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mercoledì 12 settembre 2018

677 - RAGIONERIA E RIVOLUZIONE

Lucio Battisti e i libri di ragioneria,
ricordo
infiniti bar, autobus e discorsi rivoluzionari
con i culi fasciati dai jeans della marca giusta.

Vento e nebbia,
tanto comunismo declamato
ma chi era senza
dischi/libri/film/jeans/look
imposti dalle tendenze
lo vedevo con pochi amici
anche allora.

Quando i poveri
non faranno più schifo ai rivoluzionari
sarà una rivoluzione.


lunedì 19 febbraio 2018

661 - UN MANIFESTANTE A DISAGIO

Non vado mai alle manifestazioni, sono abbastanza orso solitario e mi trovo male nei raggruppamenti, ma è anche perché abito in un paesino isolato tra i campi di mais e frumento della pianura padana, in pratica dovrei manifestare da solo o convincere a manifestare con me il mostro del fiume con qualche extraterrestre, visto che prediligono queste zone e sono avvistati più che altrove.
Solo una volta ai tempi delle superiori partecipai a un corteo, di studenti e lavoratori uniti.
Essendo quando sono tra la gente caratterialmente una specie dell'amico di Fantozzi, il ragionier Filini, passo dalla timidezza al protagonismo totale,  per cui voglio organizzare e decidere io cosa fare. Quel giorno appena arrivato ero in modalità protagonista, vedendo che si stavano organizzando sono andato io a dire di fare questo o quello, anche a gente che aveva il triplo dei miei anni, mi guardavano strano ma vendendomi deciso e sicuro di me avranno pensato che la sapessi lunga. Invece era la prima manifestazione che organizzavo, non ne sapevo un cazzo ma mi ero autoproclamato organizzatore.
A quelli con lo striscione che mi piaceva di più dissi di mettersi davanti, ad aprire il corteo, poi, discutendo con gli altri a capo degli studenti e dei lavoratori, finirono per posizionarsi tutti come dicevo io, e non avevo neanche torto, perché tenendo più distanza tra i vari partecipanti, poi facendo dei vuoti nel corteo seguiti da uno striscione, con dietro altra gente, sembravamo il doppio di quelli che eravamo. C'era allora nei cortei anche una specie di servizio d'ordine, quelli più grandi e grossi si mettevano in modo da tenere sotto controllo la situazione, sia per "calmare" i facinorosi che per eventuali scontri con le forze dell'ordine; volevano metterli che precedessero il corteo facendo spazio affinché passassimo, io invece consigliai di mettere una parte del servizio d'ordine subito dietro lo striscione che apriva il corteo, così potevano passare più inosservati, lo striscione si vedeva meglio e avevamo un aspetto più pacifico; ma allo stesso tempo se succedevano dei problemi quelli del servizio d'ordine erano lì davanti a tutti, pronti.
Intervenne una ragazza femminista, disse che davanti ci dovevano stare anche delle donne, le diedi ragione, cosi si misero a reggere il primo striscione anche delle donne.
In quel momento che si era prossimi a partire sentii che mi calava l'adrenalina, stavo tornando il ragazzino timido e riservato. Cercai di andare verso le posizioni più arretrate, ma sentii il braccio sinistro bloccato in una morsa. Era un enorme operaio: "Dove vai? Mettiti qui davanti con noi!".
Mi diede in mano lo striscione che apriva il corteo, e si mise accanto a me. Mi credeva un rappresentante degli studenti e, credendo di farmi un piacere, voleva che fossi lì, in prima fila.
Partì il corteo.
Si doveva percorrere una strada stretta e lunga tra palazzi vecchi, nel centro storico.
Davanti c'erano diversi fotografi che facevano continuamente foto col flash, la celere ci precedeva guardandoci con sguardo minaccioso.
Mi sentivo fuori posto a urlare gli slogan, non mi veniva, poi il fatto che mi fotografassero continuamente a pochi metri mi faceva salire una notevole ansia, non ne potevo più di stare lì.
Dissi all'operaione a mio fianco che mi scappava da urinare, mi allontanavo e poi tornavo, mi fece un cenno di assenso.
Mi defilai e mi allontanai per uno strettissimo vicolo laterale.
Raggiunsi dopo poco un bar con sala da biliardo dove c'erano dei tipi che conoscevo, così passai il resto del tempo a giocare a biliardo e a flipper, ascoltando la musica dal jukebox, leggendo il giornale e sgranocchiando patatine fritte.
Stavo benissimo lì, era il mio ambiente naturale; mentre prima al corteo mi sentivo fuori posto, ero il classico pesce fuor d'acqua.
C'era una canzone sul jukebox che mi pareva adatta per me in quel momento, era "Nel ghetto" di Alberto Radius, aveva parole che sentivo mie, mi fulminavano:
"Manca l'aria,
manca un grido,
manca un dio,
sulla strada solo io.

La miseria
dei cervelli del fair-play
mi vorrebbe come lei

Io non ho cultura ma non voglio stare male,
che si arrangi chi ha paura del caviale.

E bruciare tutto
non è sempre così brutto
come leggi il giorno dopo sul giornale

E no,
io non ci sto!
E no,
io non ci sto!
Lasciatemi nel ghetto ancora un po'…

Io non ho un partito,
non mi basta il sindacato,
un lavoro non me l'hanno mai trovato.

La riconversione non mi sembra una ragione
per confondere
lo schiavo col padrone

L'intellettuale
sfrutta come paravento
"la congiura dell'isolamento",
dice dal palazzo
cosa è male cosa è bene,
io da perdere ho soltanto le catene

E no,
io non ci sto!
E no,
io non ci sto!
Lasciatemi nel ghetto ancora un po' "
Era uno che non si accontenta di stare agli ordini del partito a fare una vita grama, vuole prendersi la sua parte; "...si arrangi chi ha paura del caviale..." mi risuonava nel cervello, era quella la differenza tra me e gli altri, loro contestavano e condividevo ciò, ero solidale con loro; ma poi avevano paura a stare bene, avevano quella falsa convinzione che il socialismo sia fare una vita povera. Invece è il contrario per me, è un benessere diffuso per tutti, senza sfruttamenti e sfruttatori di nessun tipo, ed è solo in Italia che ha preso piede quel misto di comunismo malinteso e cristianesimo francescano, che considerano il benessere una cosa riprovevole o un peccato. Supportati in questo dagli intellettuali da palazzo della finta sinistra, col culo caldo, facenti parte della classe dominante, che supportano questa versione che fa tenere più buona la gente sfruttata, nella miseria. Non è così, è il malessere che io non vorrei più vedere, vorrei che tutti fossero benestanti e avessero ciò che è necessario a fare una bella vita.
Mi sentii meglio, mi sentivo meno solo con le mie idee.
Andando a prendere le corriera per tornare nel mio paese però temevo di incontrare quelli della manifestazione e che mi rimproverassero o menassero perché ero andato via, così andai a prenderla dall'altra parte, a una fermata un paio di chilometri da quella principale.
Feci tutta quella strada in più a piedi, pur di evitare le probabili critiche e/o botte.
Non mi sentivo un traditore, avevo sbagliato solo a voler essere protagonista di qualcosa che non mi apparteneva. Pensavo che ero destinato ad altre forme di azione politica, come quella di divulgare nei bar le ragioni della manifestazione, infatti nella sala biliardo avevo spiegato le motivazioni a quelli che c'erano che non sapevano nemmeno per cosa si manifestasse, ed erano tutti d'accordo, avevo fatto il mio dovere. Poi avevo anche dato un  contributo organizzativo prima di partire, non sentivo sensi di colpa.
Il giorno dopo sul giornale c'erano le foto, ma quelle successive, non c'ero io in prima fila.
Un po' mi dispiacque, perché pensai che poteva darmi più visibilità per abbordare le ragazze di sinistra, e solo per quello sentii di aver perso un'occasione.



lunedì 1 gennaio 2018

659 - ANNI

ANNI

Ci hanno inculato il tempo.

Ieri avevo 26 anni, oggi ne ho quasi 56
mi mancano 30 anni di vita, svaniti in una notte
una notte con vaghi ricordi di schermi sempre accesi
schermi televisivi o di computer o di smartphone
notte da spettatore
caduto nel buco nero
che aspira i momenti non vissuti
la vita
lasciandomi ventiseienne e solo
chiuso dentro un corpo invecchiato
con una faccia/maschera spiegazzata
con la mente confusa
piena di immagini affastellate
e labili sensazioni.

Confusamente
sono pieno di persone dimenticate
con le quali ho vissuto momenti
che volano via
se non ci si tocca,
abbracciandoci per fermarci,
nudi per ricordarci.

Ma stiamo qui
credendoci un po' lì e un po' là
essendo guardoni
pensandoci protagonisti
invece pupazzi
con molte mani in culo
che ci muovono
come vogliono
così crediamo di volerlo
anche noi, adeguandoci
per sopravvivere in società.

Ci resta poco
da decidere, vivere, godere
mentre io voglio tutto
anche se non ho
una sega,
però l'ho scritto
e ora mi sembrerà di averlo
realizzato.

Possiamo incontrarci
e stringerci
l'uno all'altro
poi guardandoci negli occhi
ci parleremo
di calcio, serie tv, delle nuove tendenze
o se siete colti
mi elencherete tutti i libri
consigliati dai critici prezzolati
che avete comprato
e magari qualcuno letto,
pieni di esibizionismi
identici a quelli del tamarrone
che alza a palla lo stereo costoso
o mi mostra i cerchioni in lega nuovi
per sentirsi realizzato.

Insomma siamo fregati,
se non troviamo
quello che siamo
ma dopo decenni
di bombardamenti mediatici
siamo anche noi
parte di quello
che non volevamo mai essere.

Rifondiamoci
abbandonandoci
ripartendo
da zero.



martedì 17 gennaio 2017

611 - ATMOSFERE ALCOLICHE

In una fredda domenica sera di dicembre, tra la nebbia della pianura padana camminando per il mio paese, mentre passavo davanti a un tabellone dove attaccano le epigrafi, ho visto è morto uno della mia età che conoscevo, è morto in Gran Bretagna.
Erano decenni che non lo vedevo, faceva il pizzaiolo.
Ricordo ci siamo ubriacati insieme diverse volte negli anni 80, delle volte lo fermavano le forze dell'ordine, che ci controllavano in continuazione come se fossimo dei terroristi, lui in un'occasione urlò: "Io leggo Bukowski e seguo la sua filosofia di vita, che potete capirne voi!" Loro rimasero perplessi, non sapendo chi fosse Bukowski avranno creduto fosse un qualche santone indiano che diceva agli adepti di ubriacarsi.
Lui si chiamava Vincenzo, ma aveva una mamma che lo chiamava dalla finestra della vecchia casa di campagna dove abitava con urla disumane e con accento siciliano: "Viiiiiiiincenziiiiiiiino". Con le galline e le  anatre circolanti attorno a casa che le facevano il coro.
Vincenzo era di media altezza, con i capelli lunghi castano chiari, lo si trovava quasi sempre dal suo amico che abitava vicino a casa sua chiamato Delirio, era un bel ragazzo moro somigliante vagamente a Jim Morrison, perennemente ubriaco al punto che gli veniva a volte il delirium tremens. Erano in quattro amici, ma gli altri due era come se non ci fossero, perché uno era Figomane, un muratore basso e magro, vestito con abbigliamento firmato nel tempo libero, aveva la fissazione della figa, viveva/pensava/parlava/agiva solo per trombare, puntava una ragazza, si fidanzava in casa, lei gliela dava e dopo un mese o due al massimo la lasciava e iniziava con un'altra, sempre così, per cui non c'era mai in loro compagnia; l'altro era Paranoia, un orfano che viveva con i nonni, sembrava un cantante sanremese dell'epoca per come si vestiva e i capelli ricciolini ben sistemati, voleva fare lo sballato ma non aveva né la mente né il fisico adatti e finiva che stava sempre male, lo lasciavano a  casa e non lo portavano quasi mai via con loro, altrimenti se succedeva vomitava nei bar, dovevano chiamare il dottore oppure una volta successe che si fumò tre tiri di una canna poi andò a casa, dicendo ai suoi nonni che stava male, si era drogato. Così sua nonna spaventata corse a chiedere ai vicini se sapevano il numero telefonico di San Patrignano, voleva telefonare affinché venissero a salvarlo. Per poco non lo portarono in comunità per tre tiri a una cannetta.
Arrivavano in paese in autostop Vincenzo e Delirio già ubriachi e si univano a noi in una birreria, per ubriacarsi ulteriormente.
Raramente capitavano con Paranoia, che posssedeva una vecchia Sunbeam blu con del nylon opaco attaccato col nastro da pacchi come lunotto, perché una volta aveva una radio vecchissima e nel parcheggio della birreria gli sfondarono il cristallo del portellone posteriore per fregargli la radio.
Lui era disperato, il cristallo era introvabile e costava una cifra mentre la radio non costava niente, come non bastasse per aggravare la situazione gli  amici chiamarono me per fare le indagini, poiché io e un altro, il  Norvegese, eravamo dei punti di riferimento per gli alcolizzati della birreria, forse perché avevamo gli occhiali entrambi, avevamo fatto malamente le superiori, leggevamo tutti i giorni il giornale...ma credo anche per il fatto che eravamo pure più grandi e grossi della media, dato che c'era un altro tipo che aveva studiato più di noi, era all'università, ma era basso e mingherlino, quindi non lo badavano, nemmeno se diceva una cosa giusta, e pure tra me e il Norvegese essendo lui più grande e grosso era più considerato, se avevamo due opinioni differenti quella del Norvegese era più tenuta in considerazione; però di solito trovavano solo me, essendo in Norvegese mezzo depresso veniva poco in birreria, preferiva andare al mare sugli scogli di notte da solo, con un fiasco di vino, a ubriacarsi e immalinconirsi. Venivano in cerca di noi due per chiederci quando non capivano qualche parola, qualche articolo di giornale, qualche notizia in tv o se succedeva qualcosa come in quel caso, un furto inspiegabile visto che era una radio da due lire e vecchia, inoltre i ladri di solito rompono il finestrino non il lunotto, non c'era il Norvegese così chiamarono me per capire quel mistero, andai con andatura barcollante per il carico di alcol ingurgitato, guardai e vidi più vetri all'esterno che all'interno dell'auto, quindi conclusi che la rottura era stata causata dall'interno, era una messa in scena, se l'era rotto lui il vetro e si era fregato la radio, il caso era risolto.
Paranoia, quasi piagnucolante, mi chiese che motivo avrebbe avuto per rubarsi la sua radio,
"Per avere il rimborso dall'assicurazione!" Sentenziai io.
Allora tirò fuori le carte dell'assicurazione dal cruscotto per farmi vedere che non aveva la copertura sui furti e sui cristalli rotti, controllai malfidente, poi diceva che se era stato tutta la sera con noi come poteva essere uscito per fregarsi la radio; intervenne uno dicendo che però si era allontanato un paio di volte per andare in bagno, poteva essere uscito dai finestrini del bagno, per dimostrare la mia imparzialità fermai il discorso, dicendo che i finestrini avevano delle sbarre in ferro, non poteva uscire da lì.
Sorrideva Paranoia, felice di non essere più il principale sospettato.
Gli consigliai di attaccarci un nylon altrimenti il lunotto gli costava più che una nuova macchina, disse che aveva del nylon grosso che metteva suo nonno per riparare le gabbie dei conigli d'inverno, risposi che quello era perfetto.
Poi mi accorsi che una coppia di tossici strafatti avevano l'auto poche decine di metri più in là, erano una specie di Sid e Nancy locali, andai, chiesi a lui se aveva una radio da poco e mi disse che ne aveva rubata una poco prima, ma faceva talmente schifo che l'aveva buttata via, domandai dove l'avesse gettata e rispose che l'aveva buttata nel canale, che scorre accanto alla strada..
Tornai nella comitiva della birreria, ma lo tenni per me quello che mi disse lo strafatto Sid tossico, era mio amico, mi registrava delle sublimi cassette con i suoi dischi punk che altrimenti non avrei potuto comprarli e ascoltarli, ero un investigatore che non tradisce gli amici, inoltre Paranoia mi stava un po' sul cazzo per la sua imbecillità, per cui decisi che si arrangiasse col telo in nylon dei conigli e che si comprasse una radio decente.
Vincenzo era più loquace e socievole di Delirio quando erano sobri, mentre quando come al solito erano bevuti si invertivano i caratteri, Vincenzo diventava taciturno e cupo mentre Delirio diventava goviale e iniziava  raccontare delle storie mitologiche di campagna ai confini della realtà, con onnipresenti riferimenti alcolici, ne ricordo alcune.
In una un tipo era stato mandato dal proprietario dell'azienda agricola in cui lavorava in paese, a circa 10 km di distanza, a ritirare delle carte con un motorino 50 cc  fatto come una moto da corsa, che guidava stando steso, lui dopo aver ritirato le carte si è messo a girare i bar del paese ubriacandosi, così tornando sulla provinciale col motorino a tutta velocità c'era l'autobus che stava uscendo dallo stop e lui doveva girare, invece ubriaco com'era è andato dritto, piantandosi di testa sulla fiancata dell'autobus, sfondando la lamiera: lo hanno ritrovato in mezzo alle valigie nel portabagagli dell'autobus con la testa gonfiata come un pallone e ai primi soccorritori ha detto: "Sento bruciore sulla fronte, penso mi sia scoppiato un brufolo!" Da allora è rimasto cerebroleso.
In un'altra un tipo che andava a raccogliere le fragole aveva mangiato 17 uova sode e bevuti 18 bicchieri di vino, all'osteria nella pausa pranzo a mezzogiorno, poi era tornato a raccogliere le fragole, ma mentre era chinato la fermentazione per quello che aveva ingurgitato gli ha fatto mollare una scorreggiona, talmente potente e pestilenziale che quello che raccoglieva le fragole chinato dietro di lui, con la faccia vicina al suo culo, è svenuto.
Un'altra era quella del fuochista, nella frazione di campagna dove abitavano loro avevano organizzato una festa parrocchiale, facendo una colletta per fare alla sera anche un grande spettacolo pirotecnico, era un caldo giorno d'estate e l'addetto ai fuochi artificiali è arrivato alla mattina con il suo aiutante, sono andati all'osteria con una grande tanica di plastica a farsela riempire di vino, così alla sera lui e l'aiutante se l'erano scolata tutta; quando è giunta l'ora di fare i fuochi artificiali loro ubriachi duri hanno iniziato a spararli ad altezza della gente, i fuochi passavano a pochi centimetri dalle teste, si è creato uno scompiglio con un fuggi fuggi generale, sono corsi tutti via, come fossero sotto i bombardamenti.
Storie simili, spesso ripetute.
Oppure ti raccontava qualche barzelletta che gli avevi raccontato tu la sera prima, e si era scordato che eri stato tu a raccontargliela.
Nelle sere d'estate andavamo al mare con le auto, capitavamo spesso in un locale di un pregiudicato della zona che si vantava di essere stato in manicomio criminale e veniva chiamato Mannaia, perché tempo prima, dopo averci litigato, aveva inseguito uno con una mannaia per farlo a pezzi.
Il locale era affascinante, in mattoni faccia a vista dentro e fuori, immerso nel verde, molto ampio, diviso in due parti, bar/pizzeria sulla sinistra e sul lato destro c'era la discoteca in vecchio stile anni 70, con una pista dentro e una zona relax tra i pini della pineta con cui confinava; dentro come arredamento sembrava uno di quei locali in cui ambientano i film di gangster alla Scarface o dei telefilm di Miami Vice, era pure frequentato da persone simili.
Mannaia era basso, magro, tutto nervi, mezzo calvo con i capelli all'indietro lunghi sulla nuca, sembrava parennemente incazzato, con voce roca urlava parolacce e bestemmie in continuazione, sempre vestito tutto di nero con diverse collane d'oro che brillavano tra la camicia aperta; lui curava la zona discoteca, mentre la zona bar/pizzeria era curata da sua moglie, che era diversissima da lui, più alta, sempre buona e calma, assomigliava a Renato Zero, anche per come si vestiva, piena di lustrini, così faceva le pizze e capitava che qualcuno trovava dei lustrini dei suoi abiti tra i carciofini o i funghetti nella pizza; era anche una fanatica cattolica e aveva riempito la zona dove faceva le pizze di santini, foto dei papi e calendari religiosi.
Avevano delle attrazioni sconosciutissime, cantanti dai nomi mai sentiti che guardandoli sembravano più degli ergastolani che dei cantanti, erano di solito suoi ex compagni di carcere o manicomio criminale che si erano messi a fare i cantanti, alcuni avevano un certo successo di pubblico perché si accompagnavano a minimo un paio di ballerine che sembrava le avessero raccolte tra le più vistose mignotte della tangenziale, mentre cantavano si spogliavano, alcune solo del reggiseno ma quelle di maggior successo si toglievano pure le mutande, attirando così un certo pubblico.
Però Mannaia disprezzava quel tipo di pubblico beota, diceva sono troppo ignoranti, gli facevano schifo, preferiva quelli come noi,  avevamo uno stile che gli piaceva, infatti ci faceva entrare sempre gratis quando ci vedeva, perché gli stavamo simpatici, veniva a sedersi con noi a raccontarci delle sue ultime avventure sessuali. C'era una battona africana altissima e magra che a lui piaceva particolarmente, in teoria sarebbe stata la fidanzata di uno spacciatore senegalese di fumo e cocaina che girava sempre per il locale, ma in realtà batteva, Mannaia diceva che gli piaceva più di tutte perché aveva il pelo che le arrivava quasi fino al'ombelico e a lui sembrava di stare sul suo sofà di casa preferito, in velluto marrone scuro, quando se la trombava.
Se non c'era lui all'ingresso si entrava ugualmente senza pagare, perché c'era un buttafuori alcolizzato, con i baffi a manubrio e la pancia prominente, che si cagava addosso anche le budella solo a guardarlo con la faccia seria, si andava dritti e lui non ci fermava mai per farci fare il biglietto, era un non violento, se c'era una rissa invece di prenderli e buttarli fuori andava sorridente e faceva amicizia, pagava loro da bere, così pochi minuti dopo ancora più ubriachi si stavano menando di nuovo e peggio di prima, finché non arrivava Mannaia, minacciandoli di morte li buttava fuori con dei calci nel culo.
Cercava di attirare gente con iniziative tutte sue Mannaia, una volta aveva scritto su un grande cartello che quella sera si estraeva come premio una nave, uno perplesso andò a chiedergli che nave fosse, lui si incazzò come una belva perché lo aveva messo in dubbio, iniziò a sbraitare contro il tipo, che lui era uno di parola, se scriveva che c'era una nave quella sera in premio era tutto vero e c'era veramente una nave, nessuno doveva dubitarne; prese il tipo per un braccio e lo tirò dicendogli che ora gli faceva vedere che lui era di parola, lo strattonò violentemente fin davanti a un tavolino, su cui c'era una bottiglietta in vetro, con dentro una nave, fatta con gli stuzzicadenti, probabilmente da qualche suo amico galeotto, per passare il tempo in prigione.
Aveva come animale domestico da compagnia, invece di un cane, una capra di quelle grandi bianche con la barbetta; la teneva in un recinto accanto alla zona esterna al locale, quando era particolarmente bevuto ed euforico la portava in discoteca e in pista ballava con lei, che si metteva sulle due zampe posteriori e posava le zampe anteriori nelle sue mani, poi finito il ballo lui tirava fuori il pacchetto di Marlboro rosse dal taschino della camicia, se ne accendeva una e un'altra sigaretta la dava alla capra come premio, lei rosicchiava il tabacco contenta.
Era divertente anche il rapporto che aveva con il deejay del locale, un tipo perfettamente alla moda del periodo metà anni 80, pallidissimo, magro e alto con i capelli corti ai lati e un ciuffo enorme di capelli ricci tinti di biondo che restavano sollevati sopra la testa; suonava la musica synth pop e new wave del periodo, soprattutto i Pet Shop Boy forse perché assomigliava un po'al cantante ma anche Human League, Soft Cell, Talk Talk, Visage, Ultravox, Abc, Alphaville, Simple Minds, mentre i miei preferiti che erano i Depeche Mode non li metteva mai, mi disse che non gli piacevano.
Mannaia odiava quella musica, troppo malinconica e triste per lui, a lui piaceva la musica più sanguigna di un decennio prima, con sonorità funky, tipo James Brown, KC and the Sunshine Band, Commodores e roba simile, così sentendo quella musica si lamentava in continuazione: "Senti che musica da cazzi mosci! Roba da anemici, non hanno neanche la forza per pisciare quei tipi lì", "Che musica di merda mette quella testa di cazzo, è musica da inverno non da estate e farebbe cagare anche in inverno", "Guarda che non c'è quasi nessuno che balla in pista per colpa di quell'idiota e della sua musica rompicoglioni, adesso vado lì e gli spacco la faccia".
Partiva e andava verso la postazione del deejay, che era una torretta altissima attaccata quasi al soffitto, a cui si accedeva con una scaletta a chiocciola, saliva urlando offese al deejay che si toglieva le cuffie e si sporgeva dalla postazione per sentire cosa voleva, così a volte gli arrivava subito uno schiaffone dritto su una guancia che gli faceva traballare il ciuffo di capelli, sempre si sentivano delle urla disumane e pochi secondi dopo metteva su un altro tipo di musica, da discoteca anni 70. Finché una sera litigarono di brutto, Mannaia andò dentro la postazione, lo riempì di botte e da allora assunse un altro deejay che suonava la musica che voleva lui, però piaceva solo a lui e pochi altri, perciò il locale cominciò ad avere meno gente che lo frequentava.
In un'occasione che eravamo andati tutti lì, di notte all'uscita c'era una macchina di ragazze immagine di Bologna che avevano fatto la serata, ci mettemmo a parlare con loro, nel mentre arrivarono gli sbirri a controllare, allora Delirio si mise ad urlare agli sbirri fingendo di avercela con le ragazze: "Socc'mel! Socc'mel!" Così lo presero e lo portarono via, in caserma.
Io e il Norvegese venimmo delegati da tutti gli altri, eravamo anche apparentemente un po' meno ubriachi fradici del resto della truppa, andammo in piena notte fino in caserma a suonare al portone, ci fecero entrare, temevo che tenessero dentro pure noi, dissi che non ce l'aveva con loro, aveva solo bevuto un po' troppo e stava scherzando con le ragazze, che socc'mel era un inoffensivo intercalare tipico bolognese, e infatti le ragazze erano bolognesi.
Ce lo ridiedero e lo riportammo a casa.
Quando fu a casa abbracciò il suo cane tipo pastore tedesco che aveva in cortile e si stese con lui accanto alla cuccia del cane, dicendoci che passava la notte lì, insieme a lui, perché era l'unico al mondo che lo capiva.
L'ultima volta che vidi Vincenzo stava camminando di notte contromano sulla statale, verso la pizzeria dove lavorava, tenendosi una mano sugli occhi e bestemmiando nonché mandando affanculo tutte la macchine e i camion che provenivano, infastidendolo con i fanali.
L'ultima volta che ho visto Delirio è stato che si era preso in affitto un distributore di benzina, a diversi chilometri da dove abito, una sera sono passato di lì e volevo andare a trovarlo, ma da lontano ho visto aveva acceso un falò gigantesco con cui stava bruciando delle sterpaglie secche a pochi metri dalle pompe della benzina, lui guardava ubriaco con un'espressione trasognata l'enorme fuoco e le faville che si liberavano nel buio della notte. Temendo che scoppiasse tutto ho tirato dritto.
Poi mi hanno detto aveva chiuso il distributore, smesso di bere, si è sposato e ha trovato lavoro come operaio.
Quell'atmosfera che c'era un tempo si è dissolta, ci si è separati perdendoci di vista, ognuno è andato per la propria strada, qualche volta contrapposta a come si era, come è successo a Mannaia che ora è anziano e la moglie lo ha fatto diventare un chiesaiolo religiosissimo, va tutti i giorni alla messa del mattino, partecipa alle gite della parrocchia e aiuta il prete a organizzare le iniziative di beneficenza.


lunedì 27 giugno 2016

559 - Un sogno di vecchi vestiti


Ricordo impermeabili chiari
verso la fine degli anni 70
giravano le strade
con i libri racchiusi con una cinghia sotto un braccio
jeans e stivali portavano tutto in giro
in equilibri precari tra i sampietrini.

Mi facevano pensare gli impermeabili
presagivano brutti tempi
vagavano
tra un tempo passato e uno futuro
tra vecchie certezze e nuovi punti di domanda
tra bomboloni, caffè, canne e pere
tra sbirri dichiarati e sbirri infiltrati
tra ubriacature ideologiche, cazzate e risate
tra rock divinizzato e cantautori santoni;
mentre io credevo fossero miei
i viottoli nebbiosi
la brina mattutina
le attese nelle stazioni degli autobus
le infinite gauloises fumate in fretta
i preludi e le attese.

Fino a un quando
tutto si ruppe
molto cambiò.

Gli impermeabili girano ancora
quei tempi
nella mente
tra le tradizioni passate,
il futuro che non c'è stato,
e il peggio che non se ne è andato
è rimasto ed è proliferato.

Ma la realizzazione di qualunque sogno
prevarrà sempre
su ogni rassegnazione.



sabato 25 giugno 2011

50 - ANNI DOPO

Ti ho vista
mentre mangiavi il solito gelato color sterco
con occhi da vacca rassegnata
hai avuto ciò che volevi
marito, casa, famiglia
pizza, gelato, vacanze
e un'espressione sempre più da scema.