
Siamo l'aperitivo chimicamente colorato
in attesa del funerale.


martedì 28 ottobre 2014

389 - ammirato

Non esiste niente di tutto ciò
che credi
o che dici di volere,
neppure tu esisti
quando
lucidi la tua macchina nuova
fai la dieta, ti abbronzi
imiti i nuovi idoli
non esisti manco per il cazzo,
fidati di quanto ti dico,
se fai tutto per essere ammirato
dai poveri stronzi
diventi un sottostronzo,
un subumano,
quindi
una persona perfettamente normale
tra la peggior immondizia inutile
di questo fantastico mondo.


domenica 26 ottobre 2014

388 - FORME DI SOPRAVVIVENZA

Sopravvivo bene
solo
in quella zona cangiante
bagnasciuga
tra la sabbia della realtà
e le acque dei sogni
è
tra la veglia e il sonno
quando
quello che immagini
ti illudi di trattenerlo,
cerchi di afferrarne
almeno un lembo
che svanisce
lasciandoti
stordito, disperato, svegliato
ma con tra le dita
i profumi dei ricordi
immaginati.


.


387 - UN PUPÙTTATÀNIERE

Sono un popo' babàlbubùzizìente
le ragazze non amano farsi vedere con me
non vogliono essere al mio fianco,
mi guardano imbarazzate e schifate
al bar
quando ordino dudùe cacàffefè.

Allora non mi restano che le puttane.

Basta che io la paghi e mi sorride
e quando mi dice sensualmente
"Farò tutto quello che vuoi"
le chiedo di venire con me
e al mio fianco
guardarmi con simpatia e ammirazione
al bar
mentre ordino dudùe cacàffefè.




lunedì 20 ottobre 2014

386 - a volte

A volte vago
in luoghi abbandonati
tra le nebbie
raccogliendo
variopinti pezzi di vetro
apparentemente insensati
frammenti trasparenti
di momenti vissuti
per ricostruirmi, ritrovandomi
un Arlecchino di vetri
fragile e instabile
ma io.



domenica 19 ottobre 2014

385 - aggrapparsi ai fili

Volete difendere il padrone che vi sfrutta
e poi dire che bisogna sparare agli extracomunitari?
Volete sposarvi in chiesa
e poi farvi sodomizzare dai trans brasiliani?
Volete una nazione indipendente
e poi tenervi le atomiche americane dietro casa?
Volete sentirvi alternativi
e poi farlo tramite costosi prodotti venduti come tali?
Volete liberarvi dalla vostra schiavitù
e poi illudervi nell'ora d'aria con alcol, droghe e musica idiota?
Fate pure,
vi crederete veramente liberi,
essendo liberamente vacui e innocui.
A me avete rotto il cazzo da tempo,
vi evito per quello.
Quando vedo le strade piene
mi compro una rivista d'enigmistica
mi stendo sul divano con lo stereo acceso
e mi astraggo da tutto
quello che gli altri ritengono importante.
Ogni tanto noto
sguardi diversi
persone fuori dalle convenzioni
rare menti libere
e questo mi dà un filo
a cui aggrapparmi
andando verso un futuro.

immagine creata da andreasfinottis